Il nuovo imperialismo russo

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È stato recentemente pubblicato (in inglese), per i tipi della Stanford University Press, il volume Russia’s New Imperialism: Capital and Ideology (Il nuovo imperialismo russo: capitale e ideologia), curato da Ilya Budraitskis (attivista marxista rivoluzionario, politologo e sociologo russo, costretto all’emigrazione), assieme a Ilya Matveev, politologo, ricercatore presso il Laboratorio di sociologia pubblica e caporedattore di Posle.Media.  Pubblichiamo qui di seguito la traduzione del capitolo introduttivo del volume.

L’invasione russa dell’Ucraina, avvenuta il 24 febbraio 2022, è stata un atto di aggressione non provocato che ha causato un’immensa tragedia al popolo ucraino e ha richiesto sacrifici indicibili ai difensori dell’Ucraina. È stata anche – e rimane tuttora – un mistero. Il piano originale della Russia si basava su presupposti piuttosto fantasiosi. Il Cremlino si aspettava che la guerra si concludesse in dieci giorni e non ha nemmeno preso in considerazione scenari alternativi. I soldati russi si sono presentati in alta uniforme, preparandosi per un’imminente parata in via Khreshyatik a Kiev. Molti viaggiavano su camion non blindati, protetti solo da un sottile telo di tela dagli agguati terrestri e aerei ucraini.

Il secondo giorno dell’invasione, Putin si è rivolto direttamente alle truppe ucraine, esortandole a rovesciare la leadership civile del paese. I messaggi ricevuti dai massimi comandanti militari ucraini, che li invitavano alla resa, confermano che il suo appello era serio e non una semplice dichiarazione retorica. Nel complesso, è chiaro che il Cremlino si aspettava pienamente che una rapida e singola dimostrazione di forza sarebbe stata sufficiente a sconfiggere e sottomettere l’Ucraina, uno dei paesi più grandi d’Europa sia per territorio che per popolazione.

Ma il mistero che si cela dietro la decisione di invadere va ben oltre le illusioni del Cremlino sull’Ucraina e sugli ucraini. Anche se Putin fosse riuscito a insediare un regime fantoccio in Ucraina, trasformandola in una nuova Bielorussia, non è chiaro cosa avrebbe guadagnato la Russia. I legami politici, economici, culturali e accademici con l’Occidente sarebbero comunque stati recisi, limitando il potenziale di sviluppo della Russia. E la Russia si sarebbe comunque ritrovata nel mezzo di una nuova guerra fredda, con una posizione geopolitica e geoeconomica di gran lunga più debole rispetto all’epoca sovietica. Perché provocare un conflitto multidimensionale con un blocco venti volte più grande in termini di PIL?

La stranezza dell’errore di valutazione del Cremlino è aggravata dal fatto che un modello di conseguenze controproducenti si era già delineato fin dall’inizio dell’aggressione russa contro l’Ucraina nel 2014. L’annessione della Crimea e la partecipazione occulta alla guerra del Donbass avevano già alienato molti ucraini dalla Russia, eppure Putin credeva ancora, in qualche modo, che si sarebbero ricreduti se la loro leadership – a suo dire, “un branco di drogati e neonazisti” – fosse stata rimossa.

Inoltre, le azioni aggressive della Russia dal 2014 avevano già portato al rafforzamento del fianco orientale della NATO (e non viceversa, come affermato da Putin), rendendo del tutto prevedibili le conseguenze strategiche dell’invasione del 2022, come l’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO. In altre parole, il Cremlino ha modificato la sua strategia perdente raddoppiandone la posta in gioco.

In questo libro, cerchiamo di contestualizzare e spiegare l’aggressione della Russia verso l’esterno. Riteniamo che essa giustifichi il termine “imperialismo”, che definiamo come una politica sistemica di coercizione nelle relazioni internazionali in condizioni di distribuzione del potere fortemente asimmetrica. La coercizione contro uno stato più debole può assumere molte forme: politica, economica e militare. Ad esempio, le azioni coercitive della Russia nei confronti dell’Ucraina nel periodo post-sovietico includevano l’interferenza nelle elezioni del 2004-2005; l’interruzione delle forniture di gas e la manipolazione dei prezzi del gas; la corruzione e l’acquisizione di beni economici per ottenere un punto d’appoggio politico nel paese; le restrizioni commerciali legate al tentativo dell’Ucraina di firmare l’accordo di associazione con l’Unione europea nel 2013; l’annessione della Crimea; l’istigazione e il coordinamento delle rivolte separatiste nel Donbass; le operazioni di intelligence e le “misure attive”; e, infine, la sua invasione su vasta scala del paese nel 2022. Elementi di questo repertorio di coercizione si possono ritrovare nei rapporti della Russia con altri stati post-sovietici, tra cui Bielorussia, Moldavia, Georgia e Armenia.

Fin dalla fondamentale analisi di Lenin, l’imperialismo è stato spesso trattato nella critica accademica come una fase o un periodo nello sviluppo del sistema capitalistico globale. Tuttavia, sebbene Lenin abbia notoriamente definito l’imperialismo come “la fase suprema del capitalismo”, egli riconosceva anche l’esistenza di “molteplici forme di imperialismo” nella sua epoca. Nel 1916, ad esempio, descrisse l’imperialismo russo come “molto più rozzo, medievale, economicamente arretrato e militarmente burocratico” rispetto all’imperialismo occidentale.

Analogamente, Trotsky formulò la “legge” dello sviluppo ineguale e combinato basandosi sul caso russo, secondo la quale gli stati a diversi livelli di sviluppo capitalistico coesistono e interagiscono all’interno di un unico sistema internazionale, che influenza anche le loro politiche imperialiste. Sia Lenin che Trotsky suggeriscono che dobbiamo aspettarci la coesistenza di diverse modalità di imperialismo nello stesso periodo, sfidando l’idea di un’unica “essenza” dell’imperialismo. Inoltre, le dimensioni ideologiche e soggettive dell’imperialismo possiedono una logica e una causalità proprie che diversificano ulteriormente le varietà e le pratiche dell’imperialismo. Nel caso dell’imperialismo russo post-sovietico, come vedremo, il consolidamento ideologico riveste un’importanza particolare.

Un editoriale illuminante apparso sulla rivista di sinistra “Salvage” il 22 aprile 2022, due mesi dopo l’inizio dell’invasione, affermava: “La sinistra ha perlopiù deriso l’insistenza americana sull’imminente attacco russo, quindi ora è necessaria una rivalutazione della molteplicità degli attori imperialisti contemporanei”. Tuttavia, l’editoriale proseguiva descrivendo l’imperialismo russo come sostanzialmente un’immagine speculare dell’imperialismo occidentale. In questo libro, intendiamo rivelare la specificità dell’imperialismo russo, nonché le sue implicazioni globali.

Lenin o Schumpeter?

Negli anni Dieci del Novecento si svolse un importante, seppur indiretto, dibattito tra il pensatore marxista Vladimir Lenin e il pensatore liberale Joseph Schumpeter. In “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, Lenin riprese la tesi di John Hobson, sostenendo che l’aggressione imperialista e le rivalità interimperialiste fossero un sottoprodotto necessario del capitalismo monopolistico e delle sue contraddizioni (ovvero, la necessità di trovare sbocchi redditizi per il surplus di capitale). Per Lenin, l’imperialismo era un fenomeno essenzialmente moderno, legato allo sviluppo del capitalismo. Inoltre, radicalizzò la posizione di Hobson affermando che il capitalismo fosse irriformabile e che, pertanto, le guerre interimperialiste fossero inevitabili.

In un lungo saggio intitolato “Imperialismo e classi sociali”, Schumpeter rispose a Lenin e ad altri marxisti della Seconda Internazionale riproponendo la tesi del “doux commerce” (commercio gentile), caratteristica del pensiero liberale. Sostenne che l’imperialismo non scaturisce organicamente dallo sviluppo capitalistico. Il capitalismo indirizza le energie sociali verso l’industria, non verso la guerra, e pertanto “un mondo puramente capitalista… non può offrire terreno fertile agli impulsi imperialisti”. Secondo Schumpeter, l’imperialismo sopravvive nelle società capitaliste come prodotto atavico di strutture e ideologie sociali precapitalistiche che persistono.

Sia Lenin che Schumpeter ammettevano una certa flessibilità nelle loro teorie. Come abbiamo visto, Lenin riconosceva l’importanza dell’eredità di uno stato assolutista per l’imperialismo, in particolare nel caso della Russia. Schumpeter, d’altro canto, accettava che l’imperialismo – sebbene estraneo al capitalismo nella sua forma “pura” – consentisse un rapporto di reciproco vantaggio tra interessi statali e capitalistici. Anzi, nella sua analisi dei monopoli capitalistici sotto l’imperialismo si avvicinò notevolmente alle argomentazioni dei marxisti della Seconda Internazionale. Eppure, nella loro essenza, le visioni di Lenin e Schumpeter sul rapporto tra capitalismo e imperialismo rimangono diametralmente opposte.

Il confronto tra Lenin e Schumpeter può aiutarci a riflettere sull’imperialismo russo contemporaneo. Le tendenze imperialiste della Russia sono un sottoprodotto necessario dello sviluppo della sua economia capitalista post-sovietica? Oppure, al contrario, sono una brutta eredità del passato sovietico e imperiale, un fantasma ora visibile proprio a causa della debolezza dello sviluppo capitalista post-sovietico della Russia? Guidati da questi interrogativi, esaminiamo fonti diverse come statistiche economiche e militari, discorsi di Putin, scritti di intellettuali nazionalisti imperialisti marginali, sondaggi d’opinione e interviste a cittadini russi comuni. Combiniamo inoltre approcci di economia politica e teoria sociale. Le risposte non sono univoche.

La tesi di Lenin contribuisce in modo significativo a spiegare la riemersione dell’imperialismo nella Russia post-sovietica. Negli anni 2000, si manifestarono segnali di una crisi di sovraccumulazione nell’economia russa. I paesi post-sovietici rappresentavano un mercato particolarmente attraente per gli investimenti russi, in quanto offrivano la possibilità di ricostruire le catene di approvvigionamento dell’era sovietica sotto il controllo di aziende russe. Erano inoltre territori familiari per i manager russi e offrivano un potenziale di forte crescita del mercato.

Di fatto, l’imperativo dell’espansione economica spinse lo stato russo ad assumere un atteggiamento più assertivo nei suoi “vicini esteri”. La coercizione, sotto forma di misure economiche, interferenze politiche e operazioni di intelligence, era vista dal Cremlino come un modo per promuovere gli interessi delle imprese russe (molte delle quali di proprietà statale). Persino un intervento militare limitato poteva essere allineato a questi obiettivi economici, come nel caso della guerra del 2008 tra Russia e Georgia, che, tra le altre cose, minò la partecipazione della Georgia al gasdotto Nabucco, che aggirava la Russia.

Esistono tuttavia dei limiti ben precisi alla spiegazione leninista. Questi limiti riguardano la specifica posizione dell’economia russa all’interno del sistema capitalistico globale. Dalla sua rinascita all’inizio degli anni 2000, il capitale russo ha occupato una posizione intermedia nelle reti capitalistiche globali. Pur essendo influente e – in alcuni casi come in Bielorussia e Armenia – dominante nei paesi post-sovietici, era anche dipendente dai centri capitalistici occidentali. La Russia ha agito come nodo regionale nel processo di accumulazione globalizzato.

Quando Gazprom ha utilizzato i blocchi delle forniture di gas per costringere la Moldavia e l’Ucraina a cedere le proprie infrastrutture del gas, gli investitori occidentali del portafoglio della società, come BlackRock, ne hanno tratto vantaggio tanto quanto gli azionisti russi, incluso lo stato russo. Allo stesso tempo, società come Gazprom hanno acquisito attività in Occidente e i loro proprietari e dirigenti hanno acquistato lussuose dimore a Londra e mandato i propri figli in prestigiose scuole private. Questa combinazione di potere e dipendenza è ben rappresentata dal concetto di subimperialismo, originariamente sviluppato dall’economista brasiliano Ruy Mauro Marini per identificare il ruolo del Brasile nel sistema capitalistico globale. Non si tratta tanto di un conflitto a somma zero tra capitali nazionali, come sosteneva Lenin, quanto piuttosto di una gerarchia tra le formazioni capitalistiche.

La posizione “subimperialista” della Russia implicava che i soli fattori economici non potessero spiegare (e, anzi, ostacolassero) la netta rottura con l’Occidente avvenuta dopo l’annessione della Crimea nel 2014. L’impulso a sfuggire alla posizione subimperialista e a impegnarsi in un confronto totale con l’Occidente poteva provenire solo da altrove, non dagli imperativi dell’accumulazione di capitale. Che dire, dunque, della spiegazione alternativa di stampo schumpeteriano?

L’ossessione del Cremlino per l’Ucraina reca indubbiamente i segni di antichi discorsi imperiali, rivelando una continuità tra passato e presente. In un articolo pubblicato nel 2021, pochi mesi prima dell’invasione, Putin descrisse russi e ucraini come “un solo popolo” diviso dall’inimicizia dei nemici geopolitici della Russia. La rappresentazione dell’identità ucraina come una costruzione dei servizi segreti stranieri era, di fatto, uno dei tratti distintivi della politica della Russia imperiale nei confronti dell’Ucraina all’inizio del XX secolo. Miti e ossessioni storiche sembrano ripresentarsi.

Ma la domanda rimane: come ha fatto questa particolare forma di nazionalismo imperiale ad esercitare un’influenza così forte su una parte influente dell’élite russa, incluso lo stesso Putin? Anche qui emerge un altro enigma. Se il passato si manifesta nel presente sotto forma di ideologia imperiale, come ha fatto la sua megalomania e il suo fanatismo a sostituire l’estremo cinismo caratteristico dell’élite post-sovietica russa? Dopotutto, il quadro di analisi dominante della Russia di Putin si è a lungo concentrato sui concetti di corruzione e cleptocrazia. Eppure la catena di eventi iniziata con l’annessione della Crimea non si adatta a questa interpretazione del Cremlino come strettamente cleptocratico o interessato solo alle questioni economiche. Come ha fatto il mondo delle idee a diventare così importante per il regime russo?

In questo libro sosteniamo che l’ideologizzazione non ha semplicemente sostituito il cinismo. Piuttosto, la nuova ideologia imperiale del Cremlino affonda le sue radici proprio nello spingere al limite la sua visione cinica del mondo.

Gli anni formativi di Putin come politico hanno coinciso con un periodo in cui le ideologie erano ampiamente screditate e gli “ideali” erano considerati una barzelletta. In questo mondo di capitalismo avventuristico, vigeva la legge del più forte. Col tempo, Putin e una parte dei suoi collaboratori hanno iniziato a proiettare sulla scena mondiale l’esperienza russa di accumulazione primitiva. Avendo vissuto il “capitalismo piranha” degli anni ’90, hanno cominciato a inquadrare le relazioni internazionali come una spietata lotta per la sopravvivenza in cui solo una rapida dimostrazione di forza poteva impedire che un attore venisse schiacciato da un altro. Il bluff significava debolezza, e la debolezza significava morte.

Questa visione del mondo è stata radicalizzata dalla Primavera araba, dalle rivoluzioni colorate negli ex stati sovietici, dalle proteste dell’opposizione russa del 2011-12 e dalla rivolta di Maidan in Ucraina. Rifiutandosi di prendere in considerazione l’idea che potessero trattarsi di autentiche lotte popolari, il Cremlino interpretò tutte queste mobilitazioni come un’arma brandita dall’Occidente contro i suoi oppositori, Russia compresa. Seguendo questa logica, il Cremlino equiparò la sopravvivenza del regime politico agli interessi di sicurezza del paese stesso.

Il risultato fu che il cinismo dilagante del Cremlino acquisì un’impalcatura intellettuale costituita da nazionalismo imperialista, statalismo conservatore e teorie del complotto. Questi tropi ideologici furono utilizzati come parte della propaganda governativa, ma – in un fenomeno che lo studioso di relazioni internazionali Jack Snyder ha definito “effetto boomerang” – Putin e i suoi collaboratori finirono per crederci. Ciò produsse il consolidamento ideologico necessario per compiere mosse audaci come l’annessione della Crimea e il coinvolgimento occulto della Russia nella guerra del Donbass.

Gli eventi del 2014 hanno imposto alla Russia una traiettoria completamente nuova, che ha portato infine all’invasione del 2022, al disaccoppiamento economico dall’Occidente e a una trasformazione interna multiforme. In entrambi questi punti di svolta – il 2014 e il 2022 – i fattori ideologici sono stati decisivi. In effetti, pur non condividendo appieno la spiegazione schumpeteriana, alcuni suoi elementi risultano veritieri: l’imperialismo russo dal 2014 è stato controproducente, in gran parte irrazionale e radicato nei miti storici dell’impero. Ma è stata l’esperienza moderna dell’accumulazione primitiva, così come eventi recenti come la Primavera araba, a consentire il consolidamento ideologico del regime di Putin.

La Russia, tra gli altri

Esiste, naturalmente, una terza possibile spiegazione, né leninista né schumpeteriana, bensì di “realismo offensivo”, di cui lo studioso di relazioni internazionali John Mearsheimer è il più famigerato sostenitore. Secondo questa visione, l’espansionismo russo non è il prodotto di sviluppi interni (economici o ideologici), bensì una risposta a pressioni esterne: una reazione del tutto prevedibile che non dipende da fattori interni. Per coincidenza, questa è anche l’opinione di Putin. In un’intervista con Tucker Carlson, ha descritto la politica statunitense nei confronti della Russia dal 1991 come “pressione, pressione, pressione”. Cosa pensare di questa affermazione?

È innegabile che le tensioni tra Russia e Stati Uniti non siano interamente imputabili alla Russia. Nel 2002, ad esempio, gli Stati Uniti si ritirarono unilateralmente dal Trattato sui missili antibalistici (ABT), costringendo la Russia a sviluppare nuove armi in grado di eludere i sistemi di difesa missilistica al fine di mantenere l’equilibrio nucleare. Il ritiro degli Stati Uniti dal trattato ebbe profonde conseguenze strategiche; inoltre, coincise con un periodo di riavvicinamento tra Russia e Stati Uniti. Nel 2019, Bryce Farabaugh e Deverrick Holmes del Center for Arms Control and Non-Proliferation affermarono: “Col senno di poi, l’abbandono del trattato 17 anni fa può essere considerato il primo passo verso lo sfaldamento del sistema di controllo degli armamenti e delle relazioni russo-americane, un processo che continua ancora oggi”.

Nell’ambito della stabilità strategica, come in altri settori, tuttavia, la politica complessiva degli Stati Uniti nei confronti della Russia difficilmente può essere descritta come “pressione, pressione, pressione”. Gli Stati Uniti e la Russia di Putin hanno negoziato con successo due trattati nucleari: il Trattato sulla riduzione delle armi offensive strategiche (2003) e il Trattato New START (2011). Inoltre, gli Stati Uniti hanno cancellato la parte del piano europeo di difesa missilistica che avrebbe potuto teoricamente minare l’equilibrio nucleare riducendo la capacità offensiva della Russia. Di fatto, gli Stati Uniti – così come la Russia, fino a un certo punto – hanno dimostrato di essere capaci di negoziare e fare concessioni.

La spinosa questione dell’espansione verso est della NATO, che ha spinto numerosi autori a versare fiumi d’inchiostro, tanto da lasciare tracce visibili dallo spazio, va esaminata senza ricorrere a semplificazioni eccessive. È vero che nessun governo russo, e non solo quello di Putin, avrebbe accolto con favore l’allargamento della NATO, soprattutto considerando che le possibilità di adesione della Russia all’Alleanza sono sempre state pressoché nulle. Tuttavia, è necessario valutare sia le dichiarazioni pubbliche sia gli sviluppi concreti sul campo.

Per quanto riguarda le dichiarazioni pubbliche, la NATO non ha dichiarato la Russia un avversario fino all’aprile 2014, dopo l’annessione della Crimea. Per quanto riguarda gli sviluppi sul campo, la NATO non ha schierato truppe in modo permanente nei suoi nuovi stati membri orientali fino al 2017, e solo dopo l’aggressione russa all’Ucraina. Inoltre, le nuove truppe ammontavano a soli 4.500 soldati. E mentre la NATO si espandeva verso est, gli Stati Uniti ritiravano progressivamente le proprie truppe dall’Europa e gli eserciti europei si riducevano. Da quando la Russia ha avviato il suo programma di riarmo alla fine degli anni 2000, l’equilibrio militare convenzionale è effettivamente migliorato a favore della Russia, nonostante l’espansione verso est della NATO. Solo con l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin nel 2022 questa tendenza si è invertita, ma la NATO non ne ha certo responsabiltà1.

In breve, gli sviluppi nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia non possono di per sé spiegare le politiche imperialiste russe. Per il Cremlino, tuttavia, essi sono diventati parte di una specifica costruzione ideologica, secondo la quale la perenne ostilità occidentale verso la Russia è riemersa nella determinazione americana (o “anglosassone”) di schiacciare e smantellare la Russia usando l’Ucraina come ariete. Per usare l’efficace formulazione di Vladislav Zubok, “i miti russi non sono solo un insieme di bugie e inganni. Un mito è una potente sintesi di sviluppi reali, seppur distorta. I miti di Putin, come tutti i miti, contengono granelli di verità avvolti in interpretazioni arbitrarie e profezie che si autoavverano”. La chiave per risolvere l’enigma dell’imperialismo russo, in particolare dopo il 2014, risiede nei meccanismi interni del mito, sebbene gli sviluppi materiali giochino certamente un ruolo quando interagiscono con la mitologia del Cremlino.

Stabilità e cambiamento

Nella sua incisiva analisi delle cause della Prima Guerra Mondiale, Christopher Clark scrisse a proposito della decisione dell’Austria di lanciare un ultimatum alla Serbia il 23 luglio 1914: “Decisioni di questo tipo possono acquisire una dimensione esistenziale, in quanto promettono di reinventare l’entità decisionale, di plasmarla in qualcosa che prima non era”. Allo stesso modo, la fatidica decisione di Putin di invadere l’Ucraina il 24 febbraio 2022 ha dato nuova vita alla Russia.

A tre anni dall’inizio della guerra, l’economia russa è in piena fase bellica: la spesa militare nel 2024 è stimata in 149 miliardi di dollari, pari al 7,1% del PIL. Contro ogni previsione, il disaccoppiamento economico della Russia dall’Occidente si è dimostrato fattibile. Mentre gli scambi commerciali con l’UE e gli Stati Uniti sono crollati, quelli con Cina, India e altre grandi economie in via di sviluppo sono aumentati vertiginosamente. La disoccupazione è ai minimi storici nella storia post-sovietica della Russia; anzi, si registra una diffusa carenza di manodopera che spinge al rialzo i salari. Allo stesso tempo, ogni possibile espressione di dissenso è ora criminalizzata e l’apparato repressivo del regime opera con una coerenza monotona, multando e incarcerando persone per reati come strappare manifesti di propaganda o criticare la guerra in conversazioni private denunciate alla polizia.

Inoltre, l’ideologia del nazionalismo imperialista russo è sostenuta da un’agenda conservatrice estremista, che include il divieto assoluto di qualsiasi trattamento di affermazione di genere, nonché di qualsiasi menzione pubblica di questioni LGBTQ. Sebbene non siano del tutto nuove, tutte queste tendenze si sono concretizzate solo dopo il 24 febbraio 2022.

Gli sviluppi in Russia lasciano presagire qualcosa di duraturo: non solo un’emergenza bellica, ma le basi per un nuovo sistema politico, economico e sociale. Con il passare del tempo, i cambiamenti hanno acquisito una propria dinamica e potrebbero alla fine diventare irreversibili. Più gli oligarchi si adattano a vivere nel lusso a Dubai invece che a Londra e a commerciare con l’Asia invece che con l’Europa, meno incentivi hanno a cercare un’inversione delle politiche anti-occidentali del Cremlino.

E mentre la gente comune non ha ancora interiorizzato completamente l’ideologia imperialista del Cremlino, si stanno gettando le basi per indottrinare una nuova generazione di giovani russi attraverso radicali cambiamenti nel sistema educativo. Centinaia di migliaia di persone tra le più impegnate politicamente e di opposizione hanno lasciato il paese; non rappresentano più un problema per il regime. E quegli esponenti dell’opposizione che non se ne sono andati sono impotenti di fronte al vasto apparato repressivo del regime.

Eppure, sotto la superficie si celano segnali di instabilità. L’economia soffre di un’inflazione persistente. Solo i settori legati alla guerra mostrano una crescita; le industrie civili sono stagnanti o in declino. La spesa militare, almeno tre volte superiore ai livelli prebellici, sta mettendo a dura prova le finanze pubbliche. La rivolta di Yevgeny Prigozhin nel giugno 2023 ha inoltre rivelato la fragilità del modello di governo ombra di Putin: lungi dall’essere un monolite perfetto, il sistema statale russo è intessuto di lealtà aziendali, regionali e personali. In condizioni di forte turbolenza politica o economica, è inevitabile che emergano delle crepe. Non vogliamo speculare sul futuro della Russia, ma non crediamo nemmeno che sia predestinato.

Imperialismo e opinione pubblica russa

Dal 2022 al 2024, il Laboratorio di Sociologia Pubblica – un collettivo di ricerca che include uno degli autori di questo libro – ha raccolto centinaia di interviste con cittadini russi comuni per ricostruire l’atteggiamento della società russa nei confronti della guerra. Parlando dei “nuovi territori” russi – ovvero le parti occupate dell’Ucraina annesse dalla Russia – uno degli intervistati ha sottolineato: “Non sono cittadino di questi territori, non posso considerarli la mia gente – non lo sono. Non sono miei parenti, non sono del mio sangue, non sono la mia gente”. Un altro intervistato, interrogato sulla coscrizione, ha risposto: “Quindi loro [la popolazione delle ‘repubbliche popolari’ del Donbass] verranno qui e io andrò a combattere al posto loro? Non ne ho bisogno”. E un’infermiera di una piccola città degli Urali ha affermato: “Gli ucraini sono un popolo a sé stante. Per cosa stiamo combattendo?”.

I risultati dimostrano chiaramente che il Cremlino è andato molto più in là della maggior parte della società russa nella sua radicalizzazione imperialista-nazionalista. L’idea, espressa nell’articolo di Putin del 2021, che russi e ucraini siano “un solo popolo”, non è ancora ampiamente diffusa nella società russa e i “nuovi territori” – con l’eccezione della Crimea – non sono considerati dalla maggior parte dell’opinione pubblica come parte della Russia.

Naturalmente, sono presenti anche posizioni nazionaliste e imperialiste. Per un intervistato, la guerra si è ridotta a “ripulire la nostra provincia ribelle, che per qualche ragione si crede uno stato separato”. Tuttavia, tali opinioni sono minoritarie. La maggioranza dei russi è cinica nei confronti della retorica ufficiale del Cremlino e spesso vede la guerra come un conflitto geopolitico in cui nessuna delle due parti può rivendicare la superiorità morale. Questa logica, tuttavia, non esclude un’accettazione passiva della guerra, che molti sono giunti a considerare inevitabile. Inoltre, una parte significativa della popolazione sostiene la guerra a prescindere dalle motivazioni della Russia. Uno degli intervistati ha riassunto così questa posizione: “È strano stare dall’altra parte [a favore dell’Ucraina]. Beh, perché sei da questa parte. È lì che muoiono i tuoi parenti”.

Nel breve termine, il Cremlino ha accettato il cinismo e la passività del popolo russo. In realtà, sono stati proprio questi fattori a contribuire al consolidamento del potere di Putin in Russia. Il regime di Putin governa attraverso incentivi materiali, come le ingenti somme di denaro destinate a chi si arruola nell’esercito e le severe sanzioni per il dissenso. Nel lungo termine, tuttavia, il progetto del Cremlino per la Russia – così come quello per l’Ucraina – è profondamente ideologico. Putin ora considera la sua missione la “rieducazione” del popolo russo secondo principi conservatori e nazionalisti, ovvero la creazione di una nuova società. L’imponente apparato statale russo viene gradualmente riorientato per raggiungere questo obiettivo.

In Russia esiste un’opposizione all’imperialismo, che si è manifestata con azioni che vanno dai graffiti contro la guerra all’incendio degli uffici di leva. Finora, tuttavia, lo stato si è dimostrato piuttosto efficace nel disorganizzarla, isolarla e reprimerla. I gruppi di opposizione organizzati si sono in gran parte trasferiti all’estero e si trovano tutti in una profonda crisi. Non resta che sperare che questa crisi dell’opposizione sia trasformativa e non il suo canto del cigno.

Implicazioni globali

La rinascita dell’imperialismo russo sta ridisegnando la mappa geopolitica e geoeconomica globale. Con il suo primo attacco all’Ucraina nel 2014, il Cremlino ha invertito la tendenza alla smilitarizzazione dell’Europa successiva al 1989. Dopo anni di declino, le spese militari degli stati europei della NATO sono cresciute da 235 miliardi di dollari nel 2014 a 380 miliardi di dollari nel 2024, raggiungendo finalmente l’obiettivo del 2% del PIL a lungo richiesto dagli Stati Uniti. Nello stesso periodo, il numero di militari nel blocco europeo della NATO è aumentato da 1,8 milioni a 2 milioni. Inoltre, la Germania ha acconsentito nel 2024 al dispiegamento sul proprio territorio di missili a lungo raggio non nucleari statunitensi, e altri paesi europei come Francia, Italia, Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia e Polonia stanno pianificando di acquisire o sviluppare proprie capacità di attacco a lungo raggio. Il sistema missilistico statunitense più avanzato che verrà installato in Germania, il Long-Range Hypersonic Weapon (LRHW), ha una gittata di oltre tremila chilometri e può colpire non solo Mosca, ma gran parte della Russia europea. La NATO sta inoltre sviluppando nuovi corridoi terrestri per spostare rapidamente trecentomila soldati sul suo fianco orientale in caso di conflitto militare con la Russia. In sintesi, da un punto di vista geostrategico, la nuova guerra fredda tra Russia e Occidente è in pieno svolgimento. La differenza evidente rispetto alla situazione pre-1989 è che la Russia e i suoi alleati (ovvero Bielorussia, Eritrea, Corea del Nord e, prima della caduta di Assad, Siria) rappresentano solo il 3,5% del PIL mondiale in termini di parità di potere d’acquisto, rispetto al 10,5% del blocco sovietico. Inoltre, la NATO è ormai alle porte della Russia in Finlandia, Svezia e negli stati baltici.

C’è poi la questione della Cina. Alcuni osservatori, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron, hanno descritto la Russia come uno “stato vassallo” della Cina. Noi dubitiamo di questa affermazione. Con le opzioni di commercio estero della Russia ora fortemente limitate, la Cina ha certamente un vantaggio in alcune negoziazioni, ad esempio sul gasdotto Power of Siberia 2. Tuttavia, il rapporto complessivo tra Cina e Russia è di mutua dipendenza, non di controllo e sottomissione. Per la Cina, che ha un proprio conflitto latente con l’Occidente, lasciare che la Russia cada significa affrontare da sola il blocco politico ed economico più potente del mondo.

Per questo motivo, un certo livello minimo di sostegno economico e diplomatico al Cremlino è praticamente garantito. Allo stesso tempo, avvicinarsi troppo alla Russia, ad esempio stringendo un’alleanza militare formale, esacerberebbe il proprio conflitto con gli Stati Uniti, che la Cina preferisce gestire con cautela piuttosto che inasprire in modo sconsiderato. Questi calcoli determinano la politica cinese nei confronti della Russia, che comprende, da un lato, un’intensa cooperazione economica e la dichiarazione di sostegno espressa da Xi Jinping a Putin in vista delle elezioni presidenziali russe del 2024 e, dall’altro, un parziale rispetto delle sanzioni occidentali contro la Russia, soprattutto in ambito finanziario, e l’astensione da qualsiasi impegno di alleanza militare.

La grande questione, non affrontata in questo libro, riguarda la probabilità di un conflitto più ampio – forse persino un’escalation militare – tra Cina e Stati Uniti. Fattori strutturali, come lo scontro tra due potenti centri di accumulazione di capitale, rendono inevitabile tale scenario? O la sua possibilità dipende dall’azione di specifici attori? Quel che è certo è che l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 è un fattore legato all’azione individuale che mette ulteriormente a dura prova le relazioni sino-americane.

Oltre a modificare gli equilibri strategici delle potenze mondiali, l’invasione russa dell’Ucraina ha rivelato diverse verità geoeconomiche. In primo luogo, le sanzioni occidentali, incluso il congelamento di circa 300 miliardi di dollari di riserve della banca centrale russa, hanno dimostrato fino a che punto le relazioni economiche possano essere strumentalizzate nel contesto di un’economia moderna e globalmente integrata. In secondo luogo, la risposta della Russia ha dimostrato che un importante esportatore di materie prime può, di fatto, sopravvivere a un rapido disaccoppiamento dall’Occidente reindirizzando gli scambi commerciali verso paesi non occidentali e impegnandosi in una tradizionale mobilitazione economica di stampo capitalista-statale. Entrambi i fatti sono stati certamente notati da altre importanti economie semiperiferiche. Gita Gopinath, prima vicedirettrice generale del FMI, ha recentemente affermato che “i flussi commerciali e di investimento vengono reindirizzati lungo linee geopolitiche”. L’invasione russa dell’Ucraina ha contribuito a questo processo sia direttamente sia segnalando ad altri paesi ciò che era possibile.

L’attacco all’Ucraina non solo è costato centinaia di migliaia di vite, seminando caos e devastazione, ma ha anche alimentato una spirale di militarizzazione e di “blocco” del sistema internazionale. Naturalmente, il Cremlino da solo non avrebbe potuto raggiungere un simile risultato: è stato il prodotto sia di fattori strutturali sia di decisioni contingenti di altri governi. Ciononostante, il contributo della Russia a questa situazione è materiale e sostanziale. L’intensa competizione tra imperialismi rivali è ormai un fatto innegabile che richiede sia una riflessione accademica sia una risposta concreta da parte dei movimenti progressisti e internazionalisti.

Il nostro punto di vista intellettuale e politico

Abbiamo scritto questo libro dalla duplice prospettiva di ricercatori e attivisti internazionalisti contro la guerra. Le domande che ci poniamo – Qual è la natura dell’imperialismo russo moderno? Quali sono le sue forze motrici? – sono certamente legate ai dibattiti accademici nelle relazioni internazionali e negli studi russi. Eppure sono anche profondamente politiche. Il nostro interesse per queste domande deriva non solo dal loro posto nel dibattito scientifico, ma anche dalla loro rilevanza per le nostre convinzioni politiche personali. È proprio perché siamo politicamente coinvolti in queste questioni che vogliamo approfondire la nostra comprensione dell’imperialismo russo attraverso la ricerca empirica e la speculazione teorica. Siamo certamente di parte politica, ma miriamo a separare l’osservazione oggettiva dal giudizio soggettivo, come precetto di Weber. Durante la ricerca per questo libro, non avevamo risposte preconcette. Ci siamo lasciati guidare dalla teoria e dall’empirismo. Allo stesso tempo, crediamo che le nostre convinzioni politiche abbiano reso più acuto il nostro giudizio accademico.

In questo libro, ci concentriamo sugli sviluppi politici, economici, sociali e ideologici della Russia. Questo non perché consideriamo insignificanti gli sviluppi in altri paesi. Piuttosto, la nostra attenzione alla Russia è direttamente correlata alla nostra comprensione dell’imperialismo russo come un fenomeno con proprie cause interne, piuttosto che come una semplice reazione alle azioni di altri stati e ai cambiamenti del sistema internazionale, come sostiene Mearsheimer. Allo stesso tempo, quando trattiamo della Russia, prestiamo particolare attenzione all’integrazione di fonti ucraine, poiché riteniamo che offrano una prospettiva epistemica privilegiata sull’imperialismo russo. Come per altri elementi del nostro approccio, il nostro obiettivo è quello di raggiungere una migliore analisi e comprensione dell’oggetto di studio scelto.

  1. La presente analisi non intende costituire un commento sulla NATO in quanto tale, ma solo una descrizione della politica della NATO nei confronti della Russia. Ad esempio, la ripetuta affermazione della NATO di essere un’«alleanza difensiva» è discutibile, date le sue operazioni offensive negli stati dell’ex Jugoslavia, in Afghanistan e in Libia. Tuttavia, la posizione strategica della NATO dopo il 1991 non rappresentava una minaccia per la Russia. Come osserva il rapporto della RAND sul teatro europeo della NATO, «le forze armate della NATO si sono riorganizzate per concentrarsi su operazioni di stabilizzazione e su forze più leggere che possano essere dispiegate più facilmente al di fuori dell’area in luoghi come l’Afghanistan». In altre parole, l’attenzione della NATO si è allontanata da una guerra convenzionale con la Russia.

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