Una ragazza magrissima, di spalle, senza volto. Accanto, la richiesta: «Cercasi modelle taglia 38». Non è la pubblicità di un marchio, ma la locandina con cui un liceo ticinese promuove un’attività della sua Settimana della moda. Alcune studentesse e alcuni studenti l’hanno trovata inaccettabile. Hanno ragione, e meritano di essere ascoltati.
Quella locandina dice molto, in poche righe. Dice alle ragazze che il loro corpo va misurato e che, per essere viste, deve rientrare in una taglia. E i ragazzi? Possono partecipare alla parte creativa, ma in passerella non sono previsti. Alle ragazze spetta il ruolo del corpo da esporre, ai ragazzi quello di chi guarda o di chi crea. È uno schema vecchio, che la scuola dovrebbe aiutare a smontare, non riprodurre. E c’è di più: tutto questo insegna a ragazze e ragazzi quale corpo femminile è “giusto” avere e desiderare, e con quale metro giudicare le compagne.
Ridurre i corpi delle donne a misure e silhouette è il terreno su cui cresce una cultura che li giudica, li commenta, li tocca senza chiedere. Gli sguardi insistenti, i commenti sul fisico, le molestie nei corridoi e sui social non nascono dal nulla. Si nutrono di un immaginario in cui il corpo femminile è a disposizione dello sguardo altrui. È la stessa cultura che riproduce ruoli antichi e patriarcali: lei bella e silenziosa, lui protagonista. Una scuola che propone questo immaginario lo legittima.
E non lo fa in un momento qualsiasi. Negli ultimi tempi anche in Ticino sono emersi casi di docenti accusati di molestie, anche gravi, nei confronti di allieve. Si parla molto, giustamente, di educazione all’affettività e di rafforzare gli strumenti di segnalazione. Ma a che serve, se poi è la scuola stessa a diffondere immagini che riducono le ragazze a corpi da misurare ed esporre? Non si può insegnare il rispetto in aula e smentirlo sull’albo della scuola. Ogni volta che un’istituzione normalizza questo sguardo, rende l’abuso più difficile da riconoscere, più faticoso da denunciare e più facile da minimizzare.
C’è poi un altro problema. L’adolescenza è l’età in cui più spesso insorgono i disturbi alimentari. Il disagio verso il proprio corpo colpisce le ragazze e, sempre più, anche i ragazzi, stretti tra ideali di magrezza e di muscolatura. In questo contesto, fissare una taglia come requisito non è un dettaglio, ma un messaggio chiaro e anche molto pericoloso.
Se l’obiettivo è davvero sviluppare la creatività, le scelte possibili sono molte altre. Disegnare abiti per corpi diversi, di ogni taglia, genere e abilità, è una sfida ben più stimolante che vestire una 38. Si possono rovesciare i ruoli, mettere in scena il riciclo, chiedersi chi cuce i nostri vestiti e in quali condizioni. La creatività nasce dal mettere in discussione le norme, non dall’adeguarvisi.
Sarebbe ora che la scuola, e con lei la società, smettesse di considerare innocui questi messaggi. Non lo sono. Nessuna ragazza e nessun ragazzo dovrebbe uscire da scuola convinto che il proprio corpo abbia la misura sbagliata, o che il corpo di una compagna sia lì per essere guardato, giudicato, toccato.
