Lavorare meno, lavorare tutte e tutti: riprendersi la ricchezza prodotta!

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Il capitalismo attraversa una crisi strutturale, economica e sociale. La sua contraddizione fondamentale è sempre più evidente: mentre il progresso tecnologico permette di produrre una quantità crescente di ricchezza con sempre meno lavoro umano, milioni di salariati continuano a subire ritmi insostenibili, precarietà, salari insufficienti e disoccupazione.
Non è una fatalità economica. È il risultato dei rapporti di produzione capitalistici: la ricchezza è prodotta collettivamente, ma viene appropriata privatamente da una minoranza che detiene il capitale e i mezzi di produzione. Gli enormi guadagni di produttività, anziché tradursi in una riduzione generalizzata del tempo di lavoro, alimentano l’accumulazione del capitale, i profitti e le disuguaglianze.
L’automazione e l’intelligenza artificiale rendono questa contraddizione ancora più esplosiva. Il capitalismo trasforma una straordinaria possibilità di emancipazione umana in una minaccia per l’occupazione, i salari e le condizioni di vita. Ciò che potrebbe liberare l’essere umano dalla necessità di lavorare diventa uno strumento per intensificare lo sfruttamento.
Per questo la riduzione radicale dell’orario di lavoro, a parità di salario e senza intensificazione dei ritmi, è una rivendicazione centrale della lotta di classe. Non una concessione padronale, ma una conquista da imporre attraverso la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori.
Cinque ragioni fondamentali:

  1. Riprendersi i frutti del nostro lavoro! La produttività è il risultato del lavoro collettivo e delle conoscenze accumulate dalla società. I suoi benefici devono andare a chi produce la ricchezza, non agli azionisti e ai proprietari del capitale.
  2. Lavorare meno per lavorare tutti! Contro la disoccupazione, la precarietà e il ricatto padronale, occorre redistribuire il lavoro disponibile, riducendo drasticamente l’orario senza ridurre i salari e imponendo le necessarie assunzioni.
  3. Colpire i profitti, non i salari! La riduzione dell’orario deve essere finanziata attraverso una diversa distribuzione della ricchezza prodotta, sottraendo al capitale una parte del plusvalore oggi appropriato sotto forma di profitti e rendite.
  4. Combattere lo sfruttamento e le disuguaglianze! Ridurre il tempo di lavoro significa contrastare l’intensificazione dei ritmi, difendere la salute, favorire una distribuzione egualitaria del lavoro domestico e di cura e rafforzare la solidarietà di classe.
  5. Liberare il progresso tecnologico dalla logica del profitto! Automazione e intelligenza artificiale devono servire a soddisfare i bisogni sociali e a diminuire il lavoro necessario, non ad aumentare la redditività del capitale e il potere dei padroni.

La questione fondamentale è una questione di classe: chi controlla la ricchezza prodotta, chi decide come utilizzarla e chi beneficia del progresso tecnologico?

La riduzione dell’orario di lavoro (generalizzata, radicale, rapida, senza diminuzione di salario e con il relativo ingaggio di nuovo personale) non abolisce da sola lo sfruttamento capitalistico. Costituisce tuttavia una rivendicazione di rottura, perché mette direttamente in discussione la distribuzione della ricchezza, il potere padronale sull’organizzazione del lavoro e la subordinazione dell’intera società all’accumulazione del capitale.
Non dobbiamo lavorare sempre di più per arricchire una minoranza. Dobbiamo lavorare tutti, lavorare molto meno e riprenderci il controllo del nostro tempo, della nostra vita e della ricchezza che produciamo.

*testo dell’intervento in Gran Consiglio (lunedì 26 ottobre 2026) in merito alla mozione sulla riduzione dell’orario di lavoro

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