Stati Uniti: i Democratic Socialists a un bivio

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L’organizzazione Democratic Socialists of America (DSA) ha conosciuto una rapida crescita a partire dalla campagna di Bernie Sanders alle primarie presidenziali del Partito Democratico nel 2016. Oggi il DSA conta 120.000 iscritti. È la più grande organizzazione socialista negli Stati Uniti da un secolo a questa parte. La vittoria di Zohran Mamdani alle elezioni per il sindaco di New York, candidato nelle liste democratiche, nel 2025, i dibattiti attorno alle elezioni legislative del novembre 2026 e quelli sulle presidenziali del 2028 lo portano a un crocevia storico, nel quale la questione del rapporto con il Partito Democratico è centrale.

Il DSA non è un’organizzazione centralizzata. Al suo interno esistono correnti e controcorrenti su molte questioni — riformiste e rivoluzionarie — e una maggioranza troppo giovane per prendere posizione su questi temi. Tuttavia, attualmente si assiste al rafforzamento di alcune tendenze riformiste ed elettoraliste, nonché a un orientamento politico che, se portato fino alle sue estreme conseguenze, trasformerebbe il DSA in un’ala del Partito Democratico. Ciò rappresenterebbe un fallimento storico.

La posta in gioco è enorme per il destino del movimento socialista, nel momento in cui Trump tenta di imporre al mondo la propria visione neofascista. Il DSA diventerà l’ala sinistra del Partito Democratico, uno dei due grandi partiti borghesi che dominano il campo elettorale e i meccanismi dello Stato? Oppure diventerà una forza politica indipendente, capace di rappresentare un’alternativa ai due partiti capitalisti?

Eccezionalismo statunitense e indipendenza di classe

La questione dell’indipendenza della classe operaia rispetto ai due grandi partiti borghesi è al centro di ogni strategia socialista rivoluzionaria negli Stati Uniti. L’assenza di un partito di massa che rappresenti la classe operaia e i suoi alleati, legato al movimento sindacale come avviene con i partiti laburisti, socialisti o comunisti in altre parti del mondo, è un esempio emblematico dell’eccezionalismo statunitense.

La grande alleanza instaurata sotto il presidente Franklin Delano Roosevelt negli anni Trenta tra i sindacati e le organizzazioni nere servì a legare per decenni i lavoratori e le comunità razzializzate al Partito Democratico. La burocrazia sindacale ha sempre considerato utile questa alleanza, anche se i democratici difendevano ben poco gli interessi dei sindacati.

Ma negli ultimi decenni, l’attuazione delle politiche neoliberali da parte dei democratici ha messo in discussione il sostegno elettorale delle fasce operaie e popolari a questo partito. Al punto che, in Michigan, culla del sindacato UAW [United Auto Workers, uno dei maggiori e più potenti sindacati statunitensi, n.d.t.], il cinquanta per cento dei sindacalisti ha votato per Trump alle elezioni presidenziali del 2024.

Il Partito Democratico fatica quindi a presentarsi come un partito progressista degno del sostegno della classe operaia e degli strati popolari. Questa situazione dovrebbe aprire uno spazio a sinistra per un partito anticapitalista di massa. La costruzione di un partito di massa incentrato sulla classe operaia è un passo indispensabile per qualsiasi progetto anticapitalista che punti alla costruzione di una società socialista. È un’idea fondamentale della strategia e del programma socialista, che risale alle origini del movimento socialista. Nel Manifesto del Partito Comunista, Marx ed Engels dichiaravano che la formazione di un partito operaio indipendente era un passo indispensabile per l’emancipazione dei lavoratori.

L’esperienza Mamdani

La vittoria di Zohran Mamdani alle primarie del Partito Democratico gli ha assicurato la successiva vittoria alle elezioni generali per il sindaco di New York. Da allora, la strategia di presentarsi alle primarie del Partito Democratico ha preso piede.

Ma, per essere eletto, Mamdani aveva bisogno del sostegno politico e finanziario dei democratici e, dietro di loro, dei miliardari che controllano il partito. La governatrice centrista di New York, Kathy Hochul, aveva sostenuto Mamdani. Ma un simile sostegno crea dipendenze nei confronti delle forze borghesi, che finiranno per obbligarlo a fare concessioni a scapito degli interessi popolari.

Le recenti vittorie elettorali di candidate e candidati sostenuti dal DSA stanno inoltre scuotendo il Partito Democratico. Al suo interno infuria un dibattito sulla direzione del partito e sul posto dei progressisti. Da una parte vi sono i «moderati», spesso legati ai grandi finanziatori che hanno un peso considerevole nel partito; dall’altra, gli esponenti più vicini all’ala sinistra, attorno a Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez.

I primi si sentono minacciati dai progressisti e sostengono che un profilo politico troppo orientato a sinistra rischierebbe di alienare gli elettori moderati. Sanders e persino alcuni moderati più lungimiranti, invece, concepiscono il partito come una «grande tenda» (big tent), cioè un partito capace di riunire una varietà di posizioni politiche e ideologiche.

Ora, la proposta del partito «grande tenda» tenta alcuni esponenti del DSA. Per esempio, durante la recente campagna per le primarie del Partito Democratico per l’elezione a governatore del Wisconsin, Francesca Hong, deputata democratica e membro del DSA, era sostenuta dalle organizzazioni locali del DSA di Milwaukee e Madison, le due città più grandi dello Stato. Hong ha apertamente preso posizione a favore della «grande tenda», in un modo che lascia pensare che sosterrà un simile progetto.

Altre voci all’interno del DSA sembrano tentate dalla possibilità che la loro organizzazione possa ottenere un posto al tavolo del Partito Democratico, così da poter influenzare le scelte del partito.

Finora il DSA non aveva sostenuto alcun candidato alle elezioni presidenziali, ma alcuni membri della sua dirigenza sembrano favorevoli al sostegno del DSA a un candidato o a una candidata per le elezioni del 2028. Stanno tastando il terreno per vedere se sia possibile proporre che il DSA sostenga una candidata come AOC alle primarie del Partito Democratico.

Il primato dell’elettoralismo

Al di là della questione della partecipazione alle primarie del Partito Democratico, l’elettoralismo sembra occupare uno spazio sempre maggiore all’interno del DSA. Da alcuni anni l’organizzazione dedica molte energie al sostegno di candidati alle elezioni per diverse cariche.

Quasi tutti i candidati si presentavano nelle liste del Partito Democratico. Le sezioni locali del DSA conducono spesso campagne impressionanti, mobilitando centinaia, persino migliaia di volontari che fanno porta a porta nei quartieri strategicamente individuati.

Questa forma di militanza occupa così uno spazio sproporzionato nella vita dell’organizzazione, a scapito dell’attività militante in altri campi politici, tra cui i movimenti sociali, le manifestazioni di piazza e la partecipazione a collettivi insieme ad altre forze della sinistra. In breve, a scapito della costruzione di una strategia di fronte unico.

Nelle riunioni locali dell’organizzazione si sentono inoltre giovani militanti coltivare illusioni sulla possibilità di ottenere vere trasformazioni sociali e anticapitaliste attraverso la via elettorale. Questo orientamento riformista è lo stesso che la socialdemocrazia tedesca propugnava alla fine del XIX secolo.

Le primarie o no?

La questione del rapporto con il Partito Democratico divide da molto tempo la sinistra radicale statunitense. Oggi si discute dell’utilizzo dell’etichetta del Partito Democratico durante le elezioni.

Da una parte viene sostenuto il cosiddetto dirty break: l’idea che, poiché il sistema elettorale rende molto difficile la partecipazione dei partiti terzi, sia necessario utilizzare l’etichetta del Partito Democratico per ottenere un posto sulle schede elettorali e poter così vincere le elezioni.

Dall’altra, i sostenitori del clean break si oppongono a questa politica perché va contro la lotta per l’indipendenza di classe. I militanti della sinistra radicale più esperti che difendono questo orientamento non si fanno illusioni sulla possibilità di conquistare il controllo del Partito Democratico e di condurvi una politica indipendente dai capitalisti che lo controllano.

Ciononostante, tra i giovani militanti del DSA con poca esperienza sono molto diffuse le illusioni sulla possibilità di trasformare il carattere di classe del Partito Democratico.

L’orizzonte morboso del Partito Democratico

Il sistema politico statunitense, imperniato su due partiti capitalisti istituzionalizzati e caratterizzato da barriere alla partecipazione dei partiti terzi, radica l’illusione che esistano due partiti molto diversi tra loro, mentre in fondo difenderebbero lo stesso sistema capitalista.

Il profilo conservatore e apertamente filocapitalista del Partito Repubblicano contribuisce inoltre alla falsa illusione che il Partito Democratico sia un partito che difende gli interessi delle classi popolari, permettendogli di nascondere il proprio carattere capitalista, razzista e imperialista.

Dalla grande coalizione tra i sindacati e le organizzazioni nere statunitensi, il Partito Democratico serve a integrare, e quindi a confinare, la classe operaia nelle istituzioni dello Stato borghese.

La prospettiva politica dei socialisti che immaginano di integrarsi nel Partito Democratico per trovare un «posto al tavolo», influenzarne gli orientamenti o persino prenderne il controllo è illusoria. Peggio ancora, una prospettiva di integrazione nel Partito Democratico, con l’elettoralismo come principale attività politica, sprecherebbe l’enorme potenziale e l’opportunità storica di aiutare la classe operaia e le comunità razzializzate a rompere con il Partito Democratico.

Dove va il DSA?

Il DSA si trova dunque a un crocevia storico. La sua rapida crescita negli ultimi dieci anni dimostra la possibilità di costruire una grande organizzazione socialista negli Stati Uniti.

Il DSA continuerà a occupare una posizione subordinata all’interno del Partito Democratico, oppure traccerà un percorso che aiuti la classe operaia e tutte le persone oppresse a liberarsi dal controllo dei democratici e a trovare una voce indipendente, in direzione di un partito operaio di massa?

La seconda via sembra essere un passo indispensabile per qualsiasi progetto di trasformazione sociale anticapitalista. Il DSA sarà pronto a compiere questo passo?

*Kay Mann è membro di Solidarity, sezione statunitense della IV Internazionale. L’articolo è apparso su SolidaritéS n° 469 il 18 septembre 2026

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