La mobilitazione del 20 novembre di studenti e docenti ticinesi si inserisce nelle lotte europee contro la perdita di potere d’acquisto e le politiche di austerità.
L’appuntamento in Ticino si inserisce in un’ondata di proteste che attraversa l’Europa contro l’erosione dei salari, i tagli ai servizi pubblici e le politiche di austerità.
Anche in Ticino, la perdita di potere d’acquisto è ormai un dato incontestabile. Un recente studio ci dice che nel settore privato, tra il 2020 e il 2024, il salario mediano è aumentato di appena 190 franchi mensili, passando da 5’203 a 5’393 franchi. Una crescita del 3,7%, nettamente inferiore al 5,7% registrato a livello svizzero e soprattutto insufficiente a compensare un rincaro del 6,7%. Secondo i dati dell’Ufficio cantonale di statistica, i salari reali hanno così perso quasi il 3% del loro valore. E questo senza considerare pienamente l’impennata dei premi di cassa malati, degli affitti e di altre spese che gravano sempre più pesantemente sui bilanci delle famiglie.
Ancora peggiore la situazione dei dipendenti cantonali. Tra il 2021 e il 2026 gli adeguamenti salariali complessivi si sono limitati al 3%, mentre il rincaro ha raggiunto l’8,5%. Una perdita di salario reale superiore al 5%, che si è accumulata negli anni senza essere recuperata.
Non siamo di fronte a una fatalità economica. Questa erosione dei salari è il prodotto di precise scelte politiche. Da anni il Consiglio di Stato e la maggioranza del Gran Consiglio impongono una politica di contenimento della spesa pubblica, rifiutando di compensare integralmente il rincaro e scaricando sui salariati e sulle loro famiglie il costo delle proprie priorità finanziarie.
Anche da questo punto di vista il Ticino non è un’eccezione. In tutta Europa, l’inflazione degli ultimi anni ha colpito duramente il potere d’acquisto dei salariati e delle salariate. Il successivo rallentamento del rincaro non ha cancellato gli aumenti dei prezzi, mentre gli adeguamenti salariali sono rimasti spesso insufficienti a recuperare le perdite subite.
È su questo terreno che si sono sviluppate numerose mobilitazioni. In Francia, i sindacati sono scesi ripetutamente in piazza contro i tagli alla spesa pubblica e per aumenti salariali, e lo faranno ancora con lo sciopero del prossimo 5 novembre. In Belgio, scioperi e manifestazioni hanno contestato le politiche di austerità e le riforme antisociali. In Italia, le lotte sindacali hanno posto al centro il recupero dei salari, il rinnovo dei contratti e la difesa della scuola e della sanità pubbliche.
Al di là delle differenze nazionali, il meccanismo è sostanzialmente lo stesso: mentre il costo della vita aumenta, salari e prestazioni sociali non tengono il passo e i governi rispondono alle difficoltà dei conti pubblici con nuovi risparmi. A pagare sono soprattutto i lavoratori e le lavoratrici, i pensionati e le pensionate e le fasce popolari.
Nel settore pubblico questa offensiva assume una forma particolarmente evidente: alla perdita di potere d’acquisto si aggiungono i tagli agli organici, l’aumento dei carichi di lavoro e il peggioramento dei servizi. La scuola rappresenta uno dei terreni sui quali queste contraddizioni si manifestano con maggiore forza.
Le mobilitazioni europee pongono dunque una questione centrale: quella della distribuzione della ricchezza e delle risorse pubbliche. Mentre si invoca la necessità di risparmiare sulla scuola, sulla sanità e sui salari, in numerosi paesi europei vengono stanziate risorse crescenti per il riarmo. Non mancano dunque le risorse in assoluto: sono le priorità politiche e la loro ripartizione a essere in discussione.
È in questo contesto che si colloca la mobilitazione internazionale del 20 novembre contro l’austerità e la militarizzazione, alla quale si collega quella degli studenti ticinesi. La partecipazione dei docenti, impegnati contro i tagli alla scuola e per la difesa delle proprie condizioni salariali e di lavoro, rafforza il legame tra queste rivendicazioni.
La mobilitazione del 20 novembre rappresenta così un momento di convergenza tra lotte che hanno una radice comune: il rifiuto di far pagare ancora una volta ai salariati, ai giovani e alle classi popolari il prezzo delle politiche di austerità.
Perché difendere il potere d’acquisto non significa soltanto rivendicare salari più alti, ma anche battersi per servizi pubblici accessibili e di qualità e per una diversa distribuzione della ricchezza. È questa la posta in gioco, in Ticino come nel resto d’Europa.
*articolo apparso sul quotidiano LaRegione venerdì 30 ottobre 2026
