C’è qualcosa di paradossale, e francamente irritante, nelle anticipazioni sul rapporto della Commissione parlamentare d’inchiesta relative alla vicenda Hospita. A quanto pare, anche chi ha contribuito a portare alla luce fatti meritevoli di approfondimento, ossia i rappresentanti dell’Mps, finisce (…) (…) per ricevere una bella tirata d’orecchi. La colpa? Aver utilizzato politicamente la vicenda e aver assunto atteggiamenti eccessivamente polemici. Ma davvero?
Da quando in qua un parlamentare dell’opposizione dovrebbe scusarsi per aver esercitato con determinazione la propria funzione di controllo? Da quando la legittimità di una denuncia politica dipende dalla simpatia, dalla moderazione o dalle intenzioni di chi la presenta? L’opposizione fa l’opposizione. Non è tenuta a chiedere il permesso alla maggioranza, né a utilizzare toni graditi a chi detiene il potere. Può essere insistente, fastidiosa, persino sgradevole. Ciò che conta è se le questioni sollevate siano fondate e meritevoli di verifica. Naturalmente, anche l’opposizione deve rispettare i fatti e le persone. E se qualcuno ha formulato accuse infondate o adottato comportamenti concretamente scorretti, è giusto dirlo. Ma una cosa è accertare una scorrettezza, ben altra è distribuire giudizi sulle intenzioni politiche.
La Cpi dovrebbe anzitutto rispondere ad alcune domande: che cosa non ha funzionato? Chi avrebbe dovuto vigilare? Perché determinati problemi non sono stati individuati prima? Quali responsabilità istituzionali emergono e quali correttivi sono necessari?
Non dovrebbe invece trasformarsi in una sorta di consiglio di disciplina del dibattito parlamentare, nel quale si assegnano voti di condotta a chi ha avuto l’ardire di sollevare il problema. Se, come emerge dalle anticipazioni, il rapporto individua carenze nelle verifiche istituzionali, è proprio su queste che dovrebbe concentrarsi l’attenzione. E anche se non fosse stata dimostrata alcuna combine, ciò non renderebbe automaticamente illegittime o pretestuose le domande poste dall’Mps. Quanto alla presidente Natalia Ferrara, viene spontaneo chiedersi se non si sia smarrita la distinzione tra presiedere un organo d’inchiesta e impartire lezioni di buona educazione politica. Naturalmente il rapporto è opera di una commissione collegiale, ma chi la rappresenta dovrebbe essere particolarmente attento a non confondere l’accertamento dei fatti con la valutazione del comportamento degli avversari politici. Il rischio è quello di un messaggio assai poco rassicurante: denunciate pure ciò che non funziona, ma attenzione a non disturbare troppo. Altrimenti, alla fine, una nota sul registro la prendete anche voi. Una commissione parlamentare d’inchiesta non è una scuola elementare. E il suo compito non è distribuire pagelle di buona condotta.
Il rapporto integrale dovrà naturalmente essere esaminato prima di formulare un giudizio definitivo. Ma se le anticipazioni saranno confermate, la sensazione sarà quella di un’occasione almeno in parte sprecata. Perché in una democrazia sana il problema non è chi solleva il coperchio. Il problema è ciò che si trova sotto. E rimproverare chi ha sollevato il coperchio non rende certo più pulito quello che c’era dentro.
*avvocato. Articolo apparso sul quotidiano LaRegione mercoledì 4 novembre 2026
