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Le ultime settimane hanno visto una forte escalation nello scambio di tiri tra la resistenza libanese e le forze israeliane nel sud del Libano/territori a Nord dello stato sionista. Questa escalation è stata accompagnata da un’intensificazione delle dichiarazioni e delle minacce tra le due parti, con una crescente minaccia israeliana di lanciare una guerra totale su tutte le aree in cui Hezbollah è schierato, al fine di infliggere un destino simile a quello della Striscia di Gaza in termini di intensità dal punto di vista distruttivo. Tuttavia, mentre fonti dell’esercito israeliano affermano di essere pienamente pronto a condurre questa guerra, tali affermazioni sono contraddette dagli sforzi in corso per aumentare il numero di riservisti mobilitati da 300’000 a 350’000, innalzando l’età di uscita dalla riserva (da 40 a 41 anni per i soldati, da 45 a 46 per gli ufficiali e da 49 a 50 per gli specialisti come medici e personale di volo).
Inoltre, questi sforzi continuano a scontrarsi con l’insistenza del comando militare sionista sulla necessità di porre fine all’esenzione dal servizio di leva per gli studenti ultraortodossi della yeshiva, che aumenterebbe il numero di soldati senza aumentare il peso sulle famiglie e sui posti di lavoro delle attuali reclute e quindi sull’economia del Paese. Quindi, se da un lato gli sforzi per aumentare la mobilitazione indicano certamente la determinazione dei vertici militari a completare i preparativi per una guerra totale contro il Libano, dall’altro indicano che l’escalation di minacce da parte israeliana non riflette una reale intenzione di lanciare una guerra su larga scala contro il Libano nelle attuali circostanze, soprattutto perché tutti sanno che il costo di una tale guerra per lo Stato sionista sarebbe molto più alto di quello rappresentato dall’invasione di Gaza, sia al punto di vista dei costi umani (anche se l’esercito sionista si astenesse dall’invadere il territorio libanese e si limitasse a bombardamenti intensivi, come è probabile, il numero di vittime dei bombardamenti all’interno dello Stato di Israele rischia di essere inevitabilmente maggiore rispetto alla guerra contro Gaza), sia da quello militare (il tipo di equipaggiamento che l’esercito sionista dovrà utilizzare contro Hezbollah) che da quello economico.
Questa situazione rappresenta un serio problema per Israele, che non può condurre una guerra totale contro il Libano senza un forte aumento degli aiuti statunitensi, oltre a quelli già consistenti forniti da Washington nella guerra genocida contro Gaza. Inoltre, poiché Hezbollah è organicamente legato a Teheran, una guerra totale delle forze sioniste contro il Libano potrebbe estendersi all’Iran, che potrebbe lanciare razzi e droni contro lo Stato di Israele, come ha fatto lo scorso aprile. Alla luce di questa dipendenza dell’attacco israeliano dagli aiuti americani, l’improvvisa escalation della retorica di Netanyahu contro l’amministrazione Biden negli ultimi giorni è un ulteriore indizio che il governo sionista non è disposto a lanciare una guerra totale contro il Libano nelle attuali circostanze; infatti, il comportamento di Netanyahu nei confronti di Washington appare in netto  contrasto con il bisogno del suo esercito di un sostegno americano ancora maggiore di quello ricevuto finora.
È diventato quindi chiaro che Netanyahu sta scommettendo sulla vittoria di Donald Trump per un secondo mandato alle elezioni americane previste per l’inizio di novembre. Si sta comportando come un giocatore d’azzardo che ha deciso di puntare tutto quello che ha rischiando il tutto per tutto. Inoltre, Netanyahu sta beneficiando politicamente dell’escalation di tensione con l’amministrazione Biden, che sta aumentando la sua popolarità e lo fa apparire come un leader sionista che resiste alle pressioni esterne, anche nelle circostanze più difficili. Si sta preparando per un altro round di questo gioco politico, in particolare mostrando di poter contare su un forte sostegno nel Congresso degli Stati Uniti contro l’amministrazione Biden quando si recherà a Washington (il prossimo 24 luglio) per tenere il suo quarto discorso alla sessione congiunta della Camera dei Rappresentanti e del Senato.
Se Trump vincerà le elezioni, Netanyahu si aspetterà un sostegno senza quelle restrizioni e pressioni che l’amministrazione Biden ha recentemente cercato di imporgli. Se Trump perderà, Netanyahu probabilmente negozierà con l’amministrazione Biden e con l’opposizione sionista per ottenere garanzie sulla fine della sua dipendenza dall’estrema destra sionista nel suo governo e sulla formazione di un gabinetto di “unità nazionale” che egli guiderà fino alle prossime elezioni del 2026. L’opposizione, da parte sua, cercherà certamente di sbarazzarsi di lui, spaccando la coalizione su cui si basa il suo attuale governo alla Knesset e forzando le elezioni anticipate.
Tutto ciò non deve far pensare che la lotta politica all’interno dell’élite politica sionista sia tra falchi e colombe: è tra falchi e avvoltoi. Entrambe le parti, Netanyahu e l’opposizione, ritengono che non ci sia una terza opzione sul fronte settentrionale: o Hezbollah accetterà di ritirarsi verso nord in applicazione della risoluzione 1701 adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU dopo la guerra dei 33 giorni nel 2006, oppure Israele intraprenderà una guerra devastante contro Hezbollah a costi elevati, che tutti considerano necessaria per ripristinare la propria capacità di deterrenza, notevolmente diminuita sul fronte libanese dopo il 7 ottobre.

*articolo apparso sul blog dell’autore su Madiapart il 25 giugno 2024. Gilbert Achcar è professore presso il SOAS all’Università di Londra.

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