Il progetto da 20 miliardi di Pechino per il ferro di Simandou segna una svolta: la Cina non finanzia più solo infrastrutture, ma controlla direttamente miniere, ferrovie e porti africani.
Il giacimento di Simandou, nascosto nelle montagne del sudest della Guinea, contiene una delle più grandi riserve di ferro di alta qualità al mondo. Per quasi tre decenni è rimasto inutilizzato nonostante Rio Tinto, una multinazionale anglo-australiana, avesse condotto studi di fattibilità per anni tentando ripetutamente di avviarne lo sfruttamento. Il problema non era geologico, ma di natura logistica ed economica. Estrarre il minerale richiedeva la costruzione simultanea di una ferrovia di 600 chilometri, di un porto capace di gestire volumi enormi e di sistemi di trasferimento per caricare le navi. L’investimento necessario, stimato allora in oltre 15 miliardi di dollari solo per le infrastrutture, scoraggiava qualsiasi investitore che ragionasse secondo logiche tradizionali. Ma a novembre scorso la nave Winning Youth ha lasciato per la prima volta il nuovo porto atlantico di Morebaya, sulla costa guineana, con un carico di quasi 10.000 tonnellate di minerale di ferro estratto da Simandou. Tale spedizione ha segnato la fine di un blocco durato quasi tre decenni. Il progetto, il cui costo nel frattempo è lievitato a 20 miliardi di dollari, praticamente equivalente al prodotto interno lordo annuale della Guinea, è stato sbloccato grazie a un modello operativo che integra capitale, ingegneria e controllo logistico interamente cinesi in un sistema verticale che va dalla miniera alla nave. Questa trasformazione segna un passaggio decisivo nella presenza economica di Pechino nel continente africano. La Cina non si limita più a finanziare infrastrutture attraverso prestiti nell’ambito della Belt and Road Initiative, ma opera direttamente sui giacimenti minerari controllando l’intera catena del valore.
La svolta è arrivata quando il Winning Consortium, guidato dall’imprenditore cinese Sun Xiushun, ha ottenuto nel 2019 i diritti su due dei quattro blocchi minerari. Sun aveva già dimostrato di saper costruire sistemi logistici complessi in Guinea attraverso l’estrazione di bauxite, sviluppando dal 2015 in poi una rete integrata di porti, ferrovie e navi che ha reso la Guinea il primo esportatore mondiale di bauxite, e fornendo circa il 70% delle importazioni cinesi. Applicare al ferro le lezioni apprese con la bauxite ha permesso di sbloccare un progetto che pareva irrealizzabile.
La rapidità di esecuzione ha sorpreso l’intera industria mineraria. In pochi anni decine di aziende cinesi hanno lavorato simultaneamente su cantieri complessi, spesso in condizioni ambientali estreme. La nuova ferrovia transguineana, completata con tempi e costi inferiori alle previsioni iniziali, è oggi una delle infrastrutture più ambiziose del continente. Anche osservatori occidentali hanno dovuto riconoscere come le capacità operative cinesi, basate su un forte coordinamento tra industria, ingegneria e logistica, siano state a lungo sottovalutate. Alla base di questa capacità di esecuzione c’è una fitta rete di partnership che combina grandi gruppi statali cinesi e imprese formalmente private. Attraverso una serie di joint venture, Pechino è riuscita a ottenere un’influenza rilevante su entrambe le principali aree del progetto di Simandou. Una volta a pieno regime, il giacimento diventerà una fonte significativa di ferro per il mercato globale, offrendo alla Cina un’alternativa strategica alle forniture tradizionali e rafforzando il suo peso negoziale in un settore chiave dell’economia mondiale.
Quando l’oro nero diventa veleno: disastri ambientali e strategie di contenimento
Le narrazioni sui trionfi delle capacità cinesi si scontrano però con una realtà sul terreno fatta di inquinamento, disastri e tentativi sistematici di silenziare chi ne denuncia le conseguenze. A febbraio 2025 il crollo nello Zambia di una diga appartenente a Sino Metals, controllata dalla China Nonferrous Mining, ha provocato il rilascio nell’ambiente di una quantità di scorie tossiche che la compagnia ha inizialmente dichiarato essere di 50.000 tonnellate. Le indagini successive hanno rivelato che il volume effettivo superava il milione e mezzo di tonnellate, trenta volte di più. Arsenico, cianido e metalli pesanti hanno contaminato oltre cento chilometri del fiume Kafue, una delle principali fonti d’acqua per milioni di persone. Migliaia di pesci morti sono affiorati sulle sponde mentre a Kitwe, la città universitaria a valle, decine di studenti sono stati ospedalizzati dopo aver bevuto acqua contaminata.
Nove mesi dopo, a novembre, un copione simile si è ripetuto nella Repubblica Democratica del Congo. La rottura della diga della Congo Dongfang Mining, sussidiaria di Zhejiang Huayou Cobalt, ha riversato acqua acida nei quartieri attorno a Lubumbashi, la seconda città del paese. I canali lungo le strade si sono riempiti fino a straripare, allagando case e mercati. L’acqua ha raggiunto il fiume Lubumbashi uccidendo la fauna acquatica e contaminando i pozzi da cui dipendono famiglie che non possono permettersi l’acqua corrente. La povertà diffusa ha spinto alcuni abitanti a mangiare il pesce morto raccolto sulle rive nonostante gli avvertimenti sulla sua tossicità, semplicemente perché non avevano altro da dare alle loro famiglie quel giorno. Non si tratta di incidenti fortuiti, bensì delle conseguenze prevedibili di pratiche consolidate. In Ghana, il cosiddetto galamsey, termine locale per l’estrazione illegale dell’oro controllato in larga parte da operatori cinesi, ha distrutto oltre 100.000 acri di piantagioni di cacao, secondo i dati della locale associazione dei coltivatori.

L’estrazione mineraria mal regolata ha causato disastri ambientali in tutta l’Africa, come l’avvelenamento da piombo estratto illegalmente nello stato nigeriano di Zamfara, che nel 2010 ha provocato la morte di centinaia di bambini. Per quanto riguarda specificamente l’operato delle aziende cinesi, la devastazione si estende anche al settore forestale. In Camerun, la domanda asiatica ha alimentato la deforestazione accelerata del bacino del Congo, il secondo polmone verde del pianeta. La domanda globale di specie tropicali rare abbondanti nel bacino del Congo ha intensificato il taglio industriale a partire dal 1990. Quando nel 2018 l’Europa ha implementato misure per garantire la legalità del legname, la domanda si è spostata verso l’Asia. Nel 2019 la Cina era diventata il principale acquirente del legname camerunense, con importazioni per un miliardo di dollari. Le dinamiche fraudolente replicano quelle dell’estrazione mineraria: operatori locali ottengono permessi irregolari usati per coprire volumi estratti illegalmente, il legname viene trasportato attraverso confini porosi verso paesi vicini, da dove viene poi esportato con documenti falsificati. Il Camerun perde miliardi di franchi CFA in diritti di taglio e tasse non riscossi.
Di fronte ai danni causati, le aziende cinesi hanno adottato strategie per contenere le proteste. In Zambia, nei mesi successivi al disastro, funzionari di Sino Metals accompagnati da rappresentanti governativi hanno offerto agli abitanti somme tra cento e centocinquanta dollari in cambio di accordi che imponevano di non parlare del disastro, non intraprendere azioni legali e non rivelare l’esistenza dell’accordo stesso, il tutto accompagnato da azioni legali intimidatorie. Nel maggio scorso, la Camera di Commercio cinese in Zambia ha ottenuto un’ingiunzione per bloccare la trasmissione di un documentario investigativo sui problemi ambientali legati alle imprese cinesi nel paese. Reporters Without Borders ha definito il caso un esempio di SLAPP, cioè l’uso dei costi processuali per silenziare giornalisti minacciandoli di ridurli in rovina. Inoltre Sino Metals impiega droni nell’area del sito minerario per identificare attivisti e giornalisti, mentre la polizia ha arrestato più di una decina di persone.
Questi abusi sono resi possibili dalla debolezza strutturale dei sistemi di regolamentazione e controllo. Le agenzie ambientali di molti stati dell’Africa occidentale e centrale sono cronicamente sottofinanziate, prive di indipendenza reale e infiltrate dalla corruzione. Funzionari governativi e leader politici ricevono tangenti o rilasciano permessi attraverso processi opachi, mentre le valutazioni di impatto ambientale, pur essendo obbligatorie sulla carta, vengono nella pratica ignorate o usate per estorcere denaro. La sovrapposizione di competenze tra autorità federali, provinciali e locali crea inoltre zone grigie in cui le responsabilità si diluiscono. Molti paesi africani hanno una legislazione moderna, ma capacità di monitoraggio inesistenti, e ciò consente alle aziende, cinesi e non, di operare senza registrazione adeguata, protette da reti di complicità che arrivano ai vertici dello stato.

Le zone grigie: estrazione illegale, reti criminali e i lavoratori cinesi come vittime
La corruzione e la fragilità istituzionale, che permettono alle grandi imprese di operare con scarsa supervisione, favoriscono anche lo sviluppo di attività parallele difficili da monitorare. Accanto ai grandi progetti ufficiali prospera così un’industria mineraria illegale su scala semi-industriale, inserita in reti transnazionali e spesso intrecciata con gruppi criminali, che finisce per coinvolgere e danneggiare gli stessi lavoratori cinesi. Nel novembre scorso l’ambasciata cinese nella Repubblica Centrafricana ha diffuso un avvertimento insolito ai propri cittadini, segnalando casi di documenti confiscati, violenze, morti sospette e malattie contratte nei siti di estrazione aurifera. Il contesto è quello di un paese devastato da oltre un decennio di guerra civile, ma ricco di risorse minerarie di grande valore.
I lavoratori cinesi che arrivano in Africa attratti dalle promesse di guadagno facile scoprono spesso una realtà molto diversa da quella immaginata. Il rallentamento strutturale dell’economia cinese, con il settore delle costruzioni in crisi profonda e la domanda interna stagnante, ha lasciato milioni di persone senza prospettive. Le storie di fortuna rapida fatta scavando oro in Africa circolano sui social media e nelle province più povere della Cina orientale, spingendo persone disperate a investire i risparmi di una vita per raggiungere paesi di cui non sanno nulla. Arrivati a destinazione si trovano in contesti dove la violenza è endemica, le istituzioni statali sono inesistenti o complici dei trafficanti, e le vie di fuga sono bloccate dai debiti accumulati e dalla confisca dei documenti. La propaganda nazionalista cinese, che attraverso film di successo commerciale come “Wolf Warrior 2” alimenta l’idea di una Cina potente pronta a proteggere i propri cittadini ovunque si trovino, si scontra con l’abbandono reale in cui versano questi lavoratori. Il comunicato dell’ambasciata cinese nella Repubblica Centrafricana, che ammette pubblicamente il rischio di riduzione in schiavitù, rappresenta un’ammissione rara e imbarazzante. Nella maggior parte dei casi le autorità cinesi preferiscono invece il silenzio per non danneggiare le relazioni bilaterali con i governi africani e per non mettere in discussione la narrazione ufficiale della cooperazione reciprocamente vantaggiosa. I lavoratori cinesi diventano così vittime e al contempo strumenti di un sistema estrattivo che opera ai margini della legalità, sfruttando sia loro che le comunità locali in nome di profitti che finiscono altrove.
Risorse strategiche: competizione, debito e futuro incerto
La vulnerabilità dei lavoratori cinesi e la devastazione delle comunità locali sono fenomeni che si inscrivono in una competizione più ampia per il controllo delle risorse minerarie africane. Questa competizione vede protagonisti non solo la Cina, ma anche gli Stati Uniti e l’Europa, impegnati in una corsa per assicurarsi un accesso privilegiato ai giacimenti attraverso il finanziamento di infrastrutture concorrenti. A novembre il premier cinese Li Qiang si è recato in Zambia per rilanciare la ferrovia Tanzania-Zambia, un’infrastruttura storica oggi riattivata come corridoio strategico verso l’Oceano Indiano. Il progetto si colloca in aperta concorrenza con il corridoio di Lobito, sostenuto da Stati Uniti e Unione Europea, che mira a convogliare le stesse risorse minerarie verso l’Atlantico. La posta in gioco non è solo il trasporto delle materie prime, ma il controllo dei flussi commerciali e delle relazioni politiche lungo l’intera catena logistica. In parallelo, la crescente attenzione per la sicurezza delle rotte e dei nodi infrastrutturali è un indice di come la competizione economica sia sempre più intrecciata a una dimensione di influenza e presenza sul terreno.
Il modello operativo che la Cina applica oggi in Africa attraverso progetti come Simandou ha radici che aiutano a comprenderne l’evoluzione e i rischi impliciti. L’Angola occupa un posto centrale nel discorso cinese sullo sviluppo: un rapporto del 2017 dell’Università Renmin di Pechino la descrive come il primo banco di prova su larga scala di quello che sarebbe poi stato definito il “modello Angola”, un sistema in cui i prestiti per infrastrutture vengono ripagati attraverso esportazioni di risorse. Il modello emerge nei primi anni Duemila, quando il paese usciva dalla guerra civile gravato dal debito, e si proponeva come alternativa alle condizioni rigide imposte dal Fondo Monetario Internazionale e dal Club di Parigi, offrendo scadenze più lunghe e assenza di vincoli politici. Presentato come reciprocamente vantaggioso, il modello è stato però applicato in una fase di prezzi petroliferi elevati, che hanno attenuato solo temporaneamente le tensioni finanziarie. Oggi l’Angola è uno dei principali debitori africani della Cina e, dopo il crollo dei prezzi del petrolio, il servizio del debito ha progressivamente ristretto lo spazio fiscale per la spesa pubblica. Le valutazioni delle istituzioni finanziarie multilaterali continuano a mettere in evidenza una vulnerabilità strutturale. Progetti come la diga di Laúca, spesso citati nella narrazione cinese come esempi di cooperazione verde, illustrano bene queste ambiguità: se da un lato l’idroelettrico ha ampliato la capacità di generazione, dall’altro l’accesso all’energia resta fortemente diseguale. Grandi infrastrutture simboliche convivono così con una persistente povertà energetica e con interrogativi irrisolti su chi benefici realmente di questi investimenti.

La spinta cinese verso una maggiore presenza nel settore estrattivo africano risponde a esigenze strategiche ben definite. La Cina importa oltre il 70% del ferro da Australia e Brasile, una dipendenza che Pechino considera una vulnerabilità, accentuata negli ultimi anni dalle tensioni commerciali e diplomatiche con Canberra. Le imprese cinesi controllano oggi circa l’8% della produzione mondiale di ferro trasportato via mare, una quota destinata a crescere sensibilmente con l’entrata a regime di Simandou e di altri progetti africani. Questa espansione avviene però in un contesto contraddittorio: la domanda interna di acciaio è in calo, mentre nuove capacità produttive rischiano di alimentare un eccesso di offerta e di comprimere ulteriormente i prezzi. Inoltre i costi operativi di Simandou restano più elevati rispetto ai principali giacimenti australiani e brasiliani, a causa delle distanze e della complessità logistica. Gli investitori cinesi si trovano così in una posizione ambivalente, sospesa tra l’acquisizione di influenza strategica nel lungo periodo e rendimenti economici incerti nel breve e medio termine. A tale quadro si affianca l’uso del debito come strumento di influenza. Attraverso la ristrutturazione dei prestiti e la loro riconversione nella propria valuta, Pechino offre a diversi paesi africani, come ad esempio Kenya, Etiopia e Zambia, un sollievo finanziario immediato, rafforzando al tempo stesso il proprio peso nei loro bilanci pubblici. Questa dinamica può alleviare tensioni fiscali nel breve periodo, ma tende ad aumentare la dipendenza politica ed economica, complicando i tentativi di diversificazione dei partner e riducendo i margini di manovra dei governi nei confronti delle grandi imprese cinesi attive sul territorio.
Le promesse di trasformazione economica legate ai megaprogetti minerari si scontrano con ostacoli strutturali che rendono incerto ogni esito. Nella narrativa accademica cinese Simandou è presentato come un modello virtuoso di sviluppo sostenibile: un articolo pubblicato nel dicembre scorso dalla Lee Kuan Yew School of Public Policy lo descrive come un sistema integrato capace di superare i limiti che avevano bloccato per decenni i grandi gruppi minerari occidentali. In questa visione la Guinea acquisirebbe un corridoio infrastrutturale centrale per la propria economia, utile non solo all’estrazione ma anche ad agricoltura, commercio e sviluppo urbano, oltre alla possibilità di condividere rendimenti sul lungo periodo e competenze industriali. Questa narrazione però entra in tensione con i dati disponibili. Il piano Simandou 2040 punta a quadruplicare l’economia, e S&P ha innalzato il rating sovrano a B+ citando il progetto come punto di svolta, mentre il governo ha annunciato che il 5% dei ricavi minerari e il 20% di quelli ferroviari saranno destinati a istruzione e borse di studio in un paese dove oltre metà della popolazione resta analfabeta. Tuttavia i circa 50.000 lavoratori impiegati nella fase di costruzione scenderanno a 10.000–15.000 a regime, lasciando irrisolta la questione del reinserimento degli altri. Il precedente della revoca di una concessione di bauxite nell’agosto scorso testimonia inoltre che la giunta di Mamadi Doumbouya non esita a intervenire in modo autoritario contro investitori ritenuti inadempienti. Su un orizzonte di trent’anni, il rischio di rinegoziazioni forzate o blocchi locali lungo i 600 chilometri di ferrovia resta concreto, soprattutto in un contesto politico fragile.
L’espansione mineraria cinese in Africa poggia pertanto su basi instabili: l’interdipendenza tra investitori e governi ospitanti non garantisce stabilità, mentre i costi ambientali e sociali superano i benefici percepiti, e la distanza tra le narrazioni ufficiali e le esperienze concrete delle comunità locali continua ad ampliarsi.
*articolo apparso su substack.com il 19 gennaio 2026
Condividi:
- Fai clic per condividere su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
- Fai clic per inviare un link a un amico via e-mail (Si apre in una nuova finestra) E-mail
- Fai clic per condividere su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
- Fai clic per condividere su Bluesky (Si apre in una nuova finestra) Bluesky
