Ma chi sono questi baldi imprenditori che dirigono AITI e che combattono l’iniziativa antidumping dell’MPS?

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L’Associazione industrie ticinesi (AITI) è in prima fila nella campagna contro l’iniziativa dell’MPS “Rispettiamo i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale”, in votazione il prossimo 8 marzo.

Una scelta normale per un’associazione padronale del settore industriale. Ancora più spiegabile pensando che diversi comparti della produzione manifatturiera e industriale in Ticino prosperano perché riescono a bloccare i salari e poi a spingerli sempre più in basso.

È così che il settore della produzione in Ticino ha conosciuto sul periodo 2010-2024 solo una crescita dei salari del 2,7%, pari a una media annua dello 0,18%. In termini monetari lo spostamento – parlare di crescita ci sembra abusivo – è stato quasi impercettibile: dai 5’102 franchi del 2010 ai 5’240 franchi del 2024, una crescita media annua di ben 9,2 franchi… Ovviamente tutti bruciati dall’inflazione.

La mediana salariale mensile nel settore manifatturiero (comprendente i settori industriali secondo la statistica NOGA) è stata bloccata tra il 2010 e il 2024: da 4’603 a 4’605 franchi. Il dumping è anche questo, non solo e non tanto pagare salari sotto il minimo legale ma anche impedire qualsiasi crescita nel tempo e spingere verso il basso livelli salariali indipendentemente dal fatto che questi siano superiori ai minimi legali o contrattuali. Addirittura, in ben 6 rami manifatturieri si è registrata una diminuzione della mediana salariale tra il 2010 e il 2024. Appare quindi logico che i padroni di AITI siano ferocemente contrari alla nostra iniziativa.

C’è poi un altro aspetto della loro opposizione che è interessante analizzare ed è il seguente: «Qualora l’iniziativa dell’MPS venisse accolta, il cantone Ticino verrebbe trasformato in un gigantesco Grande Fratello che scoraggerebbe qualsiasi imprenditore dall’insediare o dal mantenere in Ticino attività economiche». I padroni dell’industria temono il potenziamento dei riflettori rappresentato dalla nostra iniziativa sulle loro politiche aziendali, sia in materia salariale che nella gestione della forza-lavoro. Timore che il velo sia alzato sulla violenza di classe imposta alle lavoratrici e ai lavoratori di questo cantone. Più controlli e informazioni significa più possibilità di esporre al pubblico il loro modo di fare impresa. E qui rischia di aprirsi il classico vaso di Pandora.
Per questo appare utile vedere chi sono questi dirigenti di AITI, quali aziende dirigono, quali sono le politiche che hanno difeso negli ultimi anni in materia di salari, contratti di lavoro e diritti di chi lavora nelle loro aziende. Ne esce un quadro inquietante.

Martino Piccioli – Plastifil SA (Vice-presidente di AITI)

Iniziamo dunque dal vice-presidente di AITI, Martino Piccioli. Quest’ultimo appartiene alla famiglia che controlla la ditta Plastifil SA di Mendrisio, attiva nella creazione di prodotti su misura in filo d’acciaio inox per diversi settori e applicazioni. La ditta è conosciuta dai sindacati per le condizioni di lavoro e salariali particolarmente penose. Alla famiglia Piccioli risultava insopportabile l’introduzione del salario minimo legale cantonale perché imponeva salari superiori a quelli pagati nella loro azienda. Per continuare a estrarre un corposo plusvalore dal lavoro dei propri dipendenti, la Plastifil ha dapprima cercato di costruire un sindacato padronale con l’aiuto della Lega dei Ticinesi, il famigerato sindacato TiSin, poi crollato davanti alla sua manifesta illegalità. L’obiettivo era quello di dotarsi di un sindacato casalingo con il quale firmare contratti collettivi aziendali per derogare al futuro salario minimo legale. Un’operazione resa possibile dalla clausola della legge cantonale che prevede la superiorità dei contratti collettivi, di settore o aziendali, rispetto al salario minimo legale. Piccioli, dopo aver perso TiSin, ha cercato di bloccare l’introduzione di un salario minimo legale, inoltrando ben due ricorsi al Tribunale federale, in compagnia di altre undici imprese. Anche in questo caso, il fronte padronale è stato sconfitto.

Mirko Audemars – R. Audemars SA (Membro di comitato AITI)

Attiva a Cadempino e nata dall’industria orologiera, la società ha spostato il suo campo d’intervento verso la fabbricazione di piccoli micro-componenti elettro-magnetici di precisione ed assemblaggi per il funzionamento di piccoli dispositivi high-tech. Ma c’è un tratto caratteristico che attraversa l’esistenza della R. Audemars SA: il rifiuto storico di aderire al Contratto collettivo di lavoro delle industrie orologiera e microtecnica svizzere: troppi diritti che avrebbero diminuito il margine di profitto aziendale. Anche la famiglia Audemars ha tremato per i propri profitti minacciati dall’entrata in vigore del salario minimo legale. Per questa ragione, in compagnia di altre undici aziende, ha finanziato i due ricorsi al Tribunale federale per scoraggiare questa grave minaccia…

Michele Perretti – Schindler Supply Chain Europe Ltd ((Membro di comitato AITI)

Le famiglie Bonnard e Schindler, che controllano il gruppo internazionale Schindler attivo nella costruzione di ascensori, vantano un patrimonio stimato tra i 13 e i 14 miliardi di franchi. La loro politica aziendale ha un principio inderogabile: remunerare sempre e comunque il capitale, inondando gli azionisti di dividendi anche in periodi di rallentamento del mercato. Ovviamente, ciò significa stringere sui salari. A tal punto che anche le trattative salariali per il rincaro, previste dal Contratto collettivo di lavoro dell’industria metalmeccanica ed elettrica, diventano per loro  insopportabili, una minaccia. A Locarno, sede della Schindler Supply Chain Europe Ltd, nel 2025 la presidentessa della Commissione del personale, dopo aver rivendicato aumenti lineari per tutti, riducendo quelli al merito, è stata licenziata senza troppi patemi d’animo. La stessa sorte è toccata a un altro membro della Commissione del personale. La direzione aziendale afferma che sono normali licenziamenti, dovuti a una riorganizzazione interna, nulla a che vedere con il ruolo svolto in seno alla commessione del personale. Certo. Ognuno tiri le proprie conclusioni!

Franco Puffi – Casram SA (Membro di comitato AITI)

A ottobre 2024, l’azienda è stata scossa da uno sciopero durato due giorni. Fattore scatenante: il licenziamento del presidente della Commissione del personale, che ha avuto il torto di opporsi a varie misure intraprese dall’azienda. In primo luogo il tentativo di uscire dal Contratto collettivo di lavoro dell’industria metalmeccanica ed elettrica. La mobilitazione dei dipendenti, capitanati dal presidente della commissione, ha obbligato la direzione a fare marcia indietro e a restare sotto il cappello contrattuale. Il presidente della commissione del personale ha poi cercato di modificare la situazione in azienda per quanto riguarda la sicurezza e il rispetto della salute degli operai in produzione. Azioni inaccettabili per la direzione che ha lo ha silurato.

Francesco Siccardi – Medacta International SA (Membro di comitato AITI)

Franceso Siccardi è il figlio di Alberto Siccardi, fondatore dell’azienda di famiglia attiva nella produzione di soluzioni chirurgiche per protesi articolari. L’azienda è il primo produttore europeo di protesi per anche e ginocchia, mentre occupa il 6° posto a livello mondiale. Presente in 12 paesi, il suo centro operativo principale è nel Mendrisiotto (direzione aziendale, centro di ricerca e sviluppo e la principale unità produttiva). La famiglia ha accumulato un patrimonio stimato tra i 2,5 e i 3,5 miliardi di franchi. Certamente l’impressionante crescita della cifra d’affari e dei profitti di Medacta Internatioinal SA è dovuta alla sua produzione innovativa ; ma la famiglia Siccardi si contraddistingue per i bassi salari offerti alla stragrande maggioranza della forza lavoro impiegata, operai e ingegneri senza distinzione. Nel 2017, prima dell’entrata in vigore del salario minimo legale cantonale, Alberto Siccardi si vantava che «un ingegnere appena laureato al Politecnico di Milano da noi prende almeno 3’000 franchi lordi, che al netto sono circa 2250 al primo impiego» (www.laprovinciaunicatv.it). La politica dei bassi salari continua ed è una specialità della casa. Ingegneri pagati 3’600-4’000 franchi lordi e operai stipendiati con il salario minimo legale sono ricorrenti in una società che sfrutta in particolare la forza lavoro frontaliera (70% del totale). Le fortune familiari si costruiscono anche così…

Adriano Agustoni – Sintetica SA (Membro di comitato AITI)

Attiva nel campo della farmaceutica, Sintetica SA dispone di due siti produttivi, entrambi in Svizzera, specializzati nella produzione di soluzioni iniettabili sterili. A Mendrisio lo stabilimento possiede due linee di produzione: una per le fiale in vetro e una per le fiale in polipropilene. A Couvet, canton Neuchâtel, la fabbrica è anche strutturata attorno a due linee di produzione: una per le sacche infusionali in polipropilene e una per i flaconi. Nel 2019 il fondo francese di private equity Ardian acquista una quota di maggioranza nel capitale di Sintetica SA. Viene confermato un piano d’investimenti di 60 milioni di franchi in quattro anni. Parallelamente, però, è avvito anche un pianto di ristrutturazione del personale. Tra fine 2024 e inizio 2025 la Sintetica SA licenzia 15 dipendenti a Mendrisio e 40 a Couvet. Un piano di ristrutturazione attuato mostrare ai potenziali acquirenti margini operativi più interessanti, perché l’obiettivo di Ardian è quello di disfarsi del gruppo al miglior prezzo possibile.

Lorenzo Amato – Mikron Switzerland AG Division Machining (Membro di comitato AITI)

Il gruppo Mikron possiede due siti di produzione ad Agno: la divisione Mikron Machining e la divisione Mikron Tool. La prima divisone è attiva nella realizzazione di sistemi di lavorazione ad alte prestazioni per la produzione di componenti metallici complessi e precisi in grandi volumi. La seconda produce utensili da taglio (punte) speciali di piccoli e medi diametri realizzati in metallo duro. Il gruppo negli anni non ha esitato a licenziare diverse decine di collaboratori appena la situazione si è fatta un po’ più tesa sul mercato. È stato il caso nel 2019 con 25 licenziamenti e nel 2020, con altri 47 licenziamenti. La divisione Mikron Tools ha pure licenziato un ex membro della commissione del personale perché era un militante del sindacato Unia.

Umberto Giovine – Consitex SA(Membro di comitato AITI)

La ditta Consitex SA, con due stabilimenti a Mendrisio e Stabio, appartiene al gruppo Gruppo Ermenegildo Zegna attivo nell’alta sartoria maschile di lusso. Consitex SA è anche la società più importante della comunità Ticino Moda, raggruppamento di società attive nell’industria tessile e della logistica, polo che doveva rappresentare, soprattutto nelle speranze del consigliere di Stato Christian Vitta, la nuova frontiera del made in Ticino. Per obbligare le ditte di Ticino Moda e in primo luogo la Consitex SA a rispettare i salari minimi legali ci sono voluti diversi anni. È solo dal 1° gennaio 2026 che il contratto collettivo di lavoro per l’industria dell’abbigliamento rispetta finalmente i salari minimi legali. Ma il contratto collettivo scade alla fine di quest’anno. E i padroni, trainati da Consitex SA, hanno già dato un assaggio delle loro pretese, in particolare fantasticando salari che strutturalmente fluttuano in funzione del rapporto di cambio fra franco svizzero ed euro…

Al servizio del profitto…

Questa breve analisi che si limita alla sola dirigenza di AITI permette di illustrare perfettamente un dato di fondo. I padroni – e i loro fedeli servitori politici – che si oppongono all’iniziativa contro il dumping salariale agiscono unicamente a difesa dei loro interessi di classe. Non vogliono perdere il controllo sugli strumenti che permettono loro di realizzare profitti, tra i quali, importante, la possibilità di ricorrere al dumping salariale. Per questo diffondono falsi discorsi secondo i quali l’iniziativa non serve a nulla, crea più burocrazia, costa troppo e, infine, crea una sorta di “grande fratello” grazie al rafforzamento deciso degli ispettori e delle ispettrici e alla pubblicazione dei dati raccolti. Il “grande fratello” preoccupa giustamente i padroni: qualsiasi strumento che possa costituire una minaccia all’esecuzione dei propri interessi è da combattere. Per farlo, cercano di generalizzare la difesa dei propri interessi di classe. Non bisogna farsi trarre in inganno: quello che va bene ai padroni non va bene ai salariati e alle salariate. Questo perché in gioco ci sono interessi antagonisti, quasi sempre inconciliabili fra chi impone il prezzo della forza-lavoro e coloro che possono solo venderla.

* sindacalista

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