Mentre il Medio Oriente brucia emerge l’impotenza di Pechino, che tra forniture silenziose e ritirate strategiche rivela la fragilità di un paese incapace di incidere quando lo scontro si fa aperto
Quello che segue è un quadro d’insieme, prima cronologico e poi tematico, delle relazioni tra Cina e Iran e del contesto in cui si sono sviluppate, soprattutto a partire dai bombardamenti americano-israeliani del giugno 2025. Con la nuova guerra appena iniziata il 28 febbraio, qualsiasi analisi della posizione cinese sarebbe prematura, mi limito quindi a ricostruire i fatti e le dinamiche che l’hanno preceduta, nella speranza che possano servire ai lettori per orientarsi. È una storia di dichiarazioni solenni e comportamenti elusivi, di forniture militari sottotraccia e assenze plateali nei momenti decisivi, di un commercio petrolifero enorme che sopravvive aggirando le sanzioni e di una partnership che, alla prova dei fatti, si rivela sempre più simile a un rapporto tra un cliente e un fornitore che a un patto tra pari.
Il punto di partenza è il 13 giugno 2025, quando Israele aveva lanciato attacchi aerei massicci contro siti nucleari e militari iraniani, e l’Iran aveva risposto con missili e droni sulle città israeliane. Nove giorni dopo, il 22 giugno, erano intervenuti gli Stati Uniti con l’Operazione Midnight Hammer, impiegando bombardieri B-2 e bombe anti-bunker per colpire gli impianti nucleari di Natanz, Fordow e Isfahan. Il cessate il fuoco è arrivato il 24 giugno, dopo dodici giorni di combattimenti che hanno provocato circa 610 morti in Iran e 28 in Israele.
La reazione di Pechino era stata eloquente nella sua cautela. Wang Yi aveva telefonato alle controparti iraniane e israeliane chiedendo moderazione, mentre Xi Jinping aveva parlato con Putin allineando con lui le posizioni retoriche e la SCO (Shanghai Cooperation Organisation) aveva emesso una condanna degli attacchi israeliani dalla quale l’India si è immediatamente dissociata. Insieme a Russia e Pakistan, la Cina aveva proposto una risoluzione al Consiglio di Sicurezza per un cessate il fuoco. Ciò che la Cina allora non ha fatto, però, è altrettanto significativo: nessun supporto materiale o militare a Teheran, nessuna iniziativa diplomatica concreta, nessuna condanna esplicita di Washington da parte di Xi Jinping in persona. Il presidente cinese, nei primi comunicati, ha evitato persino di nominare Israele direttamente, riservando i toni più duri alla conversazione privata con Putin.
Il dibattito pubblico cinese, per quanto filtrato dalla censura, ha lasciato trapelare un sentimento diffuso di scetticismo verso Teheran. Sui social network cinesi, i commenti più condivisi descrivevano l’Iran come militarmente incompetente e politicamente inaffidabile, un paese che pretendeva solidarietà da Pechino senza aver mai davvero abbracciato la partnership con convinzione. Un post molto circolato su WeChat sintetizzava il tono prevalente con una formula forte: l’Iran voleva che la Cina prendesse le pallottole al posto suo, e questa era pura fantasia.
Dall’estate all’inverno: tra petrolio, armi e pressioni americane
Un passaggio poco notato nei giorni immediatamente successivi al cessate il fuoco merita attenzione. Il 24 giugno Trump ha dichiarato che la Cina poteva continuare ad acquistare petrolio iraniano, una sortita che ha colto di sorpresa i suoi stessi funzionari al Tesoro e al Dipartimento di stato, e che è stata verosimilmente concepita come una concessione a Pechino nel quadro dei negoziati commerciali bilaterali. La dichiarazione metteva in evidenza la natura profondamente transazionale del triangolo Washington-Pechino-Teheran, nell’ambito del quale il petrolio iraniano funziona come merce di scambio in una partita che si gioca su tavoli multipli.
Il petrolio è la spina dorsale della relazione economica tra Cina e Iran. Pechino acquista tra l’80% e il 90% del greggio esportato dalla Repubblica islamica, una quota che nel 2025 ha oscillato tra 1,3 e 1,9 milioni di barili al giorno, pari a circa il 13-14% delle importazioni petrolifere cinesi totali. Il meccanismo è consolidato e opera in una zona grigia costituita da una flotta di navi che spengono i transponder, trasbordi in mare aperto al largo della Malesia, petrolio rietichettato come malese o omanita, e come acquirenti finali una costellazione di piccole raffinerie indipendenti nella provincia dello Shandong, le cosiddette “raffinerie teiere”, che operano con margini ridottissimi grazie allo sconto di sette-dieci dollari al barile rispetto ai prezzi di mercato. I colossi statali come Sinopec, PetroChina e CNOOC si tengono rigorosamente alla larga per evitare il rischio di sanzioni secondarie americane.
L’estate e l’autunno del 2025 hanno visto un’accelerazione sul fronte degli approvvigionamenti militari. L’umiliazione subita dai sistemi di difesa aerea iraniani durante la guerra dei 12 giorni, con gli S-300 di fabbricazione russa rivelatisi inefficaci contro i bombardieri americani, ha spinto Teheran a cercare forniture alternative. L’Iran aveva osservato con interesse le prestazioni dei sistemi d’arma cinesi nel conflitto tra India e Pakistan del maggio 2025, e durante l’estate il viceministro della difesa iraniano Oraei ha compiuto una visita segreta in Cina per accelerare i negoziati sull’acquisto di sistemi anti-aerei HQ-9 e caccia J-10. In parallelo, il Wall Street Journal ha riferito che l’Iran aveva ordinato dalla Cina migliaia di tonnellate di perclorato d’ammonio, un combustibile essenziale per i missili a propellente solido, in quantità sufficienti per la produzione di circa 800 missili. A settembre il presidente Pezeshkian è stato ricevuto a Pechino per la grande parata militare, dove Xi gli ha assicurato il sostegno della Cina “nella difesa della sovranità e della dignità nazionale iraniana”, formula rituale che a Teheran è stata accolta come un impegno politico e a Pechino è stata invece evidentemente considerata come una cortesia diplomatica.
L’autunno ha portato con sé anche un inasprimento delle pressioni esterne. Le Nazioni Unite hanno reimposto a settembre l’embargo sulle armi all’Iran, sospeso nel 2015 nell’ambito dell’accordo sul nucleare e ora ripristinato su iniziativa europea. Cina, Russia e Iran hanno contestato la decisione con una lettera congiunta in cui la definivano giuridicamente priva di validità. Intanto Washington ha imposto per la prima volta sanzioni dirette contro alcune raffinerie “teiere” dello Shandong, il terminale portuale di Rizhao e diverse navi della flotta fantasma, prendendo di mira il segmento più vulnerabile del circuito petrolifero. Il commercio bilaterale sino-iraniano, che nel 2024 aveva raggiunto i 13,4 miliardi di dollari, nei primi undici mesi del 2025 era già sceso a circa 9 miliardi, segno che le sanzioni cominciavano a mordere. In dicembre gli Stati Uniti hanno sequestrato nell’Oceano Indiano un cargo cinese diretto in Iran con componenti a doppio uso destinati a programmi missilistici e armamenti convenzionali.
Dicembre 2025, gennaio 2026: esercitazioni, proteste e silenzi
L’ultimo bimestre del 2025 e l’inizio del 2026 hanno offerto uno spaccato particolarmente rivelatore riguardo alle dinamiche in gioco. A dicembre, l’Iran ha ospitato per la prima volta sul proprio suolo le esercitazioni militari della SCO, denominate “Sahand 2025”, con la partecipazione di truppe cinesi, russe, indiane, pakistane e di altri sei paesi. Poche settimane dopo, a inizio gennaio 2026, la Cina ha preso parte alle esercitazioni navali BRICS “Will for Peace 2026” al largo del Sudafrica, cui ha partecipato anche la Makran, la più grande nave della marina iraniana. Le pressioni americane sul Sudafrica perché escludesse l’Iran si sono rivelate infruttuose. Sul piano formale, l’integrazione dell’Iran nelle strutture di sicurezza multilaterali a guida sino-russa proseguiva ininterrotta: membro della SCO dal 2023, dei BRICS dal 2024, Teheran accumulava adesioni istituzionali.
Nello stesso periodo, un altro evento ha messo alla prova la relazione sino-iraniana. Il 28 dicembre dell’anno scorso sono esplose in Iran proteste di massa legate al crollo del rial e all’aumento dei prezzi. La repressione è stata feroce e si è avvalsa di un arsenale tecnologico in larga parte di provenienza cinese. Aziende come Huawei, ZTE, Tiandy e Hikvision avevano fornito per anni equipaggiamento e competenze per la sorveglianza di massa, contribuendo alla costruzione della Rete Nazionale dell’Informazione (NIN), un sistema di internet nazionale controllato dallo stato e ormai quasi completato. Durante le proteste di gennaio, le autorità iraniane hanno imposto un blocco totale di internet durato oltre due settimane, utilizzando tecnologie di riconoscimento facciale per identificare i manifestanti e droni per il controllo delle folle, secondo un copione sperimentato dalla Cina nella regione dello Xinjiang e successivamente trasferito ai suoi partner. Apparati di disturbo delle comunicazioni, con ogni probabilità di fabbricazione cinese o russa, sono stati impiegati per bloccare i tentativi di accesso a Starlink. Pechino ha commentato le proteste con la laconica menzione che stava “seguendo da vicino la situazione” e con la consueta formula sull’opposizione “all’ingerenza negli affari interni”.
In quello stesso mese è arrivato un altro segnale che ha rafforzato un’impressione che già si stava consolidando. Gli Stati Uniti hanno rapito Nicolás Maduro dal Venezuela, paese in cui la Cina aveva investito decine di miliardi di dollari nell’arco di quasi vent’anni. Come già nel caso della caduta di Assad in Siria nel dicembre 2024, Pechino non ha mosso un dito per proteggere un partner. Si è ripetuto così uno schema ormai abituale: la Cina accumula partner, investimenti e dichiarazioni d’intenti, ma quando la situazione precipita si fa da parte. E questo schema era perfettamente visibile da Teheran, dove la dirigenza ne traeva conclusioni che si possono immaginare.
Il quadro militare, nel frattempo, si è complicato. La Russia e l’Iran avevano firmato nel gennaio 2025 un trattato ventennale di partenariato strategico comprensivo della cooperazione nella difesa. Nel dicembre 2025, secondo quanto riportato da Middle East Monitor, i due paesi hanno concluso un accordo da 589 milioni di dollari per la ricostruzione delle difese aeree iraniane, devastate durante il conflitto di giugno. L’aiuto russo, però, non sarebbe arrivato in tempo per la guerra che si stava profilando. Nel gennaio 2026 Cina, Russia e Iran hanno anche sottoscritto un patto strategico trilaterale per rafforzare la cooperazione politica e approfondire l’integrazione economica, un passo formalmente significativo ma dai contorni ancora vaghi.
Febbraio: negoziati, armi e preludio alla guerra
La telefonata del 4 febbraio tra Xi Jinping e Donald Trump ha lasciato intravedere la logica negoziale cinese. Trump ha sollevato la questione dell’Iran, Xi ha replicato enfatizzando Taiwan come la questione “più importante”, secondo un calcolo esplicito in cui le concessioni sull’Iran sarebbero state condizionate a contropartite su Taiwan e sui dazi commerciali. Lo stesso giorno Xi ha parlato anche con Putin, allineando le posizioni. Con la visita di Trump a Pechino prevista per inizio aprile e quella di Xi negli Stati Uniti attesa per l’autunno, la diplomazia sull’Iran si inseriva in un quadro bilaterale più ampio in cui Teheran rappresentava una pedina, per quanto importante, in una partita giocata su altri tavoli.
Il mese di febbraio è stato segnato da due dinamiche parallele che procedevano in direzioni opposte. Da un lato, i negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran, mediati dall’Oman, si sono intensificati a Ginevra con quattro round ravvicinati il 6, il 17, il 22 e il 26 febbraio. Il 27, alla vigilia degli attacchi, l’Oman ha annunciato che l’Iran aveva accettato di degradare le proprie scorte di materiale nucleare “al livello più basso possibile”, e Trump ha dichiarato di preferire la via diplomatica pur ribadendo che “tutte le opzioni restano disponibili”. Dall’altro, il rafforzamento militare dell’Iran con l’aiuto cinese proseguiva a ritmo serrato. Secondo un’inchiesta pubblicata dallo Straits Times il 24 febbraio, che citava sei fonti a conoscenza dei negoziati, l’Iran era vicino a concludere l’acquisto dei missili anti-nave supersonici CM-302, sistemi prodotti dalla China Aerospace Science and Industry Corporation (CASIC) con una gittata di circa 290 chilometri, progettati per eludere le difese navali volando a bassa quota e ad alta velocità. L’accordo, che era in discussione da almeno due anni, aveva subito un’accelerazione decisa dopo la guerra dei 12 giorni. L’Iran aveva inoltre adottato il sistema di navigazione satellitare cinese BeiDou in sostituzione del GPS, importato radar anti-stealth YLC-8B e sistemi missilistici HQ-9B.
Nelle stesse settimane, navi cinesi si sono posizionate nella regione. La Da Yang Yi Hao, classificata ufficialmente come nave da ricerca scientifica, è arrivata nel Mare Arabico a gennaio e ha seguito a distanza il gruppo di battaglia della USS Abraham Lincoln. La Liaowang-1, una nave di monitoraggio spaziale marittimo scortata da cacciatorpedinieri ha raggiunto il Golfo di Oman. Entrambe le unità fornivano capacità di sorveglianza e di raccolta di informazioni sui movimenti navali americani, dati che, secondo diverse analisi, venivano condivisi con Teheran. Immagini satellitari commerciali cinesi avevano del resto già rivelato il dispiegamento dei sistemi antimissile THAAD statunitensi in Giordania.
L’11 febbraio, intanto, Trump e Netanyahu hanno concordato alla Casa Bianca di premere per tagliare le vendite di petrolio iraniano alla Cina. La morsa si stringeva su Pechino da entrambi i lati, e il ministero degli Esteri cinese ha risposto con una formula tanto prudente quanto arzigogolata: “la cooperazione normale tra paesi, condotta nel quadro del diritto internazionale, è ragionevole e legittima, e va rispettata e protetta.”
Il 28 febbraio gli attacchi sono arrivati, e con essi l’uccisione della “Guida suprema” Khamenei. Wang Yi, in una telefonata con Lavrov del 1° marzo, ha definito “inaccettabili” gli attacchi e l’assassinio del leader di uno stato sovrano, così come l’incitamento al cambio di regime da parte di Trump, avvertendo che il conflitto rischia di spingere il Medio Oriente “verso un abisso pericoloso”. L’agenzia Xinhua, in un editoriale, ha parlato di “aggressione sfrontata contro una nazione sovrana”. Vale la pena notare che le parole più dure sono state pronunciate in una conversazione diplomatica bilaterale, per sua natura meno impegnativa di una presa di posizione pubblica ufficiale, mentre il comunicato del ministero degli Esteri è rimasto su toni più misurati. Xi Jinping, al momento in cui scrivo, non ha rilasciato alcuna dichiarazione personale.
Le poste in gioco: petrolio, alleanze mancate e il gioco lungo di Pechino
Per comprendere la postura cinese conviene allargare lo sguardo oltre la cronologia degli ultimi otto mesi e considerare i nodi strutturali della relazione, a partire dalla sua fondamentale asimmetria. La Cina è il primo partner commerciale dell’Iran, ma l’Iran è solo il trentottesimo della Cina. Il volume degli scambi sino-iraniani impallidisce se confrontato con quello che Pechino intrattiene con i paesi arabi del Golfo, verso i quali confluiscono investimenti, mega-progetti infrastrutturali e acquisti energetici su una scala incomparabilmente maggiore. Al tempo stesso, il 45% del petrolio e il 30% del gas naturale importati dalla Cina transitano dallo Stretto di Hormuz, una vulnerabilità che rende qualsiasi escalation nel Golfo Persico una minaccia diretta alla sicurezza energetica cinese. Pechino si trova così stretta in una contraddizione difficile da sciogliere: l’Iran è l’unico paese in grado di bloccare quello stretto, ma gli interessi cinesi nella regione impongono di mantenere buoni rapporti con tutti i suoi vicini, a cominciare da un’Arabia Saudita con cui il volume d’affari è di un ordine di grandezza superiore. Per l’Iran la Cina è tutto; per la Cina l’Iran è un fornitore di greggio scontato e un tassello utile nel mosaico geopolitico anti-americano, ma in nessun caso un alleato per il quale valga la pena esporsi.
Questa asimmetria ha trovato la sua espressione più vistosa nell’accordo di cooperazione strategica globale Cina-Iran firmato nel 2021, che prometteva 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi in 25 anni nei settori dell’energia, delle infrastrutture, delle telecomunicazioni e della sicurezza. All’atto pratico, gli investimenti cinesi diretti in Iran ammontavano a meno di 4 miliardi alla fine del 2023, le grandi imprese di stato si tenevano alla larga per timore delle sanzioni americane, e i progetti completati si limitavano ad alcune linee della metropolitana di Teheran, all’inaugurazione di un corridoio ferroviario attraverso l’Asia Centrale nel giugno 2025 e a un pugno di iniziative nel settore energetico rimaste per lo più sulla carta. La cooperazione militare ufficiale tra i due paesi era congelata dal 2005, con l’ultima vendita di sistemi d’arma completi risalente a un’epoca ancora precedente. Le forniture degli ultimi anni hanno riguardato componenti a doppio uso, precursori chimici, tecnologie di sorveglianza, cioè tutto ciò che poteva essere ceduto senza lasciare un’impronta troppo visibile.
L’accordo del marzo 2023 tra Iran e Arabia Saudita, mediato dalla Cina, aveva rappresentato un momento di apparente svolta nella diplomazia cinese in Medio Oriente. Pechino lo aveva presentato come la prova della propria capacità di agire da mediatore internazionale responsabile, un’alternativa credibile al modello americano degli Accordi di Abramo. In realtà, Iraq e Oman avevano condotto anni di negoziati preparatori, e la Cina era stata coinvolta nella fase finale come garante formale, raccogliendo il merito politico di un processo che altri avevano costruito. L’accordo prevedeva la riapertura delle ambasciate e l’implementazione di intese bilaterali risalenti al 1998 e al 2001. Il fatto sorprendente è che abbia formalmente retto nonostante il genocidio israeliano a Gaza, il conflitto in Libano, la caduta di Assad in Siria e la stessa guerra dei 12 giorni, con una terza riunione trilaterale tenutasi a Teheran nel dicembre 2025. Ora che l’Arabia Saudita è stata colpita dai missili iraniani nella risposta del 28 febbraio, l’accordo appare come il simbolo di un’ambizione diplomatica cinese che si è scontrata con la realtà della regione.
Resta da valutare il destino di ciò che in Occidente viene comunemente definito il fronte “multipolarista” o, con un acronimo più aggressivo, il CRINK: Cina, Russia, Iran, Corea del Nord. La sigla suggerisce un’alleanza strutturata, ma la realtà corrisponde a una serie di relazioni bilaterali di convenienza, con Mosca e Pechino al centro. Mosca e Teheran hanno formalizzato negli ultimi mesi un partenariato strategico e un piano di ricostruzione delle difese aeree iraniane, ma nei passaggi decisivi l’aiuto è rimasto, come si è visto, insufficiente e tardivo. Quando l’Iran è stato bombardato nel giugno 2025, la Russia, impantanata in Ucraina, ha offerto solo solidarietà verbale, la Cina si è limitata a emettere comunicati stampa e la Corea del Nord ha rilasciato dichiarazioni propagandistiche di routine. I BRICS hanno evidenziato in occasione del vertice di Rio de Janeiro nel luglio 2025 tutte le loro fratture interne, con India, Emirati e Sudafrica che hanno rifiutato di schierarsi contro Washington. L’Arabia Saudita, dal canto suo, non ha mai accettato formalmente l’adesione. La SCO, per la quale la condanna degli attacchi israeliani è stato il risultato più ambizioso raggiunto, ha tra i suoi membri principali l’India, che si è subito dissociata. Il CRINK, in altri termini, è un costrutto analitico occidentale che attribuisce a quattro paesi molto diversi tra loro una coerenza strategica che semplicemente non possiedono. La Cina è una potenza economica globale con interessi in ogni continente, la Russia è una potenza militare impantanata in un conflitto europeo, l’Iran è una potenza regionale in crisi permanente, la Corea del Nord è un regime nucleare con un’economia marginale. Ciascuno di questi paesi persegue obiettivi propri, e la convergenza anti-americana che li avvicina è più una reazione situazionale che un progetto condiviso.
La lettura prevalente tra gli analisti è che Pechino stia giocando una partita lunga. Un Iran indebolito diventa più dipendente dalla Cina, mentre un coinvolgimento prolungato degli Stati Uniti in Medio Oriente distoglie risorse dal Pacifico. Si tratta di considerazioni in realtà molto deboli ma sulle quali Pechino è costretta a ripiegare in virtù di una situazione su cui ha poca presa. Il Medio Oriente, del resto, occupa nella gerarchia delle priorità cinesi una posizione peculiare, che si potrebbe definire come la più importante tra le regioni secondarie: nessun “interesse vitale” è in gioco, a differenza di Taiwan, del Mar Cinese Meridionale o dello Xinjiang, e la politica verso la regione è storicamente delegata alle burocrazie ministeriali, raramente elevata al livello della leadership suprema. La Cina non dispone di leve militari su Teheran, non ha patti di difesa reciproca con nessuno dei suoi partner e non è in grado di proiettare forza nella regione. Ma può fornire tecnologia, comprare petrolio a prezzo scontato, offrire supporto diplomatico alle Nazioni Unite e, come hanno dimostrato le settimane precedenti il 28 febbraio, posizionare navi spia e condividere dati di intelligence in modo da complicare i piani militari americani senza mai attraversare la soglia di un coinvolgimento diretto.
L’Iran, dal suo canto, non si è mai consegnato interamente alla Cina. La società iraniana conserva una diffusa ostilità a ogni autoritarismo, la classe dirigente, almeno fino a ieri, coltivava aspettative verso l’Europa e verso Washington che gli accademici cinesi hanno notato con crescente frustrazione, e il forte senso di autonomia nazionale impedisce a Teheran di accettare il ruolo di partner subalterno che Pechino sembra disegnare per lei. Lo stesso vale, in fondo, per la Siria di Assad prima della caduta e per il Venezuela di Maduro prima del rapimento. In tutti questi casi la Cina ha investito, ha dichiarato solidarietà, ha costruito infrastrutture e circuiti finanziari paralleli, ma quando il momento della verità è arrivato si è fatta trovare altrove.
Alla vigilia del 28 febbraio, il quadro era quello di una Cina che rafforzava silenziosamente le capacità militari iraniane con radar, missili, dati satellitari e sorveglianza navale, pur continuando a predicare moderazione e dialogo. Una doppiezza coerente con il calcolo di lungo periodo, quello di rendere l’Iran abbastanza resistente da complicare i piani americani, senza mai esporsi al rischio di un confronto diretto con Washington.
La guerra, peraltro, coglie la Cina in un momento di fragilità interna considerevole. Il 4 marzo si aprono le cosiddette “Due sessioni” annuali, cioè le sedute dell’Assemblea nazionale del popolo e della Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese, i due organi di tipo parlamentare che formalizzano ogni anno le principali decisioni politiche ed economiche del paese. Quest’anno le sessioni dovranno adottare il nuovo piano quinquennale, che stabilirà gli indirizzi economici per il resto del decennio in un contesto di seria difficoltà. I mesi di gennaio e febbraio hanno registrato un’impennata di proteste in tutto il paese per stipendi non pagati, un fenomeno che ha coinvolto i lavoratori di aziende private ma anche quelli di grandi gruppi statali, segnale di tensioni strutturali che il rallentamento della crescita rende sempre più difficili da contenere. A complicare il quadro, ampie purghe hanno destabilizzato l’esercito nel corso degli ultimi mesi, con le ultime epurazioni arrivate proprio alla vigilia dello scoppio della guerra, indizio di fratture politiche interne la cui portata resta difficile da valutare dall’esterno.
Sul piano internazionale, come già menzionato, a inizio aprile Trump sarà a Pechino per un vertice che dovrebbe in teoria rimettere sui binari i rapporti sino-americani, fattisi tesi in conseguenza della guerra dei dazi, della competizione tecnologica e di una serie di altri dossier aperti. Si è parlato anche di una possibile tappa di Trump a Pyongyang per incontrare Kim Jong Un, dopo le aperture diplomatiche reciproche tra Marco Rubio e il leader nordcoreano, che ha pronunciato le sue dichiarazioni distensive in chiusura dell’importante congresso quinquennale del Partito del lavoro: un altro tassello del cosiddetto “fronte multipolarista” che potrebbe entrare in una fase di ridefinizione. Intanto, mentre l’attenzione mondiale è concentrata sul Medio Oriente, è scoppiata una guerra aperta anche tra Pakistan e Afghanistan, con pesanti bombardamenti reciproci che hanno colpito fra l’altro la stessa Kabul e provocato numerose vittime. Si tratta di due paesi su cui Pechino aveva investito in modo massiccio, dal Corridoio economico Cina-Pakistan da 60 miliardi di dollari ai progetti infrastrutturali in Afghanistan avviati dopo il ritorno dei talebani al potere, pensati anche come tasselli di un’espansione egemonica cinese in Asia Centrale e Meridionale. In entrambi i paesi, tra l’altro, personale e infrastrutture cinesi sono stati ripetutamente oggetto di attacchi con vittime, ad opera di gruppi islamisti in Afghanistan e di indipendentisti nel Belucistan pakistano, a testimonianza di quanto la presenza cinese nella regione resti fragile e contestata sul terreno. La guerra rischia di mandare a monte questi piani, e la diplomazia cinese non è riuscita a svolgere alcun ruolo di mediazione tra Pakistan e Afghanistan, come già nel caso del conflitto tra Thailandia e Cambogia nei mesi scorsi, confermando una scarsa capacità di incidere quando le crisi passano dalle parole alle armi. Impossibile, al momento, prevedere quali effetti la guerra in Medio Oriente avrà su tutto questo. È solo appena cominciata.
*articolo apparso il 2 marzo sul blog dell’autore.
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