Svizzera. Aumento dell’IVA per l’AVS? Un NO il prossimo 29 novembre per promuovere una mobilitazione a favore di un’AVS popolare

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Il prossimo 29 novembre, le persone aventi diritto di voto in Svizzera dovranno pronunciarsi su un aumento dello 0,4% dell’IVA destinato a finanziare, solo in parte, la 13ª rendita AVS a partire dal 2028. La questione è oggetto di dibattito all’interno del movimento sindacale: l’Unione sindacale svizzera (USS) invita a maggioranza a votare SÌ per garantire un «finanziamento solido» della 13ª rendita AVS (Comunicato stampa dell’USS, 20 agosto 2026). Ma una minoranza di sindacalisti sostiene il NO: l’IVA è un’imposta antisociale, a differenza dei contributi salariali; inoltre, l’AVS non ha un bisogno urgente di risorse supplementari, quindi non vi è alcun motivo per cedere al diktat del padronato e della destra, che impongono questo finanziamento attraverso l’IVA (gli argomenti sono sviluppati nel contributo di Agostino Soldini, segretario centrale del Sindacato dei servizi pubblici, pubblicato nell’edizione del 4 settembre 2026 del giornale Services publics). Anche fermandosi qui, le ragioni del NO prevalgono.

Vittoria anticipata del padronato

«Libertà di voto sul finanziamento complementare dell’AVS: i datori di lavoro si concentrano sulla riforma AVS 2030»: la presa di posizione pubblicata dall’Unione svizzera degli imprenditori (USI) il 21 agosto 2026 richiama tuttavia l’attenzione su un’altra dimensione cruciale: la votazione del 29 novembre deve essere considerata nella prospettiva della prossima battaglia riguardante il futuro dell’AVS, quella relativa alla riforma AVS 2030, preparata sotto la guida della consigliera federale socialista Elisabeth Baume-Schneider (per una presentazione di AVS 2030, si veda su questo sito l’articolo del 29 maggio 2026 AVS2030: attenzione al «buon compromesso»!).

Come vede questo legame il padronato? «La libertà di voto [offre] il più ampio margine di manovra strategico in vista delle prossime deliberazioni sulla riforma AVS 2030. […] L’Unione [svizzera degli imprenditori] concentrerà ora i propri sforzi sulla riforma AVS 2030. Questa dovrà prevedere misure strutturali che consentano di finanziare la previdenza per la vecchiaia a lungo termine, garantendo al contempo l’equità tra le generazioni. […] Indipendentemente dall’esito della votazione [del 29 novembre], l’USI sottolinea che, dal punto di vista economico, la decisione di aumentare l’IVA segna il limite degli oneri supplementari che è possibile sostenere.»

Tradotto in parole semplici: dall’approvazione della 13ª rendita nel marzo 2024, il padronato e i suoi referenti politici hanno, in primo luogo, condotto una campagna per escludere qualsiasi aumento dei contributi salariali destinato a finanziare l’AVS, in nome, tra l’altro, dell’«equità tra le generazioni» (si veda sul nostro sito l’articolo del 5 febbraio 2026: le fandonie del padronato sul finanziamento dell’AVS). Indipendentemente dall’esito della votazione di novembre, il padronato ha quindi già vinto su questo punto: non solo il finanziamento attraverso i contributi salariali è stato abbandonato a favore dell’IVA, ma il movimento sindacale, insieme ai parlamentari del Partito Socialista e dei Verdi, sancisce questa scomparsa.
In secondo luogo, gli ambienti borghesi vogliono assolutamente imporre nell’AVS quelle che definiscono «misure strutturali», vale a dire principalmente un aumento generalizzato dell’età pensionabile, per esempio sotto forma di un automatismo che colleghi l’età pensionabile all’aumento della speranza di vita[1]. Dopo l’approvazione della 13ª AVS, hanno scelto di affamare finanziariamente l’assicurazione sociale per cercare di creare una situazione che permetta loro di imporre questo cambiamento impopolare. L’aumento dello 0,4% dell’IVA sottoposto al voto in novembre rientra in questo piano: copre solo circa la metà delle spese supplementari generate dalla 13ª AVS. E se questo finanziamento verrà respinto, come sostiene il Partito liberale-radicale (PLR), questa pressione sarà rafforzata.

Si comprende quindi perché l’UPS si conceda il lusso della «libertà di voto» per il prossimo novembre: quale che sia il risultato della votazione, il padronato ha già ottenuto importanti vantaggi in vista di AVS 2030.

Una china fatale per il movimento sindacale

E per quanto riguarda il movimento sindacale? Il percorso seguito, dalla campagna a favore della 13ª AVS fino alla raccomandazione, due anni dopo, di votare SÌ al finanziamento attraverso l’IVA, traccia una china chiara e inquietante.

Durante la campagna in vista della votazione del marzo 2024 sulla 13ª AVS, i portavoce del movimento sindacale sostenevano giustamente, innanzitutto, che la situazione contabile dell’AVS era sana e che l’introduzione di una 13ª rendita non avrebbe creato un’urgenza finanziaria; in secondo luogo, che in caso di necessità di un finanziamento supplementare, questo avrebbe dovuto essere garantito attraverso i contributi salariali, il metodo storico e solidale di finanziare l’AVS.

Successivamente, durante il dibattito parlamentare dedicato al finanziamento della 13ª, la sinistra e il movimento sindacale si sono allineati a un «compromesso» elaborato insieme agli eletti del Centro, che prevedeva un finanziamento per metà attraverso i contributi salariali e per metà attraverso l’IVA, coprendo integralmente le spese generate dalla 13ª.

Poi, durante l’ultima votazione parlamentare su questo tema, nel giugno 2026, una maggioranza di destra è riuscita a far naufragare la componente relativa ai «contributi salariali» di questa combinazione. Solo la parte relativa all’«IVA» ha ottenuto una piccola maggioranza, mentre numerosi eletti di destra sono rimasti contrari perché questo finanziamento non è temporaneo.

Invitando a votare SÌ all’aumento dell’IVA, l’USS si trova così a difendere un metodo di finanziamento che ha sempre denunciato come antisociale, contro una destra che porta avanti il proprio vantaggio senza alcuno scrupolo. E insieme al padronato, che può permettersi il lusso di contare i punti… e di accumulare risultati.

Perché la cosa non finisce qui. Poiché i dirigenti dell’USS sanno bene che il finanziamento attraverso l’IVA non corrisponde a ciò che il movimento sindacale sostiene, né agli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, cercano di giustificarsi. E arrivano così a trovare dei vantaggi nell’IVA: «Anche quando l’AVS è finanziata attraverso l’IVA, ne risulta comunque una redistribuzione dall’alto verso il basso. L’IVA è pagata per il 60% dalle consumatrici e dai consumatori. Ciò che si tende a dimenticare è che anche i proprietari immobiliari e le assicurazioni vi contribuiscono, perché pagano direttamente l’IVA senza poterla trasferire direttamente su altri. Circa il 10% è inoltre pagato dai turisti stranieri che soggiornano in Svizzera.» (Comunicato stampa dell’USS del 20 agosto 2026).

All’improvviso, l’IVA assume quasi le sembianze di un’imposta sui ricchi… Per non perdere di vista la realtà, occorre ricordare qui le conclusioni di uno studio pubblicato nel giugno 2026 dall’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS), che non fa altro che ripetere quanto è noto da tempo: «Per quanto riguarda l’effetto distributivo dell’aumento dell’IVA, i calcoli di BAK, effettuati sulla base dell’indagine sul budget delle economie domestiche, mostrano che questa misura ha effetti sistematicamente regressivi [il corsivo è nostro]. In proporzione al loro reddito disponibile, le economie domestiche con redditi modesti sono tassate più pesantemente rispetto alle economie domestiche benestanti.» (UFAS, Wirtschaftliche und soziale Auswirkungen unterschiedlicher Massnahmen zur finanziellen Stabilisierung der AHV (2030-2040). Makro- und Mikroanalysen Erhöhung Mehrwertsteuer, AHV-Beitragssätze und Referenzalter, giugno 2026, p. X)[2]

E poiché la pillola è davvero difficile da ingoiare, i dirigenti dell’USS ricorrono anche al vecchio trucco di distogliere lo sguardo dalla macchia che non deve essere vista, mettendole accanto un bel mazzo di fiori… di plastica. Nello stesso momento in cui l’USS annuncia il suo SÌ all’IVA, proclama una «chiara offensiva» per ottenere rendite migliori dalle casse pensioni, grazie in particolare a… una 13ª rendita.

Come se fosse possibile ripetere, nel settore del 2° pilastro — dove un quadro legislativo minimalista e più di mille istituzioni con regole molto diverse collocano gli assicurati e le assicurate in situazioni estremamente eterogenee — la vittoria ottenuta nell’AVS, dove regole omogenee di un’assicurazione sociale hanno creato una grande convergenza di situazioni e interessi sia tra i pensionati e le pensionate sia tra i lavoratori e le lavoratrici.

E come se la priorità per il movimento sindacale fosse ormai quella di rafforzare il 2° pilastro, con le sue rendite estremamente diseguali, in particolare a danno delle donne, invece di concentrare tutte le proprie forze sulla difesa e sul rafforzamento dell’AVS, che è l’unica vera assicurazione sociale in Svizzera, il che spiega del resto l’ostilità che suscita negli ambienti borghesi.

Riconoscere il vicolo cieco per poterne uscire

In questo contesto, la battaglia per un NO sindacale all’IVA il 29 novembre porta con sé anche il seguente messaggio: la strada seguita dalla vittoria sulla 13ª AVS ha condotto a un vicolo cieco. La ricerca di combinazioni parlamentari, condizionate in anticipo dall’integrazione dei rapporti di forza sociopolitici sfavorevoli, e in assenza della minima mobilitazione sociale, non ha bloccato la pressione della destra sull’AVS, ma ha disarmato la difesa dei diritti sociali garantiti da questa assicurazione. Occorre cambiare rotta per essere pronti allo scontro attorno al progetto AVS2030, che sarà duro.

Da un lato, il padronato ha confermato i propri obiettivi, con l’aumento dell’età pensionabile al centro delle sue priorità, e ha dimostrato che intende perseguirli con efficacia.

Dall’altro, il dipartimento della socialista Elisabeth Baume-Schneider procede nella direzione voluta dal padronato, ma con un metodo che pretende di essere più «realistico». Ecco cosa dichiara Doris Bianchi, direttrice dell’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS), in un supplemento de Le Temps del 24 agosto 2026: «Dall’AVS21 [che ha innalzato l’età pensionabile delle donne da 64 a 65 anni], dobbiamo innanzitutto creare una nuova normalità, quella in cui lavorare oltre i 65 anni diventi qualcosa di comune [il corsivo è nostro]. Finché questa evoluzione non sarà entrata nelle pratiche delle aziende e nelle mentalità, sarà molto difficile ottenere una maggioranza popolare per innalzare l’età di riferimento. È precisamente questo l’obiettivo dell’AVS2030”.

L’ex segretaria dell’USS (dal 2005 al 2018), Doris Bianchi – braccio destro di Elisabeth Baume-Schneider su questo dossier, si vanta di preparare il terreno alle rivendicazioni padronali in modo più astuto dei Giovani liberali radicali… E se il movimento sindacale non cambia rotta, si ritroverà rapidamente a difendere il metodo Baume-Schneider/Bianchi come un «male minore».

È necessario un altro approccio. Esso richiede, innanzitutto, una solida base di rivendicazioni corrispondenti ai bisogni della maggioranza dei lavoratori, delle lavoratrici, dei pensionati e delle pensionate, difese con coerenza:

nessun aumento dell’età pensionabile, in qualsiasi forma. L’età media di uscita dal mercato del lavoro era in Svizzera nel 2025 di 65,2 anni per gli uomini e di 64,7 anni per le donne, un livello record nel confronto europeo! Senza contare i 44 anni di contribuzione necessari per beneficiare della rendita completa. Sarebbe invece necessaria una diminuzione dell’età di riferimento per una pensione completa, in risposta all’usura provocata da un lavoro sempre più intenso.

un aumento generale del livello delle rendite AVS, che rimangono la principale fonte di reddito per una larga parte dei pensionati e delle pensionate. Questo aumento è nettamente preferibile all’eliminazione del tetto alle rendite delle coppie prevista dall’iniziativa del Centro, poiché le coppie le cui rendite sono attualmente plafonate non sono quelle che si trovano nella situazione finanziaria più difficile;

un finanziamento garantito dell’AVS attraverso i contributi salariali e le imposte [3]; al ricatto del «deficit» esercitato dal fronte borghese, occorre contrapporre un meccanismo di adeguamento automatico delle entrate alle spese di questa assicurazione sociale.

In secondo luogo, il futuro dell’AVS deve tornare a essere necessariamente oggetto di sensibilizzazione e di mobilitazioni collettive. Senza le mobilitazioni femministe e sindacali degli anni 2010 contro l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne, e senza la sensibilizzazione costruita in quel modo sul tema dell’AVS e del suo futuro, la vittoria sulla 13ª rendita sarebbe stata molto più difficile.È necessario ricostruire una dinamica analoga per affrontare le questioni poste dall’AVS 2030. Una campagna per il NO all’aumento dell’IVA il 29 novembre 2026 può essere il primo passo di questa rimobilitazione.

*articolo apparso sul sito www.alencontre.org. il 16 settembre 2026. Le note sono della redazione di alencontre

[1] Il recentissimo rapporto dell’OCSE dedicato all’economia svizzera consacra l’orientamento della destra e del padronato sull’età pensionabile. Propone un aumento dell’età di riferimento per la pensione prendendo come riferimento l’età di pensionamento in Danimarca: 74 anni, e nei Paesi Bassi: 71 anni. «L’OCSE raccomanda di indicizzare automaticamente l’età pensionabile all’aspettativa di vita, come hanno fatto numerosi Paesi europei.» Tuttavia, Arthur Grosjean, corrispondente di 24 heures a Berna, scrive: «Ricordiamo tuttavia che gli svizzeri hanno respinto un’iniziativa dei Giovani PLR che andava in questa direzione.» (Red.)
[2] In data 10 settembre, Samuel Bendahan, consigliere nazionale socialista e co-presidente del gruppo parlamentare, difendeva l’IVA in una newsletter del PS Svizzero, con questa formulazione: «Questo finanziamento è sociale. Infatti, l’IVA non sarà aumentata sui “beni di prima necessità” (come gli alimenti e i medicinali). Ciò protegge le persone con redditi bassi e medi.» Sorge immediatamente una domanda: un telefono cellulare per una persona, compresa un’adolescente, un computer per una studentessa di liceo o delle scarpe da ginnastica sono dei «beni di prima necessità» nella vita sociale quotidiana. Ora, l’IVA applicata è dell’8,1%, aumentata dello 0,4%. In altre parole, gli argomenti avanzati rientrano in un’impostura senza confini. (Red.)
[3] L’articolo 112 della Costituzione federale, dedicato all’Assicurazione vecchiaia, superstiti e invalidità, stabilisce ai capoversi 3 e 4: «L’assicurazione è finanziata: a. dai contributi degli assicurati; quando l’assicurato è un salariato, il datore di lavoro si fa carico della metà dell’importo del contributo; b. dalle prestazioni della Confederazione. Le prestazioni della Confederazione non eccedono la metà delle spese.» L’IVA è una fonte di finanziamento estranea al principio di base previsto dalla Costituzione. Inoltre, la quota della Confederazione, attualmente pari al 20,2%, è ben lontana dal massimo costituzionale del 50%.

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