La corsa al riarmo dell’Europa e solidarietà per l’Ucraina: due cose ben diverse!

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Poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina una rete eterogenea di individui provenienti da percorsi diversi, dal centro-sinistra agli anarchici, dai socialisti ai cattolici si è raccolta intorno a una domanda fondamentale: possibile che non si riuscisse a portare avanti un discorso di sinistra contro l’invasione russa e a favore della resistenza ucraina? Le discussioni hanno portato alla nascita del Laboratorio sinistra per l’Ucraina, una realtà informale che si è subito federata con altre esperienze in giro per il mondo in nome dell’internazionalismo e dell’anti-campismo. A novembre faranno partire l’ennesima carovana di aiuti umanitari per i civili ucraini. Ne abbiamo parlato con Marco Noris, membro del Laboratorio fin dall’inizio.

Cos’è il “campismo” del quale parlate così spesso a proposito dell’invasione russa?

Sintetizzando all’estremo è il ragionamento secondo il quale il nemico del mio nemico è mio amico. Con la Russia questo ha funzionato in nome dell’anti-americanismo, ma tale distinzione non considera che anche Mosca è una potenza imperialista. Noi siamo accanto alla resistenza ucraina così come a quella palestinese. La sinistra o è internazionalista, anti-imperialista e per la vera autodeterminazione dei popoli o non è.

L’Ucraina è stata e diventa sempre più, basta guardare alle discussioni interne al “campo largo” italiano, il terreno in cui queste contraddizioni esplodono.

Secondo me alla base c’è quella che definirei una mancata elaborazione del lutto dell’89. In occasione di un anniversario della caduta del Muro ricordo che Emiliano Brancaccio spiegò che era crollato il «nemico di sistema» e in seguito, il capitalismo ha mostrato il suo volto peggiore. A Ovest e a Est si determinarono due reazioni completamente diverse. È come se una parte di sinistra dovesse fare scontare a tutti quei Paesi dell’Est una sorta di peccato originale. Quindi qualsiasi cosa succede viene giudicata sotto tale ottica: una rivolta diventa una “rivoluzione arancione” ovviamente diretta da qualcun altro. Dopo il disastro delle primavere arabe è arrivata l’Ucraina che ha fatto davvero esplodere queste contraddizioni. Anzi si è trasformata in una contrapposizione ideologica, come dice Slavoj Zizek prendendo a prestito Lacan, fideistica. Anche se un’analisi di tipo marxista e i fatti ti smentiscono, tu vai comunque avanti a dire le stesse cose.

Anzi, si aggravano

Sì e ti attaccano brutalmente, ti accusano di qualsiasi cosa. Ma la fase che stiamo vivendo è tremenda, c’è una visione del mondo in crisi e la tendenza a legittimare posizioni di estrema destra mentre oligopoli mafiosi o di ispirazione feudale prendono il sopravvento.

E in che modo la difesa dell’Ucraina contribuisce a mantenere questa idea di sinistra?

Internazionalismo non vuol dire multipolarismo. Accettare che la Russia abbia la capacità di decidere del destino di altri stati per noi equivale ad accettare che gli Usa o, in futuro, la Cina siano legittimati a fare altrettanto. Pretendere che la pace equivalga a smettere di inviare armi all’Ucraina è una distorsione della realtà e del concetto stesso di pace. Se la Russia si ritira avremo la pace, e anche su questo si potrebbe discutere per ore. Giorni fa a un evento con alcuni compagni ucraini ricordavamo che nel 1914 Lenin disse che la situazione dell’Ucraina era simile a quella dell’Irlanda. Gli irlandesi ci hanno messo secoli per liberarsi dal giogo britannico. Per molti ucraini questa è una guerra che durerà a lungo e contemporaneamente dicono «siamo stanchi, ma non abbiamo scelta se non vogliamo tornare a essere una colonia russa».

Vi riconoscete nella posizione dei partiti italiani di sinistra?

È complicato. Qualcuno di noi ha fiducia nel Pd, altri sperano nel cambio di direzione di Avs, altri non credono a nessuno perché la sinistra italiana è schiacciata su posizioni troppo equivoche.

Sul riarmo?

La questione del riarmo è distinta della difesa dell’Ucraina. Il riarmo europeo non è pensato per difendere Kiev, parte dalla «minaccia russa», dagli Usa che si ritirano militarmente, dall’incapacità dell’attuale classe dirigente di trovare soluzioni. Se un domani dovesse essere conveniente per l’Ue mollare l’Ucraina lo farà. Anche gli ucraini ne sono consapevoli.

Ma sapete che quasi 5 anni di guerra stanno radicalizzando una parte della società ucraina in senso nazionalista?

Sì, è un rischio più che reale. Proprio per questo non bisogna abbandonare i compagni ucraini, continuare a tenere in vita le reti e accettare il fatto che sono moltissimi in Ucraina a criticare il governo e le sue scelte liberiste, ma che non sono peggio di quanto vediamo in Europa oggi. Molti compagni hanno lasciato i propri lavori per partecipare alla guerra proprio per poter dire domani, quando finirà: noi c’eravamo, abbiamo difeso il Paese, e opporsi alla possibile deriva nazionalista.

*intervista apparsa sul quotidiano il manifesto del 7 ottobre 2026

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