Enzo Traverso: «La rivolta dei giovani possiede un’evidente dimensione politica»

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Nel suo ultimo libro Survivances de la révolte (Sopravvivenze della rivolta), lo storico mette in luce la «vita postuma» delle esperienze di emancipazione, andando controcorrente rispetto alle narrazioni nazionali ufficiali. In questa intervista analizza i legami sotterranei che uniscono la memoria ribelle ai movimenti sociali attuali.

Contro la depoliticizzazione e l’anestetizzazione del passato, lo storico Enzo Traverso, professore alla Cornell University (Ithaca, New York), restituisce vitalità alle memorie ribelli.
Dopo Mélancolie de gauche (Malinconia di sinistra, 2016) e Révolutions (Rivoluzioni, 2022), il suo nuovo libro, Survivances de la révolte. Essai sur la dialectique de la mémoire (Sopravvivenze della rivolta. Saggio sulla dialettica della memoria, 2026), pubblicato ancora una volta dalle Éditions La Découverte, conclude questa trilogia mettendo in guardia i cittadini e le cittadine contro le politiche della memoria governate dalle istituzioni e invitandoli a riappropriarsi della tradizione degli oppressi.
«Questa memoria delle rivolte è sotterranea, discreta, ma riaffiora in modo inatteso», scrive. Il 17 ottobre 2026 ne è una dimostrazione: diversi strati di memorie ribelli si sono intrecciati e scontrati, dal 17 ottobre 1961 alla Comune di Parigi del 1871. In questa intervista a Mediapart, Traverso riflette sulle memorie che attraversano l’attuale movimento sociale e sulle sue potenzialità, nonostante l’incertezza, per riuscire finalmente a «uscire dall’epoca contemporanea».

Un alto funzionario della polizia ha dichiarato, a proposito del 17 ottobre: «Era la Comune di Parigi nel giorno del Black Friday». Non è forse la memoria anticomunarda a manifestarsi con forza da quella data?

C’è qualcosa di stupefacente nella posterità della Comune di Parigi, che possiede contemporaneamente lo statuto di paradigma delle memorie ribelli — riaffiora continuamente, non soltanto in Francia ma su scala globale — e di paradigma del pensiero reazionario. La Comune ha fornito un repertorio di figure, riferimenti, simboli e immagini alla cultura reazionaria, che viene costantemente riattivato da un secolo e mezzo.



È proprio ciò che accade dal 17 ottobre, non soltanto in Francia ma anche in Italia, dove vengono evocati gli stessi motivi: la civiltà minacciata dalla barbarie, i selvaggi che si impadroniscono dei centri urbani. Il tutto con una componente xenofoba e razzista particolarmente marcata. I giovani delle periferie postcoloniali svolgono il ruolo di nuovo capro espiatorio. Sta prendendo forma un immaginario reazionario globale.

Quali elementi vengono ripresi, precisamente, dalla memoria anticomunarda?

Se pensiamo alla letteratura anticomunarda, Théophile Gautier descriveva i protagonisti e le protagoniste della Comune di Parigi come «belve», «bestie puzzolenti» e «velenose» fuggite da uno zoo, che imperversavano nella città perché il guardiano aveva dimenticato di chiudere la gabbia. Sono gli stessi stereotipi che si diffondono oggi.

Una grande figura del pensiero reazionario dell’epoca, Alphonse Daudet, dichiarò all’indomani della Comune: «Parigi era nelle mani dei negri!».Si tratta di una razzializzazione e di un’animalizzazione della rivolta e dei rivoltosi che, con una continuità stupefacente, persistono fino ai nostri giorni.

In entrambi i casi possiamo sottolineare il rifiuto dei governanti — nella fattispecie Emmanuel Macron, Sébastien Lecornu e Laurent Nuñez — di interrogarsi sulle cause sociali e politiche della rivolta. Come ai tempi della Comune di Parigi, ai loro occhi la rivolta è un fenomeno molto più biologico che sociale. A spiegare la rivolta sarebbe la natura razziale o religiosa dei rivoltosi, mentre il 17 ottobre erano molto attivi anche numerosi giovani bianchi. Nel loro immaginario, il rivoltoso deve essere considerato un corpo estraneo alla nazione.

Più in generale, sembra che il popolo sia rimasto, nella mentalità delle élite al potere, una «vile moltitudine», come diceva Adolphe Thiers.

È un’osservazione interessante, perché un altro elemento sorprendente è il relativo silenzio dell’estrema destra, che pure viene spesso definita «populista». L’estrema destra ha spesso rivendicato la legittima collera delle classi popolari contro l’establishment, contrapponendo il popolo virtuoso alle élite corrotte. Ma, a differenza del 2017 e del 2022, Emmanuel Macron si trova oggi in una condizione di tale disfatta politica che il Rassemblement national (RN) ha ormai conquistato la fiducia delle élite dominanti, diventandone un interlocutore legittimo.

Il RN non può più «sostenere» il movimento come aveva fatto con i Gilet gialli, che aveva cercato di strumentalizzare. È consapevole che questa rivolta va ben oltre le periferie, perché attraversa l’intera società, ma deve limitarsi a una posizione di difesa dell’ordine e della repressione.

Un’altra analogia, a proposito della «vile moltitudine», riguarda la feticizzazione della proprietà da parte del potere e dei media conservatori. Degli adolescenti vengono mutilati e accecati da una polizia sempre più violenta, aizzata dal ministro dell’Interno, ma il discorso pubblico si concentra sugli attacchi alla proprietà. Eppure la violenza esercitata da una multinazionale è incomparabilmente maggiore di quella di un giovane che lancia un sampietrino contro le sue vetrine.

Lontano dall’aura demoniaca con cui i media circondano questo movimento sociale, si osservano pratiche ludiche che ridicolizzano il potere e la polizia: lo testimoniano i travestimenti e numerose scene filmate. È una caratteristica comune delle rivolte che i vincitori della storia cercano di cancellare?

Avendo una certa età ed essendo stato io stesso partecipe di movimenti di rivolta quando ero giovane, ho potuto constatare che le modalità d’azione delle nuove generazioni sono molto più creative e gioiose di quanto non fossero quando avevo vent’anni.

A Roma, il 17 ottobre, c’è stato un balletto di studenti delle scuole di danza che mostrava la grazia dei rivoltosi in contrasto con la pesantezza minacciosa della polizia che li fronteggiava in tenuta antisommossa. A Parigi sono accadute cose simili.Questa creatività è tanto più notevole in quanto deve confrontarsi con dispositivi e pratiche repressive molto più sofisticati e pericolosi di quelli di cinquant’anni fa.

Una possibile spiegazione riguarda la cultura delle nuove generazioni, profondamente segnata dalla socializzazione attraverso i concerti, la musica e da un rapporto con le immagini diverso da quello del Maggio ’68, sebbene anche il Maggio francese fosse già stato percepito come un movimento molto creativo sotto questo aspetto. Per usare le categorie del filosofo Régis Debray, siamo passati dalla grafosfera alla videosfera.Viviamo in una società dominata dalle immagini, che occupano uno spazio nuovo rispetto al XX secolo.

Un altro elemento può spiegare questa creatività. In passato la rivolta aveva una connotazione ideologica perché esisteva un orizzonte di aspettative chiamato socialismo o comunismo, che costituiva lo sfondo mentale di tutti i movimenti. Oggi questo orizzonte non esiste più. Non ci sono quindi simboli ideologici che si impongano. Si è creato così un vuoto che i giovani riempiono con la loro creatività, la loro intelligenza e i loro desideri.

Il loro repertorio espressivo si politicizza dunque attraverso la partecipazione al movimento, anche quando alcune forme di espressione non sono, di per sé, politiche.

Un graffito è comunque diventato l’emblema del movimento: «Uscire dall’epoca contemporanea». Questa idea di rottura del continuum della storia non è forse comune a tutte le rivolte?

Penso che nel Maggio ’68 esistesse l’idea di un’accelerazione della storia, ma si credeva ancora che la storia avesse un telos [un «fine ultimo», NdR], che si andasse verso il socialismo. L’universo mentale della gioventù in rivolta era popolato da utopie che avevano contorni riconoscibili, che potevano essere nominate e definite. La sinistra radicale dell’epoca orientava il movimento. Oggi non è più così.

Lo slogan «Uscire dall’epoca contemporanea» rivela una nuova coscienza storica. La fine della Guerra fredda, la conclusione del XX secolo e il trionfo del capitalismo neoliberista hanno instaurato ciò che alcuni studiosi chiamano un regime di storicità «presentista». Si tratta di una temporalità compressa nel presente, nella quale viviamo all’interno di barriere economiche e sociali apparentemente immutabili. Uno dei grandi successi del neoliberismo è stato quello di riuscire a imporre questo modello antropologico: vivere, pensare e agire come se non esistessero alternative al mondo in cui viviamo.

Questo slogan indica che i giovani vogliono spezzare la gabbia, uscire da questa temporalità, proiettarsi nel futuro e immaginare un’altra storia. Nel 1968 i giovani si ribellavano contro un futuro che veniva loro assegnato, ma nel quale avevano comunque un posto. Oggi i giovani si ribellano contro una società che non offre loro alcun futuro. Tutto questo ha forgiato una coscienza storica. Bisogna uscire da questa gabbia di ferro, da questa epoca contemporanea nella quale siamo imprigionati.

Nel suo libro descrive l’Italia ribelle degli anni Settanta, un altro momento di accelerazione della storia in cui la sinistra aveva conquistato l’egemonia culturale. Una lettura che va controcorrente rispetto alla rappresentazione negativa di quel periodo, interpretato esclusivamente attraverso la violenza…

Per quanto riguarda gli anni Settanta in Italia, si è imposta una narrazione anticomunarda: quella degli «anni di piombo». Questa espressione, utilizzata inizialmente da Margarethe von Trotta per un film dedicato alla storia della Rote Armee Fraktion in Germania, è arrivata a caratterizzare un intero decennio. Per la regista, che aveva ripreso l’immagine da Friedrich Hölderlin, si trattava di un’epoca grigia e opprimente; in Italia, invece, la metafora è stata presa alla lettera per indicare il piombo dei proiettili.

Nel mio libro sottolineo che in Italia manca una memoria collettiva degli anni Settanta. È un buco nero. Eppure, come lo scrittore italiano Erri De Luca, penso che gli «anni di piombo» siano stati anche «anni di rame»: un metallo conduttore utilizzato nelle linee telefoniche.

A mio avviso, furono gli anni dell’azione collettiva e dell’impegno politico per cambiare la società. Un decennio dominato dai valori dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia, della solidarietà e della partecipazione, esattamente opposti ai valori imposti a partire dal decennio successivo: individualismo, competizione, privatizzazione delle utopie.

Fu anche un decennio di grandi conquiste sociali in Italia, dalle condizioni materiali di vita delle classi lavoratrici ai diritti delle donne e delle minoranze. Salvare la memoria di quel decennio può essere fecondo per le nuove generazioni.

Lo storico Patrick Boucheron ha espresso uno sguardo scettico sugli avvenimenti in Francia, affermando che «questo spettacolo desolante» rappresentava «un grande spot elettorale per il RN» e che la nostra situazione non era «prerivoluzionaria, ma preautoritaria». Seguendo questo ragionamento, sarebbe dunque sbagliato manifestare e scioperare?

Una delle caratteristiche della dialettica storica consiste proprio in questa relazione simbiotica tra il meglio e il peggio.Viviamo una situazione che contiene contemporaneamente i presupposti di una situazione prerivoluzionaria e di una situazione preautoritaria.

Il discorso del potere, che consiste nell’individuare dei cospiratori nell’«ultrasinistra» e in La France insoumise (LFI), risponde alla ricerca di un capro espiatorio. Nessuno all’interno di LFI organizza sommosse o incendi di municipi. Anche l’idea di un movimento «autolimitato» è illusoria. La rivolta non ha mandanti: nasce dalle viscere della società, al di fuori di qualsiasi strategia politica o calcolo elettorale. Bisogna dunque cercare di comprenderla, per individuare le modalità attraverso le quali intervenire al suo interno e offrirle un’espressione politica.

Ciò che colpisce nel movimento degli studenti delle scuole superiori è che non nasce come risposta a una riforma, ma è il prodotto di una situazione diventata insostenibile e che provoca una sofferenza molto profonda. Un altro elemento sorprendente è la simultaneità delle mobilitazioni in diverse città francesi, ma anche a Milano, in Serbia, in Portogallo, in Germania… I giovani scendono in strada quasi contemporaneamente, adottando modalità d’azione molto simili. È una situazione che nasce dalle contraddizioni della società stessa.

Quanto alla svolta autoritaria, ho l’impressione che il governo la stia già mettendo in pratica, senza aspettare una vittoria dell’estrema destra alle elezioni presidenziali, confermando l’osmosi tra centro, destra ed estrema destra che si sta delineando da alcuni anni.

Tutto questo può produrre effetti positivi a sei mesi dalle elezioni presidenziali?

Può rappresentare il punto di partenza di una svolta politica capace di modificare i rapporti di forza tra le classi nella società. Da un lato, questo movimento testimonia la vulnerabilità, la fragilità e la debolezza di un regime che ormai reagisce soltanto militarizzandosi, proprio perché è debole e ha perso completamente la propria legittimità.

Dall’altro lato, esiste anche la possibilità di un deterioramento della situazione e di una strumentalizzazione politica da parte dell’estrema destra, che reclama il ristabilimento dell’ordine. Patrick Boucheron delinea uno scenario del tutto possibile. Ma non penso che, per impedirlo o contrastarlo, si debba decidere di restare a casa.

Non considero questa rivolta come l’espressione di una depoliticizzazione, dell’ignoranza o della mancanza di senso civico. Penso che possieda un’evidente dimensione politica. Gli studenti delle scuole superiori e delle università sanno benissimo di non poter vincere da soli. Invocano un superamento dei confini del loro movimento. Creano una dinamica. Ora bisogna allargarla.

Nel suo libro spiega che l’estrema destra non ha affatto abbandonato l’ideologia, l’immaginario e le pratiche dell’antisemitismo storico, benché oggi si proclami «scudo degli ebrei», soprattutto dopo il 7 ottobre. Le rivelazioni di Mediapart su Jordan Bardella hanno aperto una breccia, ma l’illusione persiste. Come interpreta questa fase?

La interpreto come lo svelamento di una contraddizione. Le estreme destre contemporanee hanno una matrice antisemita e tutte le ricerche serie mostrano che l’antisemitismo è molto più diffuso nella destra e nell’estrema destra che nella sinistra. È la loro eredità, la loro cultura.

Le vostre inchieste confermano dunque ciò che già si sapeva, ma bisogna riconoscere che queste rivelazioni mettono in grande difficoltà i partiti di estrema destra, perché vorrebbero nascondere tutto questo. Sono antisemiti, ma si presentano come uno scudo per gli ebrei. Sono antisemiti, ma sostengono Israele. Sono antisemiti, ma nelle loro posizioni, nei loro programmi e nelle loro politiche hanno sostituito l’antisemitismo con l’islamofobia.

Dal 7 ottobre 2023 al 17 ottobre 2026, tutta una serie di nodi e contraddizioni sono venuti alla luce. La memoria della Shoah è stata corrotta, distorta e trasformata in uno strumento di legittimazione di un genocidio a Gaza, mentre coloro che vi si oppongono — tra cui molti ebrei — sono stati denunciati come antisemiti.

La polizia brutalizza i manifestanti, ma la violenza viene attribuita a questi ultimi. Il governo non possiede alcuna legittimità democratica, ma la democrazia, ci dice Macron, sarebbe la polizia contrapposta alle manifestazioni. È il mondo alla rovescia.

*intervista apparsa su Mediapart il 5 novembre 2026 ed è stata curata da Mathieu Dejean

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