Lotta ai femminicidi, è ora di agire!

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Pubblichiamo qui di seguito due testi relativi alla questione dei femminicidi, riemersa drammaticamente in Ticino negli scorsi giorni.
Il primo è una interpellanza dei deputati MPS; il secondo, sempre dei deputati MPS e sullo stesso tema, è una lettera inviata al presidente del Gran Consiglio in vista della sessione che inizia oggi. (Red)

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Nuovo caso di femminicidio in Ticino, scelte cantonali per il numero unico antiviolenza e misure di lotta al femminicidio

La scorsa settimana a Gnosca si è consumato l’ennesimo femminicidio. Dal 2020, da quando il sito Stopfemizid.ch ha iniziato a monitorare sistematicamente il fenomeno, in Svizzera si contano 129 femminicidi, di cui 9 in Ticino. Si tratta di dati che confermano come la violenza domestica e i femminicidi non siano episodi isolati, ma l’espressione di una violenza strutturale radicata in rapporti di potere diseguali e in una cultura che continua a negare alle donne autodeterminazione e autonomia.

Il femminicidio di Gnosca è avvenuto nei giorni del carnevale Rabadan, evento dopo il quale si è aperto un ampio dibattito sull’abuso di alcol tra minorenni e sulle risse giovanili. Colpisce però che, nello spazio pubblico, quasi nessuna parola sia stata dedicata alla donna uccisa o alla necessità di ribadire che la violenza contro le donne non può essere né tollerata né banalizzata.

Questo caso mette in luce l’assenza di una rete di protezione realmente efficace per le donne vittime di violenza, la persistente sottovalutazione del fenomeno da parte delle istituzioni e la tendenza a relegare la violenza domestica a questione privata, quando invece è un problema strutturale che richiede risposte sistemiche.

In questo contesto, desta particolare preoccupazione la scelta di deviare il nuovo numero unico  (142) antiviolenza – operativo dal prossimo mese di maggio – sul 144 durante le ore notturne e nei fine settimana. Ciò significa che solo nelle ore d’ufficio le chiamate saranno gestite da personale formato e specializzato nella violenza di genere, mentre negli altri momenti verranno indirizzate al pronto soccorso.

Le associazioni femminili e femministe hanno già espresso forte contrarietà, sottolineando che questa soluzione non risponda agli standard della Convenzione di Istanbul né ai bisogni reali delle donne che chiedono aiuto. Un numero antiviolenza deve essere attivo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, garantendo ascolto competente, accoglienza e orientamento in ogni momento, non solo nelle urgenze acute. La deviazione sul 144 rischia invece di ridurre la violenza domestica a un’emergenza sanitaria episodica, sovraccaricando un servizio già sotto pressione e indebolendo la funzione preventiva e di accompagnamento che un numero dedicato dovrebbe svolgere.

Alla luce di quanto esposto, chiediamo al Consiglio di Stato:

  1. Per quali ragioni si è deciso di deviare il numero unico antiviolenza sul 144 durante le ore notturne e nei fine settimana? Non ritiene che questa scelta limiti l’efficacia dello strumento, riducendolo a un servizio emergenziale e sottraendo alle donne la possibilità di un ascolto competente e specializzato in ogni momento della giornata?
    È previsto di potenziare le risorse di personale collegate alla introduzione di questo numero unico antiviolenza?
  2. In che modo intende promuovere una pubblicità capillare affinché questo numero unico antiviolenza venga ampiamente conosciuto e quali risorse intende allocare a questa promozione?
  3. Non ritiene necessario avviare una campagna di prevenzione ampia, continuativa e strutturata, rivolta alle scuole, alle associazioni sportive, ai grandi eventi e ai luoghi di lavoro, che renda visibile il carattere sistemico della violenza contro le donne e contribuisca a rompere l’omertà e a rafforzare la responsabilità collettiva?
  4. Non considera prioritario promuovere la creazione di centri antiviolenza nelle principali città del Cantone e aumentare i posti disponibili nelle case protette, così da garantire un accesso più capillare e tempestivo alla protezione e all’accompagnamento?

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Al presidente del Gran Consiglio Fabio Schnellmann

Egregio Presidente,

la scorsa settimana, a Gnosca, si è consumato l’ennesimo femminicidio. Non si tratta di un fatto isolato né di una tragica fatalità: dal 2020 in Svizzera sono stati registrati 129 femminicidi, di cui 9 in Ticino. Numeri che non possono essere archiviati come semplici statistiche, perché rappresentano donne uccise in quanto donne, vittime di una violenza che affonda le proprie radici in dinamiche culturali, sociali e strutturali che le istituzioni hanno il dovere di riconoscere e contrastare.

Di fronte a questi eventi, il silenzio o la neutralità delle autorità non possono essere percepiti come atteggiamenti accettabili. Ogni femminicidio interroga direttamente lo Stato, la politica e le istituzioni, chiamate non solo a reagire, ma ad assumersi pienamente la responsabilità di prevenire, proteggere e intervenire. Non è sufficiente constatare: occorre prendere posizione con chiarezza e determinazione.

Per questo riteniamo che il Parlamento cantonale debba dare un segnale forte e inequivocabile. Le chiediamo quindi di voler disporre, in apertura della seduta del Gran Consiglio di lunedì 23 febbraio, un momento di silenzio in memoria di tutte le vittime di femminicidio, in Ticino e in Svizzera. Non un gesto rituale, ma un atto istituzionale che affermi che la massima istanza politica del Cantone riconosce la gravità del fenomeno e non resta indifferente.

Martedì 24, alle 17.30  in piazza Governo, si terrà poi un presidio organizzato dal collettivo iolotto. Tale mobilitazione civile richiama con forza ciò che le istituzioni devono garantire con continuità e concretezza: politiche efficaci di prevenzione, strumenti di protezione adeguati, ascolto delle vittime, risorse sufficienti e una chiara assunzione di responsabilità pubblica.

Le chiediamo pertanto che, in concomitanza con il presidio, i lavori del Gran Consiglio vengano brevemente sospesi per permettere, alle deputate e ai deputati che lo desiderassero, di poter partecipare senza dover rinunciare ai lavori parlamentari. Sarebbe un segnale di attenzione, di rispetto e di coerenza tra l’impegno dichiarato delle istituzioni e la legittima richiesta della società civile.

Non si tratta di semplici simboli. Si tratta di riaffermare il ruolo delle istituzioni nella tutela dei diritti fondamentali, nella difesa della vita e nella lotta contro una violenza che continua a colpire le donne. Si tratta di assumere, pubblicamente e politicamente, una responsabilità che non può essere elusa.

Giuseppe Sergi
Matteo Pronzini

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