Merz a Pechino con trenta CEO e nessuna carta da giocare

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Il viaggio del cancelliere nella capitale cinese espone il nodo irrisolto della politica tedesca: Berlino predica la riduzione dei rischi ma non dispone delle leve per imporla.

Friedrich Merz è atterrato a Pechino il 25 febbraio con una trentina di amministratori delegati al seguito, la delegazione imprenditoriale più nutrita dai tempi di Angela Merkel. Al suo fianco sedevano i vertici di aziende come BMW, Volkswagen, Siemens, BASF, Deutsche Bank, DHL, Bayer, Commerzbank e Adidas. Il programma prevedeva incontri con il premier Li Qiang e con il presidente Xi Jinping, una visita alla fabbrica Mercedes nei pressi della capitale e un trasferimento a Hangzhou per visitare la sede di Unitree, l’azienda di robotica umanoide i cui prodotti hanno conquistato il pubblico mondiale durante il gala televisivo del capodanno cinese. Una scelta, quest’ultima, rivelatrice della curiosità di Merz per il modello dello “stato ingegnere” cinese, tema del libro che si è portato in valigia, “Breakneck” di Dan Wang, ancora inedito in tedesco.

Il tono del cancelliere a Pechino è stato sensibilmente diverso da quello esibito poche settimane prima alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, durante la quale aveva accusato la Cina di “sfruttare sistematicamente le dipendenze altrui” e di “ridefinire l’ordine internazionale a proprio vantaggio”. Nella capitale cinese, queste lamentele sono state sostituite da una retorica all’insegna della cooperazione. Merz ha parlato di un “ecosistema dell’innovazione di prim’ordine” dal quale la Germania sta imparando, ha dichiarato che Berlino è aperta agli investimenti cinesi e ha ribadito che le barriere commerciali restano per lui solo l’ultima risorsa. Al tempo stesso, ha sollevato il tema dello squilibrio commerciale, delle sovvenzioni statali cinesi, del tasso di cambio artificialmente basso dello yuan e delle restrizioni alle esportazioni di terre rare, chiedendo ai suoi interlocutori “la riduzione dei sussidi che distorcono il mercato” e “un consolidamento laddove si riscontrano sovraccapacità”. Durante la cena con Xi, ha discusso dell’ordine cinese di 120 aerei Airbus, ha anticipato ulteriori contratti in via di definizione e ha annunciato che fisserà presto una data per la ripresa delle consultazioni intergovernative, sospese dalla pandemia. Nel comunicato congiunto, entrambe le parti si sono limitate a “prendere nota” delle preoccupazioni dell’altra, formula diplomatica che registra le divergenze senza risolverle.

La composizione della delegazione ha fatto trasparire qualcosa di diverso dalla retorica sulla riduzione delle dipendenze. Come è stato osservato da più parti, arrivare a Pechino con trenta grandi imprenditori comunica un messaggio prima ancora che il cancelliere apra bocca, e il messaggio è che la Germania ha bisogno della Cina. Pechino lo sa e ne prende atto con soddisfazione. L’agenzia di stato Xinhua ha non a caso sottolineato che la delegazione “dimostra pienamente il forte desiderio della Germania di approfondire le relazioni economiche bilaterali”. È una contraddizione che non si risolve con le parole, e che Merz conosce. Prima di partire, all’aeroporto di Berlino, aveva detto che la Germania vuole ridurre i rischi della propria esposizione alla Cina, aggiungendo subito dopo che “sarebbe un errore leggere tutto ciò come un disaccoppiamento”. Due frasi che riassumono un dilemma più che indicare una via d’uscita.

Lo shock cinese, adesso

Il contesto in cui Merz si è mosso è radicalmente diverso da quello dei suoi predecessori. Per oltre vent’anni, la relazione economica tra Germania e Cina è stata simbiotica, fondata su una complementarità apparentemente solida. La Germania vendeva alla Cina le macchine, gli impianti e le automobili di cui il gigante asiatico aveva bisogno per alimentare la propria crescita industriale, e in cambio agganciava il proprio Pil a tale crescita. Questa simbiosi si è spezzata. Le esportazioni tedesche verso la Cina sono calate del 9,3% nel 2025, toccando il livello più basso dell’ultimo decennio, con un crollo del 23% rispetto al picco del 2022. Il dato più impressionante riguarda l’automobile, settore simbolo dell’industria tedesca, che ha visto le esportazioni verso la Cina precipitare del 66% in tre anni. Se il tasso medio di declino degli ultimi tre anni dovesse proseguire, entro il 2028 la Germania esporterebbe in Cina meno automobili di quante ne vende in Austria o in Svizzera, paesi la cui popolazione è lo 0,6% di quella cinese, ha osservato Rhodium in un’analisi sui rapporti economici tra i due paesi.

Contemporaneamente, le importazioni dalla Cina in Germania sono cresciute dell’8,8%, portando il deficit commerciale tedesco a quasi 90 miliardi di euro, una cifra che equivale al 2% del prodotto interno lordo della Germania. La Cina è tornata a essere il primo partner commerciale di Berlino nel 2025, superando gli Stati Uniti, ma in un quadro di squilibrio senza precedenti. Il settore industriale tedesco ha perso circa 124.000 posti di lavoro nel solo 2025, e oltre 200.000 lavoratori dell’industria ben retribuiti hanno perso l’impiego dal 2019 in poi. Il sindacato metalmeccanico IG Metall, che per decenni ha considerato le vendite in Cina una garanzia per l’occupazione tedesca, ha discusso nel giugno 2025 un documento interno intitolato “La Germania è di fronte a uno shock cinese?”, in cui si avverte che senza contromisure politiche il paese rischia la deindustrializzazione.

Il fenomeno va oltre il mercato cinese. Le imprese cinesi, spinte dalla debolezza della domanda interna e da sovraccapacità produttive alimentate da sussidi statali, stanno conquistando quote nei mercati terzi in cui i produttori tedeschi hanno operato per decenni. In Brasile e Indonesia, le quote cinesi delle importazioni sono cresciute rispettivamente di 3 e 7 punti percentuali in tre anni. I fornitori europei di componentistica automobilistica stimano uno svantaggio di costo del 35% rispetto ai concorrenti cinesi. E i dazi imposti dagli Stati Uniti sulle merci hanno dirottato verso l’Europa una parte delle esportazioni che non trovano più sbocco sul mercato americano, aggravando il problema.

A tutto ciò si aggiunge la svalutazione dello yuan, che ha perso quasi il 20% del proprio valore nominale rispetto all’euro dalla metà del 2022, con un ulteriore 8% nel solo ultimo anno. La manipolazione del cambio è un tema su cui economisti ed osservatori convergono sempre di più. Normalmente, un paese con un surplus commerciale così massiccio dovrebbe vedere la propria valuta rivalutarsi, con un conseguente riequilibrio della competizione. Il fatto che questo non accada indica un intervento deliberato, messo in atto secondo le analisi non tanto attraverso la banca centrale quanto attraverso le banche statali, il che lo rende meno visibile ma ugualmente efficace. L’effetto è quello di amplificare ulteriormente il vantaggio competitivo cinese, con un’erosione dell’efficacia dei dazi europei e una disincentivazione degli investimenti cinesi in Europa, che Bruxelles vorrebbe invece attrarre.

Triangolo senza equilibrio

Il viaggio di Merz può essere compreso pienamente solo se lo si colloca all’interno della geometria triangolare che lega oggi Germania, Cina e Stati Uniti. Il cancelliere si recherà a Washington questa settimana e la tempistica non è casuale. La Germania si trova schiacciata tra due pressioni di natura diversa. Da Washington arriva una coercizione fondata sull’alleanza, fatta di dazi, richieste di maggiore spesa militare, pressioni sulla Groenlandia danese e l’imposizione di un accordo commerciale asimmetrico. Da Pechino arriva una competizione strutturale che erode le basi industriali su cui poggia l’economia tedesca. Nel breve periodo, gli Stati Uniti si sono rivelati l’attore più destabilizzante, nel lungo periodo, la Cina resta il concorrente sistemico.

Il quadro dei dazi è particolarmente fluido e merita attenzione. Il 20 febbraio 2026, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato una parte dei dazi imposti dall’attuale amministrazione Trump, una decisione di portata inedita che ha brevemente aperto una falla nella politica commerciale aggressiva della Casa Bianca. L’amministrazione ha reagito imponendo rapidamente nuovi dazi, in una sequenza di escalation e aggiustamenti che tiene i partner commerciali di Washington in una condizione di incertezza permanente. I livelli medi dei dazi statunitensi sulla Cina si aggirano ora attorno al 31%, sufficienti a spingere alcune imprese cinesi a dirottare le proprie esportazioni verso l’Europa e altri mercati. Questo effetto di deviazione commerciale colpisce la Germania in modo diretto, trasformando le misure degli Usa in un problema anche europeo.

Pechino osserva questa dinamica e cerca di sfruttarla. La Cina ha accolto negli ultimi mesi una processione di leader occidentali, da Macron a Starmer, da Carney a Sánchez, proponendosi come difensore dell’ordine multilaterale e del libero scambio mentre Washington lo sovverte. È una narrazione strumentale, che omette i sussidi, le barriere all’accesso, la manipolazione valutaria e le restrizioni alle esportazioni con cui Pechino stessa distorce le regole del commercio internazionale. La strategia cinese, tuttavia, non ha bisogno di essere coerente per essere efficace. Come è stato osservato, Pechino non deve creare una frattura tra le due sponde dell’Atlantico perché è Trump stesso a guidarla. Le basta approfittarne, offrendo a ciascun leader europeo aperture calibrate, ordini per Airbus e promesse di dialogo, e consolidando nel frattempo la propria posizione. Che tuttavia, va notato, è una posizione passiva e in ultimo dipendente dalle politiche della Casa Bianca.

Il rischio per la Germania, e per l’Europa intera, è quello di negoziare da una posizione di debolezza con entrambi i vertici del triangolo. Berlino non può permettersi di rompere con Washington perché dipende dalla garanzia di sicurezza americana, per quanto essa sia diventata inaffidabile. Non può permettersi di rompere con Pechino perché le sue industrie dipendono da materie prime, componenti e mercati cinesi. E non dispone ancora degli strumenti per ridurre queste dipendenze in tempi rapidi. La strategia di sicurezza economica nazionale promessa per il 2025 non è stata completata e non esiste un meccanismo di controllo sugli investimenti in uscita. Inoltre, la mappatura delle dipendenze nelle catene di fornitura non è ancora stata portata a compimento.

Le contraddizioni che Merz non può risolvere

La visita di Merz ha messo in evidenza, più che risolvere, una serie di contraddizioni che attraversano la posizione tedesca e, per estensione, quella europea. La prima e più profonda riguarda la divergenza crescente tra gli interessi delle grandi imprese tedesche in Cina e quelli dell’economia nazionale. Volkswagen sviluppa e produce a Hefei veicoli completamente indipendenti dalla casa madre tedesca, con tempi di sviluppo ridotti del 30% e costi dimezzati. BASF sta inaugurando nel sud della Cina un impianto alimentato interamente da energie rinnovabili, mentre BMW sta approfondendo la cooperazione con il produttore di batterie CATL. Queste imprese reinvestono in Cina i profitti generati localmente, vi trasferiscono capacità di ricerca e sviluppo e, in alcuni casi, usano la Cina come piattaforma di esportazione verso il resto del mondo. Oltre due terzi delle imprese tedesche presenti in Cina intendono cooperare con aziende cinesi che si stanno espandendo a livello internazionale. Il che significa che una parte delle esportazioni cinesi che preoccupano l’Europa esce dalle fabbriche di imprese tedesche.

Questa dinamica rende la riduzione dei rischi un concetto più ambiguo di quanto appaia nei documenti strategici. A livello di singola impresa, la localizzazione in Cina può accrescere la resilienza e la competitività. A livello di sistema paese, alimenta una dipendenza strutturale che riduce il potere negoziale di Berlino e rende sempre più teorica la distinzione tra interessi nazionali e interessi aziendali. Come ha sintetizzato un ambasciatore europeo a Pechino citato dalla stampa tedesca, “ciò che le imprese vogliono non coincide necessariamente con l’interesse dell’economia nazionale”.

La seconda contraddizione riguarda il rapporto tra la Germania e i suoi partner europei. Berlino è il paese che più ha teorizzato la riduzione dei rischi rispetto alla Cina, con la strategia adottata dal governo Scholz nel 2023. È anche il paese che più si è opposto alle misure di protezione concrete proposte dalla Commissione europea e dalla Francia. La Germania si è astenuta dal voto sui dazi europei sulle auto elettriche cinesi, che possono arrivare fino al 35,3%, temendo ritorsioni contro le proprie case automobilistiche che producono e vendono in Cina. Inoltre, ha resistito a lungo alle proposte francesi di requisiti di contenuto locale per le tecnologie strategiche, cedendo solo di recente su misure limitate e circoscritte per il settore dell’acciaio. Questa posizione ha una logica economica, perché la Germania è molto più esposta alla Cina della Francia o dell’Italia, ma produce un effetto politico corrosivo, perché consente a Pechino di mettere i paesi europei gli uni contro gli altri.

La terza contraddizione riguarda la sicurezza. Merz ha sollevato con Xi il tema dell’Ucraina, chiedendo alla Cina di esercitare la propria influenza per porre fine alla guerra, e ha ribadito la politica tedesca di “una sola Cina” specificando che qualsiasi processo di riunificazione con Taiwan può avvenire solo con mezzi pacifici. Sono posizioni consolidate se non addirittura ritrite, che Pechino ascolta senza che ne conseguano cambiamenti. La Cina continua a fornire alla Russia sostegno economico e materiali a doppio uso che alimentano la macchina bellica di Mosca, pur mantenendo una facciata di neutralità formale. E sulla questione di Taiwan, Xi ha dichiarato la volontà di sviluppare le capacità militari necessarie a una riunificazione forzata entro il 2027. Le imprese tedesche, nel frattempo, non hanno condotto in modo sistematico scenari di stress per valutare le conseguenze di un conflitto nello stretto di Taiwan, che interromperebbe le catene di fornitura globali e metterebbe a rischio gli 89 miliardi di euro di investimenti diretti tedeschi in Cina.

L’uso delle terre rare come strumento di pressione è forse il punto che vede queste contraddizioni intrecciarsi nel modo più concreto. Quando Pechino ha imposto restrizioni all’esportazione di terre rare e chip automobilistici nella primavera del 2025, in risposta diretta a misure europee, la reazione del governo tedesco è stata quasi inesistente. Le forniture sono poi riprese, ma in quantità insufficienti e con un regime di licenze che funziona, secondo gli osservatori dell’industria, “come un rubinetto che si apre o si chiude a seconda della situazione geopolitica”. Il vero collo di bottiglia non è la scarsità dei minerali, che in realtà non sono così rari, ma la capacità di raffinazione, che la Cina controlla per oltre l’80% a livello mondiale. Sviluppare capacità autonome in Europa richiederebbe fino a dieci anni, il che consegna a Pechino una leva in grado di arrecare importanti danni.

Quello che resta dopo Pechino

Merz è tornato dalla Cina senza svolte e senza illusioni. Ha stabilito un canale diretto con Xi Jinping e ha riaffermato la posizione della Germania come interlocutore europeo privilegiato di Pechino. Ha inoltre portato sul tavolo i temi scomodi, dallo squilibrio commerciale allo yuan, dalle terre rare all’Ucraina, senza però disporre di leve sufficienti per ottenere concessioni sostanziali. Il comunicato congiunto ha confermato, più che mascherare, lo stato di una relazione in cui le divergenze sono strutturali. Come ha specificato un funzionario tedesco citato dalla stampa, questa visita non segna l’inizio di una “nuova primavera” sino-tedesca.

La parte cinese, dal canto suo, ha ottenuto ciò che cercava. Ha potuto esibire il cancelliere tedesco a Pechino con una delegazione imponente, a poche settimane dalle “Due sessioni” del Congresso nazionale del popolo, alimentando la narrazione di una Cina in salute che resta al centro delle relazioni economiche globali. Li Qiang ha dichiarato che “più la situazione è grave, più Cina e Germania devono rafforzare la cooperazione”, una formula che inquadra la dipendenza reciproca come virtù anziché come problema. Xi ha proposto una cooperazione in campi come l’intelligenza artificiale e la biomedicina, in cui la Cina vuole consolidare il proprio vantaggio e la collaborazione rafforzerebbe il flusso di conoscenze verso Pechino. Il leader cinese ha anche chiesto alla Germania di “svolgere un ruolo attivo nella promozione delle relazioni Cina-Ue”, il che tradotto in soldoni significa usare il peso di Berlino nel Consiglio europeo per frenare le spinte protezioniste di Bruxelles e Parigi.

Le cose che vanno tenute d’occhio nei prossimi mesi sono più importanti della visita in sé. La Commissione europea presenterà a breve l’Atto per l’accelerazione industriale, con requisiti di contenuto europeo per le tecnologie strategiche che costringeranno la Germania a schierarsi, mentre i negoziati sui prezzi minimi per le auto elettriche cinesi in Europa sono ancora in corso. L’eventuale visita di Trump a Pechino, prevista per fine marzo, potrebbe produrre un accordo commerciale bilaterale tra Stati Uniti e Cina i cui effetti ricadrebbero sull’Europa. E il quindicesimo piano quinquennale cinese, che sarà adottato alle “Due sessioni” di marzo, confermerà la volontà di Pechino di raggiungere l’autosufficienza tecnologica e di rendere il resto del mondo dipendente dalla Cina, come Xi stesso ha esplicitamente dichiarato.

La Germania si trova a gestire simultaneamente due dipendenze, da Washington e da Pechino, con un margine di manovra che si restringe. L’equilibrio che Merz cerca di mantenere rischia di essere un equilibrio al ribasso, in cui la prudenza verso entrambi i poli si traduce nell’incapacità di imporre condizioni entrambe le parti. L’Ue, intanto, fatica a formulare una posizione unitaria, divisa tra il protezionismo francese, la cautela tedesca e la frammentazione degli altri. Pechino, che ha sempre preferito trattare con i singoli governi europei piuttosto che con Bruxelles, non ha semplicemente motivi per temere una coesione che non esiste.

*articolo apparso sul blog dell’autore il 4 marzo 2026

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