Il progetto di «legge sulla modernizzazione del lavoro» comprende 182 articoli che affrontano una vasta gamma di temi, che vanno dall’orario di lavoro al sistema delle indennità. Qual è il filo conduttore che collega la totalità o la maggior parte dei suoi articoli?
Gli obiettivi della riforma del lavoro
L’obiettivo principale è rafforzare la subordinazione del lavoro al capitale, affinché le imprese possano organizzare, con la massima libertà possibile, il processo di lavoro in funzione dei propri interessi e delle esigenze mutevoli del mercato. I datori di lavoro aspirano ad avere la manodopera a loro completa discrezione; vogliono stabilire le condizioni di lavoro senza alcun ostacolo o con il minimo di restrizioni. Gli interessi vitali della classe lavoratrice vengono relegati in secondo piano e subordinati al benvolere dei datori di lavoro, che prendono le loro decisioni in funzione della massimizzazione dei profitti.
In definitiva, la legge di riforma del lavoro non ha come obiettivo di eliminare il lavoro informale né di creare «posti di lavoro di qualità», ma di garantire la disponibilità assoluta della forza lavoro. Il progetto di «modernizzazione del lavoro» mira ad accentuare la sovranità padronale sullo spazio e sul tempo della produzione.
Si tratta di porre la forza lavoro allo stesso livello di qualsiasi altra merce, come una vite o un mobile, che si compra, si usa e si getta senza che possano insorgere “attriti” giuridici. La borghesia esige di poter disporre liberamente di ciò che ha acquistato: vuole che la forza lavoro si comporti esattamente come qualsiasi altra merce. Se si compra acciaio, non esiste un sindacato dell’acciaio che dica come usarlo o per quanto tempo tenerlo in magazzino. La riforma del lavoro mira a far perdere alla forza lavoro questa “eccezione” umana e giuridica che la proteggeva.
Siamo di fronte a una mercificazione totale. Un rapporto di lavoro “purificato” da qualsiasi regolamentazione può essere più produttivo e più moderno, ma è molto più dispotico. Il capitalista può introdurre tecnologie e riorganizzare il lavoro senza essere obbligato a chiedere autorizzazione né a negoziare le condizioni. Eliminando i mediatori (sindacati, leggi, Stato), il lavoratore viene lasciato isolato di fronte al capitale.
Piano di eliminazione delle conquiste sociali
In altre parole, la riforma della legge sul lavoro mira a spazzare via la maggior parte delle conquiste sociali ottenute dalla classe operaia nel corso della sua storia in Argentina. Ma che cosa sono le conquiste sociali? Questo termine designa precisamente i limiti imposti dalla classe operaia al libero utilizzo della forza lavoro da parte del capitale.
Si tratta di regolamentazioni essenziali come la giornata di otto ore, il divieto del lavoro minorile, la riduzione dell’orario per i lavori insalubri, le indennità di licenziamento, le ferie pagate e il congedo di maternità. Si tratta anche di restrizioni al potere dei datori di lavoro di modificare arbitrariamente le condizioni di lavoro. In definitiva, ciascuno di questi diritti costituisce una barriera giuridica contro il potere discrezionale del capitale nell’uso della forza lavoro.

La classe operaia ha imposto questi limiti al potere dispotico del capitale per preservare i propri interessi economici, proteggere la propria salute fisica e mentale, difendersi dalla precarietà e dalle incertezze del mercato e aspirare a una vita il più dignitosa possibile nel quadro del capitalismo. Così la borghesia è stata costretta, dalla forza organizzata del proletariato, a prendere in considerazione gli interessi vitali della classe operaia, limitando la propria libertà d’azione.
Libertà per chi?
La riforma del lavoro rappresenta dunque uno scontro diretto tra due concezioni antagoniste della libertà. La borghesia, con il sostegno del governo [di Milei], intende eliminare ogni restrizione alla propria libertà nel campo del mercato e della produzione.
Il progetto di legge facilita sia l’assunzione sia il licenziamento della manodopera, allungando il periodo di prova e creando un fondo di licenziamento, tra le altre misure. Inoltre, attraverso vari articoli, amplia il potere dei datori di lavoro di modificare a loro piacimento le condizioni di lavoro dei dipendenti (art. 23). Se questo progetto venisse approvato, aumenterebbe in modo significativo la sottomissione della classe operaia ai capricci dei datori di lavoro.
In altre parole, ciò che per i padroni rappresenta un ampliamento della loro libertà d’azione rappresenta per i lavoratori una maggiore subordinazione al capitale.
Nella società capitalista, la libertà non è un concetto universale che si applica allo stesso modo agli individui di tutte le classi sociali. Nel campo della produzione, in particolare, essa rivela tutto il suo carattere di classe. Questa maggiore sottomissione dei salariati ai loro datori di lavoro genera inoltre una grande incertezza.
Ad esempio, il sistema del conto ore (artt. 42 e 43) permette di estendere arbitrariamente la giornata lavorativa fino a 12 ore, destabilizzando la vita quotidiana delle famiglie operaie e rendendo impossibile qualsiasi pianificazione settimanale. La libertà di cui godono i datori di lavoro nel disporre a loro piacimento dell’orario di lavoro dei dipendenti distrugge la libertà dei lavoratori di organizzare la propria vita quotidiana.
In definitiva, una stessa misura amplia la libertà di una classe e la restringe per l’altra. Quando il governo parla di libertà, si riferisce alla libertà della borghesia: la libertà di commerciare e di organizzare la produzione senza restrizioni, il che si traduce in un maggiore asservimento della classe lavoratrice.
Il progetto di riforma del lavoro non avvantaggia l’intera società: difende esclusivamente gli interessi degli imprenditori. Ricordiamo che i datori di lavoro rappresentano una parte molto ridotta della società: costituiscono soltanto il 3,2% della popolazione economicamente attiva.
In un senso più ampio, ciò che il discorso ufficiale presenta come «modernizzazione» o «sicurezza giuridica» non è altro che l’elevazione dell’interesse privato della borghesia al rango di interesse nazionale, ossia l’identificazione totale tra Stato e Capitale. Quando l’interesse privato della borghesia viene elevato al rango di «interesse nazionale», ogni resistenza operaia smette di essere considerata una rivendicazione legittima e viene qualificata come «attacco al progresso», «estorsione» o «attentato alla libertà».
Conquiste, leggi e organizzazioni operaie
Come abbiamo sottolineato, le conquiste operaie costituiscono limiti al potere dispotico del capitale e allo sfruttamento sfrenato della classe operaia. Ma come si esprimono? In altre parole, come si concretizzano nella pratica?
Esse si esprimono nelle leggi e nei contratti collettivi di lavoro, che ne costituiscono la forma giuridica. Affinché queste regolamentazioni siano applicate nella pratica, è necessaria la volontà ferma delle organizzazioni dei lavoratori: sindacati, commissioni interne e delegati.
Per questo la classe operaia ha anche lottato per il libero funzionamento delle proprie organizzazioni, per disporre degli strumenti necessari a difendere le conquiste ottenute. Senza organizzazione non ci sono conquiste.
Consapevole di questo legame tra conquiste e organizzazione, la borghesia cerca di indebolire il potere dei sindacati, delle commissioni interne e dei delegati del personale e, più in generale, di ostacolare qualsiasi forma di organizzazione operaia. In diversi modi, la legge di riforma del lavoro ostacola e/o penalizza l’azione sindacale (artt. 133, 134 e 143).
In questo modo cerca di mettere a tacere la classe operaia per imporre la riforma del lavoro, ma soprattutto per impedirle di ribellarsi in futuro, cristallizzando così un nuovo rapporto di forza tra borghesia e proletariato. Se questa nuova normativa venisse approvata, la classe operaia perderebbe di fatto il diritto di organizzarsi e di manifestare liberamente.
Attaccando le quote sindacali, limitando il diritto di sciopero (nei servizi essenziali) e promuovendo la figura del «collaboratore» indipendente (lavoratore delle piattaforme), il progetto mira a impedire che un “noi” possa dire di no. Senza organizzazione collettiva, gli abusi individuali diventano la norma e, col tempo, si normalizzano.
È questa irreversibilità che cercano i datori di lavoro: che i lavoratori dimentichino di aver avuto un giorno un certo potere sul proprio tempo (anche se solo parziale).
Perché una riforma del lavoro?
Va ricordato che l’Argentina attraversa un lungo periodo di stagnazione economica: da quasi quindici anni il prodotto interno lordo non cresce più e il PIL pro capite mostra una tendenza alla diminuzione. Il fattore determinante è la mancanza di investimenti produttivi.
Partendo da questa diagnosi, il governo promuove la riforma del lavoro sostenendo che essa creerà condizioni attraenti per i capitali. L’obiettivo è offrire agli investitori, nazionali e stranieri, una forza lavoro disciplinata e disarticolata, per incoraggiare gli investimenti e rilanciare l’economia.
Esiste quindi una razionalità capitalistica rigorosa e deliberata nell’insistenza ufficiale a deregolamentare il mercato del lavoro e a minare il potere sindacale.
Una riforma che rafforza tendenze già esistenti
Più che una rottura, la riforma del lavoro istituzionalizza e approfondisce tendenze già presenti, fornendo un quadro giuridico definitivo alla precarietà dei lavoratori.
Attualmente quasi la metà dei lavoratori occupati (47,2%) è costituita da lavoratori salariati dichiarati, mentre l’altra metà è composta da lavoratori indipendenti (25,4%) e da salariati non dichiarati (27,4%). In altre parole, da anni è in corso una riforma del lavoro (con la complicità dei governi successivi e dei dirigenti sindacali), e l’amministrazione Milei vuole approfondire ulteriormente questo processo.
L’obiettivo è mettere sullo stesso piano, per quanto possibile, i lavoratori dichiarati e quelli informali. In altre parole, si cerca di attenuare o addirittura dissolvere completamente il rapporto di dipendenza, istituzionalizzando il lavoro informale.
Lo scopo è lo stesso: aggirare le leggi sul lavoro (che traducono le conquiste sociali) e concedere grande libertà agli imprenditori di disporre liberamente della forza lavoro e di organizzare il processo produttivo a loro piacimento, senza tener conto degli interessi dei lavoratori.
Eliminando o indebolendo le leggi sul lavoro e i contratti collettivi, la borghesia intende rafforzare il dispotismo padronale (il potere assoluto e illimitato sui dipendenti), riprendendo interamente il controllo del processo di lavoro.
Il capitale cerca di privare i lavoratori di qualsiasi ricorso giuridico (al di fuori della fabbrica) che permetta loro di disobbedire agli ordini del capitale (all’interno della fabbrica).
In altre parole, questa riforma mira a ristabilire l’unità di comando. Il datore di lavoro deve essere l’unico sovrano sul luogo di lavoro, eliminando qualsiasi «distorsione» generata dai sindacati e dalle regolamentazioni statali. È «più puramente capitalista» perché restituisce al capitale la sua essenza: la capacità di dettare una legge privata all’interno della propria unità produttiva.
La riforma non mira soltanto a ridurre i costi: il suo obiettivo principale è ottenere la disponibilità assoluta della forza lavoro.
Nel linguaggio di Federico Sturzenegger [presidente della Banca centrale] e degli ideologi di Milei, la «flessibilità» significa che il datore di lavoro può disporre della forza lavoro in funzione delle fluttuazioni del mercato.
Se c’è domanda, potrà utilizzare il personale per 12 ore di fila. Se non c’è lavoro, li licenzierà senza costi. E se un lavoratore osasse mettere in discussione le decisioni del datore di lavoro, verrebbe sostituito da un «collaboratore» senza diritti.
Il datore di lavoro intende utilizzare i dipendenti come se fossero mobili. Ciò trasforma il lavoratore in una «materia prima just-in-time», una merce che si compra e si getta a seconda delle esigenze del mercato, eliminando qualsiasi traccia di stabilità vitale per l’operaio.
Il capitale vuole che tutta la vita dei lavoratori sia una «risorsa in attesa». Se il datore di lavoro può cambiare il tuo orario o il tuo luogo di lavoro da un giorno all’altro, il lavoratore perde la capacità di pianificare la propria riproduzione (studiare, riposarsi, stare con la famiglia). Il lavoratore diventa un’appendice della macchina (o dell’applicazione o della logistica aziendale) 24 ore su 24.
È la sovranità assoluta del capitale sul tempo vitale del lavoratore.
Quello che oggi viene chiamato «modernizzazione» è in realtà una reazione: il ritorno al contratto di prestazione di servizi del diritto civile, in cui datore di lavoro e lavoratore sono considerati «uguali» davanti alla legge, ignorando che uno possiede il capitale e l’altro solo la propria fame.
Le conquiste operaie esprimono gli interessi e i bisogni della classe operaia, interessi e bisogni che la (contro)riforma del lavoro pretende di ignorare e calpestare.
Per questo ci troviamo di fronte a un conflitto di interessi inconciliabili. Il governo e i datori di lavoro pretendono di spazzare via le conquiste operaie, ignorando gli interessi vitali della classe lavoratrice. L’estensione delle libertà padronali nel campo della produzione implica necessariamente un maggiore asservimento della classe lavoratrice.
*Alejandro Belkin è professore di storia all’Università di Buenos Aires (UBA) e membro del Conicet (Consiglio nazionale della ricerca scientifica e tecnica). Questo articolo è stato pubblicato su ANRed-Agencia de Noticias RedAcción il 20 gennaio 2026. È stato scritto prima dell’approvazione definitiva della riforma di legge avvenuta in via definitiva il 27-28 febbraio 2026: approvazione che ha confermato le indicazioni contenute nel testo di Belkin.
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