La ricca Svizzera taglia nella formazione ma assicura i privilegi dei ricchi!

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Il Parlamento federale ha infine deciso di tagliare 5,3 miliardi di franchi dal bilancio della Confederazione nel periodo 2027-2029, il cosiddetto “pacchetto di sgravio 27”. Solo tagli, nessuna nuova entrata. Il processo non si fermerà qui. Il Consiglio federale mirava a una “sforbiciata triennale” di 8,4 miliardi di franchi. La consigliera federale Keller-Sutter ha affermato che «il pacchetto di sgravio 27 è solo una misura intermedia». Tradotto: già nel 2027 saranno prese nuove misure di risparmio per 600 milioni di franchi e nel 2029 si preannuncia un nuovo progetto di pesanti risparmi (tagli). Queste misure sono state motivate dall’aumento del budget delle forze armate all’1% del PIL entro il 2032 e dal finanziamento della 13ª AVS. In realtà, il rapporto tra i tagli e questi nuovi finanziamenti nasconde soprattutto la difesa degli interessi di classe dei ricchi possidenti di questo Paese.

Un debito pubblico irrisorio, una politica di austerità permanente

La borghesia svizzera e i partiti al suo servizio hanno costruito negli ultimi decenni una vera e propria mitologia attorno alla presunta cattiva salute delle finanze pubbliche, federali, cantonali e comunali. Questa narrativa si completa con lo spauracchio di un debito pubblico disastroso, ormai fuori controllo. Ovviamente non è questa la situazione. Dal 1990 al 2025, gli esercizi finanziari deficitari della Confederazione sono stati 18, esattamente come quelli eccedentari. I periodi conclusisi in perdita sono stati soprattutto gli anni 1991-1997, caratterizzati da una grave crisi economica, e gli anni 2020-2024, fase contraddistinta dalla pandemia di Covid. In entrambe queste fasi, i deficit sono stati generati anche dai miliardi iniettati nel sistema economico elvetico per salvaguardare le sue imprese capitaliste.

La salute delle finanze pubbliche si rispecchia nel bassissimo tasso di indebitamento della Confederazione, un sogno per i neoliberisti più reazionari. Secondo i parametri dell’UE, le finanze pubbliche sono sane quando il rapporto deficit/Prodotto interno lordo (PIL) non supera il 3% e il rapporto debito pubblico/PIL non supera il 60%. Nel 2025, l’esercizio si è concluso con un’eccedenza di 0,3 miliardi di franchi. Sempre nel 2025, la Svizzera aveva un debito pubblico pari al 16,1% del PIL (140 miliardi). La media dal 1990 al 2025 è stata del 18,07%. Nel 2025, il tasso medio nell’UE è stato dell’87,8%.

Le finanze pubbliche non sono in crisi. Allora perché siamo confrontati con una politica permanente di austerità, fatta di tagli alla spesa pubblica? L’austerità non è una fatalità, ma una scelta politica che mira a difendere interessi ben precisi. Nei primi anni ’90 la borghesia svizzera ha deciso di usare la fiscalità per operare una redistribuzione sociale al contrario: attraverso la diminuzione dell’imposizione sulla sostanza, sui grandi redditi, sui profitti delle imprese, sui dividendi, sulle successioni ereditarie, ecc., una minoranza di ricchi si accaparra una quota sempre maggiore della ricchezza prodotta dai lavoratori. Se nel 2003 lo 0,38% dei contribuenti possedeva il 27,2% (277 miliardi di franchi) di tutta la sostanza dichiarata, nel 2022 controllava il 44,1% (857 miliardi di franchi) di tutta la sostanza patrimoniale dichiarata al fisco. È così che nel 2005 le società quotate alla borsa svizzera hanno versato 20,62 miliardi di franchi sotto forma di dividendi, esplosi a 62,5 miliardi nel 2025.

L’abbattimento fiscale offerto ai super-ricchi e alle imprese ha comportato una drastica diminuzione delle risorse finanziarie pubbliche. Per contenere i deficit così generati, che avrebbero potuto creare malcontento e mettere in pericolo i privilegi fiscali, è stato introdotto nel 2003 il meccanismo del freno all’indebitamento. Semplificando all’estremo, questo sistema prevede che ogni diminuzione delle entrate sia controbilanciata da una diminuzione delle uscite: meno risorse = tagli equivalenti alla spesa pubblica. È a causa di questo meccanismo che l’aumento delle spese per l’esercito – una spesa alla quale ci opponiamo totalmente! – e il finanziamento della 13ª AVS comportano i tagli contenuti nel pacchetto di sgravio 27. Di fatto, l’austerità è il prezzo che i salariati e le salariate di questo Paese stanno pagando per garantire una fiscalità di classe!

Studenti e studentesse pagheranno il prezzo dei regali fiscali ai ricchi e alle imprese!

A questo giro, il rispetto del principio di non tassare i ricchi e le loro imprese sarà fatto pagare in particolare agli studenti e alle studentesse di questo Paese, indebolendo parallelamente la qualità dell’insegnamento superiore universitario e professionale. Se si sommano tutti i tagli in questo ambito, si arriva a quasi mezzo miliardo di franchi all’anno, dal 2027 al 2029, come indicato nella tabella a lato. Per i partiti borghesi questi tagli dovranno essere compensati direttamente dagli “utenti” delle università e dei politecnici. Una logica implacabile quanto cinica.

Il calcolo della riduzione di 78 milioni di franchi l’anno per i politecnici federali e di 120 milioni per le scuole universitarie cantonali è così spiegato: «come base per determinare questo importo sono stati considerati, da un punto di vista globale, i maggiori ricavi ottenibili raddoppiando le tasse universitarie per gli studenti svizzeri e quadruplicando quelle per gli studenti stranieri» (Messaggio concernente le misure di sgravio del bilancio della Confederazione applicabili dal 2027). Per gli studenti svizzeri iscritti ai politecnici la tassa universitaria ammonta a 1’460 franchi all’anno. Quindi, secondo gli auspici del Parlamento, questa salirà a 2’920 franchi. Gli studenti stranieri pagano già oggi il triplo rispetto agli studenti indigeni. Quindi, quadruplicando, la tassa universitaria passerà da 4’380 a 5’840 franchi.

Per le università cantonali e per le scuole universitarie cantonali la dinamica è la stessa. Il Consiglio federale riporta che nel 2024 la media delle tasse universitarie annuali era di 1’445 franchi per gli studenti svizzeri e di 2’510 franchi per gli studenti stranieri, mentre nel 2022 le università cantonali hanno ottenuto un totale di 179 milioni di franchi. Perciò, raddoppiando e quadruplicando, le università cantonali otterrebbero «ulteriori ricavi pari a circa 300 milioni di franchi». Le scuole universitarie professionali, nel 2024, hanno fatto pagare mediamente 1’544 franchi di tasse all’anno per gli studenti svizzeri e 2’808 franchi per gli stranieri. Sempre nel 2022, l’incasso totale per questi istituti è stato di 141 milioni di franchi. Perciò il governo federale prevede “ulteriori ricavi” pari a 200 milioni di franchi. Questi “ricavi” saranno finanziati dalle studentesse, dagli studenti e dalle loro famiglie, mentre i cantoni dovranno compensare i tagli nella ricerca, nei progetti innovativi e nella formazione continua. Ma non c’è nessuna certezza che ciò avvenga. Anche i cantoni perseguono la stessa logica di sgravi fiscali e di tagli della spesa pubblica…

I Bilaterali III introducono un principio giusto ma che produrrà effetti negativi a causa dell’austerità

Con i Bilaterali III finirà una distorsione francamente inaccettabile: il fatto che gli studenti provenienti dall’UE paghino tasse universitarie nettamente superiori ai loro omologhi svizzeri o domiciliati. Con i nuovi accordi è introdotto il principio di non discriminazione sul piano delle tasse universitarie. Considerato che sarà molto difficile che le tasse universitarie degli svizzeri e dei domiciliati siano portate al livello di quelle degli stranieri (livellamento verso l’alto), la realtà sarà l’abbassamento delle tasse finora pagate dagli studenti UE al livello di quelli degli studenti “indigeni”. Ciò provocherà una riduzione ulteriore delle risorse a disposizione delle università e dei politecnici. Secondo i calcoli della Confederazione, l’applicazione del principio di non discriminazione sul piano delle tasse universitarie dovrebbe aggirarsi sui 23,6 milioni di franchi all’anno, mentre per le scuole universitarie e le scuole universitarie professionali si aggirerà sui 21,8 milioni di franchi l’anno. Per un periodo di quattro anni la Confederazione assumerà la totalità delle perdite subite dai cantoni interessati e dai politecnici. Per il Consiglio federale «il termine di quattro anni dà alle scuole universitarie il tempo sufficiente per adeguare le loro strategie» (Messaggio concernente il pacchetto «stabilizzazione e sviluppo delle relazioni Svizzera-UE (Bilaterali III), p. 1016). Tradotto: scaduto questo termine gli istituti coinvolti dovranno arrangiarsi a compensare questa diminuzione di risorse, le quali andranno ad aggiungersi ai tagli del “pacchetto di sgravio 27”. Ecco che l’attacco al sistema di formazione superiore, in termini di accesso e di qualità dell’insegnamento offerto, si rafforza ulteriormente. 

 E in Ticino il conto totale sarà ancora più salato!

Per finanziare la realizzazione dell’iniziativa «Premi di cassa malati non oltre il 10% del reddito disponibile» e quella per rendere integralmente deducibili i premi di cassa malati, il Consiglio di Stato gioca la carta dei tagli della spesa pubblica in altri settori. Con una mano dà e con l’altra toglie. È vero, si prevede di aumentare l’aliquota massima dell’imposta sulla sostanza dal 2,5 al 3‰ per i patrimoni imponibili superiori a 1,4 milioni di franchi, ma per al massimo tre anni (2027-2029): una misura che permetterebbe di raccogliere 20 milioni all’anno. Un prelievo che è come una puntura di zanzara per i ricchi e i super-ricchi.

Infatti, nel 2003 lo 0,72% dei contribuenti deteneva il 25,87% dei patrimoni dichiarati, pari a 8,302 miliardi di franchi, mentre nel 2022 lo 0,87% concentra il 44,63% – pari a 36,850 miliardi di franchi – del totale della sostanza dichiarata. I ricchi, anche grazie agli sgravi fiscali, hanno moltiplicato per 4,5 volte il loro patrimonio negli ultimi 20 anni. Nonostante la ricchezza crescente e sempre più concentrata nelle mani di una micro-minoranza, il governo ticinese afferma che ci vuole «una simmetria dei sacrifici» e taglia, tra le 15 misure proposte, 5,5 milioni l’anno ai contratti di prestazione con l’USI e 1,3 milioni a quelli con la SUPSI.

Se questi istituti non vorranno scaricare anche il peso dei tagli “ticinesi” sulle spalle dei loro studenti e studentesse, dovranno intervenire sulla qualità dell’insegnamento e/o sulle condizioni di lavoro del personale. In ogni caso, un inaccettabile nuovo peggioramento.

Una formazione superiore sempre più classista e sempre meno pubblica!

Il pacchetto di sgravio 27 agirà come un duplice acceleratore. In primo luogo, rafforzerà il carattere storicamente classista del sistema di formazione svizzero, in particolare a livello superiore. Secondo l’Ufficio federale di statistica, nel 2024 il 50% degli studenti e delle studentesse delle scuole universitarie proveniva da famiglie in cui uno o entrambi i genitori hanno completato una formazione universitaria. La percentuale di studenti i cui genitori sono titolari di un diploma universitario è aumentata costantemente, passando dal 36% nel 2005 al 50% nel 2024. Il 26% degli studenti aveva genitori in possesso di una formazione professionale di livello secondario, mentre coloro i cui genitori non dispongono di una formazione post-obbligatoria erano l’8%. In perfetta simmetria, l’8% degli universitari e delle universitarie ha dichiarato nel 2024 di aver contratto debiti per poter studiare.

In Svizzera, dunque, la probabilità che i figli e le figlie di operai e operaie possano accedere a una formazione superiore è estremamente bassa. E lo sarà ancora meno in futuro. L’aumento delle tasse di studio previsto dal “pacchetto di sgravio 27” aggraverà questa già acuta disparità sociale nell’accesso alla formazione superiore, selezionando sempre di più in funzione della provenienza sociale e della situazione finanziaria. Ed è un problema destinato a generalizzarsi. Oggi, il 72% delle studentesse e degli studenti deve lavorare parallelamente per mantenersi (totalmente o parzialmente) durante la formazione superiore.

Le disuguaglianze sociali in materia di studio si rafforzeranno con il ribaltamento del finanziamento della formazione superiore, che passerà sempre più da un modello alimentato da fondi pubblici a uno in cui i costi saranno a carico degli utenti/studenti. Di fatto, la Confederazione accentua la privatizzazione degli studi a discapito di un sistema di formazione pubblico, che, seppur imperfettamente in Svizzera, permette una certa redistribuzione delle risorse e quindi la possibilità di attenuare le disparità nell’accesso agli studi superiori. Questo dipenderà sempre più dalle disponibilità finanziarie familiari, dal loro grado di solvibilità. Detto altrimenti, si impone sempre più il modello universitario anglosassone.

Opporsi a livello dei cantoni ma coordinare la lotta a livello nazionale

Il pacchetto di sgravio 27 non sarà sottoposto al voto popolare. Ciò significa la fine della lotta? Non lo pensiamo. È necessario spostare la mobilitazione direttamente nei cantoni universitari. Infatti, il disimpegno finanziario della Confederazione nella formazione superiore universitaria ricadrà sulle spalle dei cantoni. A tutti i livelli della struttura federalista si è affermata la politica degli sgravi fiscali e dell’austerità finanziaria.

Perciò, le mobilitazioni dovrebbero porre al centro della lotta il blocco di qualsiasi aumento delle tasse universitarie, rivendicando, quale obiettivo a medio termine, la gratuità della formazione. Entrambi questi obiettivi devono essere sostenuti rivendicando un cambiamento di paradigma nella politica fiscale: tassare maggiormente il capitale e i suoi profitti. Ciò significa recuperare “il bottino” che, con gli sgravi a ripetizione, è stato concesso ai ricchi e ai super-ricchi negli ultimi decenni, imponendo il principio che la ricchezza va ridistribuita massicciamente dall’alto verso il basso.

È solo così che si potranno finanziare servizi pubblici capaci di rispondere pienamente ai bisogni sociali, formazione e ricerca comprese. E si potrà esigere la fine delle politiche di austerità, compresa la soppressione di meccanismi come il freno all’indebitamento, presente in molte realtà cantonali.

Il movimento studentesco, declinato a livello locale ma coordinato a livello nazionale, dovrebbe anche intrecciarsi con le mobilitazioni della funzione pubblica, laddove esistono, confluendo in un fronte sociale ampio contro l’austerità finanziaria, vettore di una miseria sociale crescente.

Unire studenti e studentesse con salariate e salariati della funzione pubblica, sostenuti dagli utenti dei servizi pubblici: questa può essere la formula vincente per contrastare chi condanna la maggioranza della popolazione a una condizione di continua regressione.

*sindacalista e membro del segretariato MPS

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