La nomina da parte del «Consiglio degli Esperti di Guida» della «Repubblica Islamica dell’Iran» del figlio del defunto leader «Ayatollah Ali Khamenei» come successore del padre rappresenta senza dubbio una sfida per il presidente americano Donald Trump, il quale ha espresso con la sua consueta sfrontatezza l’intenzione di partecipare alla nomina del prossimo leader iraniano, esprimendo al contempo il suo rifiuto a priori nei confronti di Mojtaba Khamenei.
Questo è ovviamente chiarissimo e costituisce una grande «delusione» per Trump, che lui stesso ha espresso commentando la nomina, poiché sperava e continua a sperare che l’aggressione che ha sferrato contro l’Iran con la partecipazione del suo alleato Benjamin Netanyahu porti alla vittoria di coloro che vengono definiti «moderati» e «riformisti» al potere e a un cambiamento dell’approccio del regime iraniano in linea con la volontà di Washington, sulla scia di quanto accaduto in Venezuela.
Tuttavia, la nomina di Mojtaba Khamenei come successore di suo padre, il cui rango teologico non supera il titolo di «Hujjatullah» (i media del regime hanno iniziato a attribuirgli il titolo di «Ayatollah» prima dell’annuncio ufficiale della sua nomina, il che ha costituito una prova di tale nomina), ma è anche, in realtà, una sfida alla maggioranza del popolo iraniano che non sopporta più il perdurare del regime teocratico. Due mesi fa la maggioranza popolare ha espresso il proprio profondo malcontento attraverso la più grande rivolta che l’Iran abbia visto dalla rivoluzione che rovesciò la dinastia Pahlavi nel 1979, e ha pagato un prezzo altissimo per il proprio coraggio: tra i dieci e i trentamila morti, centinaia di migliaia di feriti e oltre cinquantamila arrestati. E poiché tra gli slogan della rivolta, come in quella che l’ha preceduta nell’ultimo decennio, c’erano «Morte al dittatore» e «Morte a Khamenei», durante la notte a Teheran si sono rapidamente levati gli slogan «Morte a Mojtaba».
Tutti hanno compreso che la nomina di Mojtaba Khamenei a «Guida Suprema» della Repubblica Islamica, che colloca l’Iran nella categoria delle «monarchie» sul modello del regime siriano degli al-Assad – che l’Iran si è affrettato a difendere –, costituisce innanzitutto una consacrazione del controllo esercitato dal «Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica» sul destino del paese. Il suddetto Corpo è diventato la spina dorsale del regime, che ha gradualmente perso lo slancio della rivoluzione del 1979, parallelamente alla trasformazione della «Guardia Rivoluzionaria» in un enorme complesso militare-economico, che gode di numerosi privilegi finanziati dalla ricchezza petrolifera dell’Iran e che accresce la sua ferocia nel difendere il proprio monopolio del potere. Il fatto è che il figlio di Ali Khamenei era l’uomo nell’ombra del governo iraniano, in stretta collaborazione con la «Guardia Rivoluzionaria», e ha assunto anche la guida dell’«Organizzazione per la Mobilitazione degli Oppressi» (un altro nome tra una serie di denominazioni diventate paradossi, sulla falsariga di quelle di George Orwell nel suo famoso romanzo 1984), nota come «Basij», il braccio civile del «Corpo delle Guardie Rivoluzionarie», che svolge compiti repressivi nella società simili in parte a quelli che svolgeva la «Commissione per la promozione del bene e la repressione del male» (Al-Mutaawa’ah) nel regno dell’Arabia Saudita prima che il principe ereditario, Mohammed bin Salman, ne limasse i poteri.
Dal punto di vista formale, il «Consiglio degli Esperti di Guida» che ha designato Mojtaba Khamenei come «Guida Suprema» in successione al padre è un organo eletto tramite suffragio universale. Tuttavia, ai candidati a tali elezioni è richiesto di ottenere l’approvazione del «Consiglio di Custodia della Costituzione», che nomina la metà dei suoi dodici membri, oltre a supervisionare, ovviamente, l’«elezione» dell’altra metà da parte del «Consiglio Consultivo Islamico» (il parlamento iraniano). In realtà, l’assenza di libertà di candidatura e la sua subordinazione alla volontà del regime rendono le varie elezioni in Iran fotocopie delle elezioni che si svolgevano nella Siria degli al-Assad, con uno spazio maggiore lasciato alla competizione tra i capi del regime stesso, e con il divieto di tutti gli oppositori del regime in questione o del suo vertice.
Con il passare del tempo, il regime ha intensificato la repressione nei confronti del popolo iraniano, imponendogli sacrifici non necessari nell’ambito dello scontro con gli Stati Uniti sul combustibile nucleare, in un paese che dispone di enormi riserve di combustibili fossili. Senza contare che, nell’interesse del popolo, sarebbe stato più opportuno collaborare con la Cina per lo sviluppo delle energie rinnovabili, come quella solare e altre, piuttosto che collaborare principalmente con la Russia per l’approvvigionamento di energia nucleare. Inoltre, il popolo iraniano sta pagando il prezzo della ricerca da parte del regime di espandere la propria influenza regionale basandosi, in primo luogo, sul fattore settario e, in secondo luogo, sull’ostilità araba verso Israele, al punto che è riuscito a suscitare l’avversione di gran parte della popolazione verso tale politica, come emerge da alcuni slogan lanciati durante le manifestazioni popolari.
A differenza del fondatore della Repubblica, «l’Ayatollah Supremo Ruhollah Khomeini», il cui prestigio popolare era indubbiamente pari al suo rango teologico, Ali Khamenei è salito al potere nel 1989 senza possedere nessuna di queste due qualità, proprio come suo figlio oggi, in seguito alla destituzione del «Gran Ayatollah Hossein Ali Montazeri», che rappresentava le aspirazioni popolari in Iran ed era il principale candidato alla successione di Khomeini. La sua destituzione avvenne grazie a un’alleanza tra il figlio di Khomeini e l’«Ayatollah Ali Akbar Hashemi Rafsanjani», che era impegnato in trattative con Washington. È quindi una delle ironie della storia che Khamenei padre abbia svolto un ruolo fondamentale nel portare al potere l’uomo che all’epoca rappresentava la «moderazione», il pragmatismo e l’apertura verso gli Stati Uniti.
Ciò avvenne dopo anni in cui gli Stati Uniti e Israele avevano fornito all’Iran armi e pezzi di ricambio per prolungare il suo conflitto con l’Iraq (una collaborazione emersa chiaramente in quello che è noto come lo scandalo «Iran-Contras»). Una delle conseguenze di questo approccio è stata la collaborazione del regime iraniano con le forze americane nell’invasione dell’Iraq nel 2003; i partiti iracheni filoiraniani lo hanno sostenuto e hanno colto l’occasione per prendere il potere sotto l’occupazione in cui lo stesso regime li aveva inizialmente coinvolti. L’estensione dell’influenza di Teheran a Baghdad a scapito di quella di Washington ha portato a un aumento della tensione tra le due parti, aggravata dall’avvio da parte del regime iraniano dello sviluppo del programma nucleare ereditato dal regime dello scià deposto.
Oggi, mentre il conflitto tra l’Iran, gli Stati Uniti e lo stato sionista, loro alleato, ha raggiunto il culmine, il regime iraniano ha perso l’occasione di rinnovare la propria popolarità, anche solo in parte, nominando una «Guida Suprema» moderato, disposto a negoziare un compromesso con Washington, attraverso il quale cercare di approfondire il dissidio tra Trump e Netanyahu e di dare spazio al paese per riprendere fiato economicamente, e persino per superare la situazione disastrosa che prevaleva prima dell’aggressione americano-israeliana. L’impegno a rinunciare all’arricchimento dell’uranio (di cui il regime iraniano non ha bisogno, se è sincera la sua affermazione di non avere alcuna intenzione di dotarsi di armi nucleari, e ha dichiarato più volte di considerare le armi nucleari un’arma proibita dalla religione), accompagnato dall’apertura economica verso gli Stati Uniti (e a Trump e alla sua cerchia) – come era stato proposto dai negoziatori iraniani nei colloqui precedenti all’aggressione, secondo quanto trapelato – sarebbe stato sufficiente a far sì che Trump cambiasse atteggiamento, e addirittura elogiasse il regime iraniano così come oggi elogia quello venezuelano.
Per quanto riguarda invece l’insistenza della leadership del regime iraniano, e in particolare del «Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica», sul proprio monopolio del potere in queste circostanze estremamente difficili, e la nomina di un uomo privo di legittimità popolare o teologica, sono simili al rifiuto del regime di Bashar al-Assad di attuare riforme all’inizio della rivolta siriana nel 2011. Tutti sanno a cosa ha portato quel rifiuto, e questo naturalmente a prescindere da ciò a cui potrebbe portare l’escalation dell’aggressione americano-israeliana contro l’Iran.
*articolo apparso il 13 marzo 2026 sul sito Alomamia l’edizione in arabo di Inprecor, pubblicazione in diverse lingue curata dal segretariato della Quarta Internazionale.
Condividi:
- Fai clic per condividere su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
- Fai clic per inviare un link a un amico via e-mail (Si apre in una nuova finestra) E-mail
- Fai clic per condividere su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
- Fai clic per condividere su Bluesky (Si apre in una nuova finestra) Bluesky
