Come si spiega la sovrarappresentazione degli stranieri nella criminalità?

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Nella campagna in difesa della sua iniziativa “No ad una Svizzera da 10 milioni”, l’UDC e la destra ricorrono, tra gli altri argomenti xenofobi, a quello della tendenza degli stranieri a delinquere in modo più marcato degli “indigeni”. Per questo fanno riferimento ai dati statistici sui reati. In realtà si tratta di un uso strumentale e assurdo della statistica, come mostra molto bene il testo che segue. (Red)

La presente riflessione cerca di mostrare in modo semplice quanto l’uso di statistiche bivariate** possa essere fuorviante, arrivando persino a far credere che il colore di un passaporto possa avere un’influenza sulla criminalità, mentre non è affatto così.

In materia di criminalità, la nazionalità è come l’altezza

Il lettore di questo contributo sa probabilmente che gli adulti alti più di 175 centimetri commettono più reati penali rispetto a quelli sotto i 175 centimetri… Si tratta di un’evidenza criminologica e la ragione è molto semplice: la popolazione adulta sopra i 175 cm è composta principalmente da uomini, mentre le donne sono largamente sovrarappresentate tra gli adulti sotto i 175 cm. Sapendo inoltre che gli uomini sono più coinvolti nel fenomeno criminale rispetto alle donne, è logico che gli adulti più alti commettano la maggior parte dei reati. Tuttavia, è evidente per chiunque che questa sovrarappresentazione dei più alti nelle statistiche criminali non ha nulla a che vedere con l’altezza in sé, ma piuttosto con il sesso. Nessuno proporrà quindi interventi sull’ormone della crescita o il taglio delle gambe come politica di prevenzione della criminalità…
Ma se questo ragionamento è così evidente, perché molte persone non sono in grado di applicarlo quando si tratta del coinvolgimento degli stranieri nella criminalità?
Come per gli adulti sopra i 175 cm, è molto semplice dimostrare che gli stranieri sono sovrarappresentati nel fenomeno criminale. Essi rappresentano infatti poco più del 20% della popolazione svizzera, ma circa il 50% dei condannati dai tribunali svizzeri. Tuttavia, proprio come nel caso dell’altezza, è anche relativamente semplice dimostrare che sono altri fattori, e non la nazionalità, a influenzare la criminalità.

Le principali variabili che influenzano la criminalità

Sapendo che la sovrarappresentazione degli immigrati nella criminalità è un fenomeno universale – osservabile quindi in tutti gli Stati – è evidente che non può trattarsi di un semplice problema legato al passaporto! Ma quali sono allora le variabili determinanti per spiegare il fenomeno criminale?
Come già accennato nell’introduzione, una delle principali variabili esplicative è il sesso. Infatti, a fronte di una distribuzione circa metà uomini e metà donne nella popolazione, in Svizzera circa l’85% delle condanne riguarda uomini e solo il 15% donne.
Un’altra variabile importante è l’età. Se circa il 30% della popolazione svizzera ha meno di 30 anni, questa fascia rappresenta circa il 50% delle persone condannate.
Ne consegue che il volume della criminalità di uno Stato dipende fortemente dalla composizione demografica della sua popolazione. Più ci sono individui appartenenti ai gruppi più “criminogeni” (cioè uomini e giovani), maggiore sarà il livello di criminalità.
Un altro fattore è il livello socio-economico. Dalle indagini più recenti emerge che circa il 37% dei residenti in Svizzera proviene da ambienti socio-economici modesti o medio-bassi, e questi stessi ambienti producono circa il 60% della delinquenza. Al contrario, i ceti medio-alti e benestanti (63% della popolazione) producono circa il 40% della criminalità.
Infine, ciò che vale per lo status socio-economico vale anche per il livello di istruzione. Circa metà della popolazione ha un livello di formazione “modesto” (scuola primaria, secondaria, formazione professionale, apprendistato), ma questo stesso livello si ritrova in circa il 68% delle persone detenute.

Modello multivariato

Quanto presentato nelle due sezioni precedenti mostra che il fenomeno criminale è legato, in modo bivariato, a diversi fattori. Tuttavia, questo non ci aiuta molto, perché il crimine sembrerebbe dipendere dai più alti, dagli stranieri, dai giovani, dagli uomini, dai poveri e/o da chi ha un basso livello di istruzione. A questo punto, ognuno trarrebbe conclusioni non basate su conoscenze scientifiche, ma piuttosto sulle proprie inclinazioni politiche.
In altre parole, queste correlazioni bivariate ci dicono poco – per non dire nulla – sul fenomeno criminale. Cercheremo quindi di affinare l’analisi per rendere il discorso un po’ più scientifico.
Se abbiamo già visto che l’altezza in sé non influisce sulla criminalità, essendo completamente assorbita dalla variabile del sesso, resta ancora da determinare quale sia il peso rispettivo di ciascuna delle cinque variabili rimanenti nella spiegazione del fenomeno criminale. Per farlo, è necessario inserire tutte le variabili esplicative del crimine sopra menzionate in un unico modello (che non sarà più bivariato, ma multivariato), modello che ci permetterà di determinare quale di queste variabili spiega la maggior parte della criminalità, e poi il valore esplicativo aggiuntivo di ciascuna delle altre variabili introdotte nel modello.
Procedendo in questo modo, si osserva che la variabile numero uno nella spiegazione della criminalità è il sesso. Il fatto di essere un uomo piuttosto che una donna è quindi l’elemento più predittivo della commissione di un reato. Al secondo posto si trova l’età; dunque, il fatto di essere un giovane uomo è più criminogeno rispetto all’appartenenza a qualsiasi altra categoria. Al terzo posto viene il livello socio-economico e infine il livello di istruzione.
In altre parole, il profilo tipico del criminale è quello di un uomo, giovane, socio-economicamente svantaggiato e con un livello di istruzione piuttosto basso.
E la nazionalità in tutto questo? Ebbene, la nazionalità generalmente non spiega alcuna parte aggiuntiva della variabilità della criminalità. Infatti, poiché la popolazione migrante è composta in modo sovrarappresentato da giovani uomini svantaggiati, la variabile “nazionalità” è già inclusa nelle altre e non spiega alcuna quota aggiuntiva della criminalità rispetto alle altre variabili considerate; esattamente come l’altezza è inclusa nel sesso nell’esempio citato nell’introduzione, dato che gli uomini sono in media più alti delle donne.
Quanto appena esposto permette inoltre di comprendere perché il fatto che gli stranieri commettano più reati dei cittadini nazionali sia un fenomeno universale. Infatti, la migrazione è in generale soprattutto una questione di giovani piuttosto che di anziani, e di uomini piuttosto che di donne. Sapendo che i giovani uomini rappresentano proprio la parte della popolazione più criminogena, è quindi logico che la popolazione migrante sia più coinvolta nella criminalità rispetto a quella che non si sposta dal proprio luogo di nascita.
È quindi del tutto errato confrontare gli stranieri con i cittadini nazionali, poiché si mette a confronto una popolazione composta essenzialmente da giovani uomini con una popolazione nazionale più anziana e composta da entrambi i sessi in proporzioni pressoché uguali. Infatti, se si confronta il tasso di criminalità degli stranieri con quello dei cittadini nazionali dello stesso sesso, della stessa fascia d’età, della stessa categoria socio-economica e dello stesso livello di istruzione, la differenza tra nazionali e stranieri scompare.
Può tuttavia accadere che la nazionalità spieghi comunque una piccola parte della criminalità; ciò avviene nel caso molto particolare di migranti provenienti da un paese in guerra. Infatti, l’esempio di violenza fornito da uno Stato in guerra tende a “disinibire” i cittadini, che diventano a loro volta più violenti e poi esportano questa caratteristica nel paese di accoglienza. Questo fenomeno è noto in criminologia con il nome di “brutalizzazione”. Pertanto, quando l’immigrazione proviene da un paese in guerra, le prime quattro variabili (sesso, età, status socio-economico e livello di istruzione) non sono sufficienti a spiegare tutta la criminalità; la nazionalità entra allora anch’essa nel modello esplicativo, al quinto posto. Al contrario, quando l’immigrazione proviene da paesi non in guerra, la nazionalità non aggiunge nulla a quanto già spiegato dalle prime quattro variabili.
Va inoltre sottolineato che il fenomeno della «brutalizzazione» di cui abbiamo parlato in precedenza spiega anche perché gli Stati che hanno reintrodotto la pena di morte negli Stati Uniti abbiano successivamente registrato un aumento della criminalità violenta [5]… Infatti, quando lo Stato procede esso stesso alle esecuzioni capitali, disinibisce i cittadini rafforzandoli nell’idea che la violenza sia un modo adeguato per risolvere i conflitti, aumentando così il numero di crimini violenti. Lo stesso effetto di «brutalizzazione» permette probabilmente anche di comprendere perché, in Svizzera, la punizione ordinaria che alcuni genitori infliggono ai propri figli quando questi commettono una sciocchezza è la reclusione in camera, mentre si tratta – agli occhi del diritto penale – di una sequestrazione, punibile con una pena detentiva di cinque anni… Siamo quindi tutti brutalizzati dai nostri rispettivi sistemi statali, che poi riproduciamo, senza nemmeno rendercene conto, su scala più piccola.

Considerazioni di politica criminale

Sappiamo quindi ora che le variabili che spiegano il fenomeno criminale sono, nell’ordine:

  1. Il sesso;
  2. L’età;
  3. Il livello socio-economico;
  4. Il livello di istruzione;
  5. La nazionalità (talvolta).

La questione che resta da risolvere è come questa conoscenza possa essere tradotta in misure di prevenzione del crimine. Se si prendono le variabili nel loro ordine di importanza esplicativa, si dovrebbe innanzitutto considerare una politica di riduzione della “mascolinità”… Tuttavia, è evidente che politiche che proponessero l’eliminazione degli uomini o l’incoraggiamento della natalità femminile violerebbero non solo il diritto, ma sarebbero anche profondamente contrarie al nostro senso etico. Le stesse critiche possono essere rivolte anche a politiche che proponessero l’eliminazione o la ghettizzazione dei giovani. Quanto a una politica di “denatalizzazione” andrebbe contro l’interesse dello Stato nel lungo periodo.
Va tuttavia osservato che, per quanto riguarda la variabile sesso, la femminilizzazione di una società non passa necessariamente attraverso una femminilizzazione fisica, ma potrebbe essere anche di carattere sociologico. Ciò significherebbe quindi rifiutare i valori generalmente attribuiti al genere maschile (come il machismo) e favorire valori che la società associa più volentieri alle donne (come la tenerezza).
In terzo luogo – quindi dopo il sesso e l’età – si potrebbe pensare a una prevenzione della criminalità basata su una maggiore uguaglianza tra gli abitanti di un paese, evitando così una “società a due velocità”. In quarto luogo, si tratterebbe di migliorare il livello di istruzione delle persone più svantaggiate e meno formate.

Conclusione

Se si vuole realmente combattere la criminalità e investire in misure con il maggiore potenziale di successo, è fondamentale iniziare agendo sulle variabili che spiegano maggiormente il fenomeno criminale. Poiché intervenire su sesso ed età è difficilmente realizzabile e soprattutto eticamente discutibile, le azioni più efficaci per contrastare la criminalità sembrano essere quelle sociali ed educative.
Così come intervenire sull’altezza delle persone, prendere di mira i migranti significa sbagliare bersaglio. Senza contare che non è affatto certo che una politica di eliminazione degli stranieri sia più etica di una politica di eliminazione degli uomini o dei giovani…
Alcune parti del presente testo – e soprattutto le idee che vi sono espresse – sono già state pubblicate dall’autore in lavori precedenti. Là dove alcuni potrebbero parlare, forse, della ridicola nozione di “auto-plagio”, l’autore preferisce considerarlo un fenomeno positivo, in quanto riflette un modo di pensare logico, coerente e soprattutto costante.

*Articolo apparso sulla rivista “Vivre ensemble” nel maggio 2013. André Kuhn è professore ordinario di Diritto Penale e Criminologia presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Neuchâtel.

[**L’analisi bivariata è un metodo statistico che esamina la correlazione tra due cose diverse. L’analisi bivariata mira a determinare se esiste un legame statistico tra le due variabili e, in caso affermativo, quanto forte e in quale direzione sia tale legame.]

[1] Per dati più precisi, si rimanda al sito dell’Ufficio federale di statistica (http://www.bfs.admin.ch/bfs/portal/fr/index.html), sezione 19 – Criminalità, diritto penale. Questo vale per tutti i dati numerici presenti nel testo, salvo diversa indicazione.
[2] Fonti: indagini svizzere sull’autodichiarazione della delinquenza, sulla vittimizzazione e sulle sentenze.
[3] Fonti: indagini svizzere e statistiche penitenziarie statunitensi. In Svizzera non esistono dati sul livello di istruzione delle persone condannate e/o incarcerate.
[4] Ciò non implica ovviamente che tutti gli uomini commettano reati o che le donne non ne commettano mai, ma semplicemente che tra i criminali vi è una forte sovrarappresentazione maschile.
[5] In questo contesto, l’ipotesi della “brutalizzazione” è stata verificata, ad esempio, nello Stato dell’Oklahoma da W. C. Bailey, «Deterrence, Brutalization, and the Death Penalty: Another Examination of Oklahoma’s Return to Capital Punishment», Criminology, vol. 36, 1998, pp. 711 e seguenti.
[6] Tra le quali rientrano anche le politiche di integrazione degli stranieri.

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