ErreDiPi, un’associazione del personale che il governo non vuole vedere

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C’è un dato politico difficile da aggirare: quando il personale del Cantone è stato chiamato a esprimersi nell’unico vero momento di verifica democratica della rappresentatività — l’elezione dei membri del CdA di IPCT — ErreDiPi è risultata la forza più votata. Quasi il 50% dei suffragi, tre seggi su cinque, migliaia di voti raccolti. Numeri netti, difficili da relativizzare.
Non solo i tre candidati eletti di ErreDiPi, ma anche i due subentranti hanno ottenuto più voti dei due eletti della lista VPOD-OCST-SIT.

Eppure il Consiglio di Stato continua a negare a ErreDiPi il riconoscimento come organizzazione rappresentativa del personale. Una scelta che, a questo punto, appare frutto di una discriminazione politica chiara.

Per anni il governo ha risposto in modo interlocutorio alle richieste dell’associazione. Prima mancava una sede. Ora la sede c’è: da luglio ErreDiPi sarà in via Pratocarasso 18 a Bellinzona. Poi mancava una lista formale di servizi offerti agli affiliati. Anche quella è stata presentata. Nel frattempo l’associazione ha superato gli 800 iscritti, numeri che, ad esempio, nel mondo della scuola la collocano pienamente accanto — e in alcuni casi sopra — le organizzazioni tradizionali (per il dettaglio di questi scambi rinviamo al seguente articolo).

Ma il problema vero probabilmente non è burocratico. Il problema è che ErreDiPi non funziona come i sindacati che il governo è abituato a frequentare.

ErreDiPi è nata fuori dalle logiche consolidate della concertazione permanente. Ha una pratica più conflittuale, più partecipativa, più assembleare. Non si limita alla gestione dell’esistente o alla mediazione preventiva: mobilita, discute pubblicamente, coinvolge direttamente il personale. E soprattutto rivendica un funzionamento democratico reale, nel quale le decisioni vengono costruite dal basso e non semplicemente comunicate agli affiliati.

È precisamente questo elemento a renderla scomoda.

Perché riconoscere ErreDiPi significherebbe riconoscere che una parte importante del personale cantonale non si sente più rappresentata dalle forme sindacali tradizionali. Significherebbe ammettere che esiste domanda di conflitto, di partecipazione diretta, di trasparenza. E significherebbe anche concedere spazi e diritti — come i congedi per attività sindacale — a un soggetto che non appare disposto a limitarsi al ruolo di interlocutore disciplinato.

La vicenda assume così un sapore paradossale: il governo riconosce come “rappresentativi” soggetti meno votati e meno radicati in alcuni settori, mentre continua a negare lo stesso status all’organizzazione che ha ottenuto il consenso più ampio quando il personale ha potuto esprimersi direttamente per essere rappresentato.

La domanda allora diventa inevitabile: cosa intende davvero il Consiglio di Stato per “rappresentatività”? I numeri contano oppure no? Conta il consenso dei lavoratori e delle lavoratrici oppure conta soprattutto la compatibilità con un certo modello di relazioni sindacali?

ErreDiPi ha ora formalizzato nuovamente la richiesta di riconoscimento e quella relativa ai congedi sindacali per i membri di comitato. Dopo anni di rinvii, sarà difficile continuare a nascondersi dietro dettagli amministrativi.

A meno che il problema non sia, fin dall’inizio, un altro: non l’assenza di requisiti, ma l’eccesso di indipendenza.

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