Pubblichiamo l’introduzione e il primo capitolo del libro “Brevissima storia del conflitto tra Russia e Ucraina” (FuoriscenaLibri, 2026) di Marta Serafini, giornalista del Corriere della Sera. Si occupa di terrorismo e di relazioni internazionali. È stata speaker alla XX edizione del Festival Internazionale di Giornalismo di Perugia nell’incontro “Viaggio nella resistenza ucraina”.
Introduzione
Questo libro prende le mosse dalle proteste del 2013-14 a piazza Maidan, Kiev – una serie di manifestazioni, note come Euromaidan, innescate dalla decisione del governo di sospendere le trattative per la conclusione di un accordo tra l’Ucraina e l’Unione Europea –, attraversa le battaglie in Crimea e Donbas, fino ad arrivare alle città martoriate dalla guerra totale cominciata nel febbraio 2022, e ai luoghi di memoria dove oggi l’Ucraina ricorda i propri caduti. Uno strumento utile per restituire un contesto e dare una profondità storica alle notizie di attualità su quello che può essere considerato il conflitto armato più significativo in Europa dalla Seconda guerra mondiale per lunghezza del fronte, impatto geopolitico e numero delle vittime.
Si dice spesso che la verità sia la prima vittima della guerra. L’invasione russa e i precedenti conflitti in Ucraina, il massacro di Odessa, l’annessione russa della Crimea e la guerra nel Donbass, non hanno fatto eccezione e hanno prodotto narrazioni divergenti da parte dei governi e dei media in Ucraina, Russia e Occidente.
Quando il 24 febbraio 2022 le truppe russe hanno varcato i confini ucraini è apparso chiaro come sempre di più l’informazione giocasse un ruolo fondamentale.
Per ricostruirne la genesi, ho sentito la necessità di riavvolgere il nastro dal punto di vista storico. Dal 2022 a oggi mi sono trovata spesso ad attraversare Maidan, un luogo storico e carico di simboli, soprattutto per la mia generazione che è nata in pace, ha sempre creduto nella possibilità dell’Europa di mantenere il benessere e proteggere i diritti e non ha mai dovuto nemmeno lontanamente pensare di imbracciare un’arma per difendere casa. In Ucraina mi sono trovata davanti coetanei che, in nome dell’appartenenza a quel sistema pacifico, invece un’arma l’hanno dovuta imbracciare e l’hanno fatto per difendere la propria casa. Una casa, però, che proprio come Maidan, è anche la nostra. Imperfetta, incapace a volte di tenere insieme i pezzi, corrotta perfino e talvolta impacciata. Ma mai mi sono sentita al di fuori dell’Europa mentre attraversavo quella piazza.
Gli antecedenti di questa guerra possono essere fatti risalire a mesi, anni, decenni o persino secoli fa. L’eminente storico dell’Ucraina Serhii Plokhy ha scritto: «L’aggressione della Russia contro l’Ucraina ha prodotto una guerra del diciannovesimo secolo, combattuta con tattiche del ventesimo secolo e armi del ventunesimo secolo. I suoi fondamenti ideologici derivano dalle visioni di espansione territoriale che caratterizzarono l’era imperiale russa». La causa immediata della guerra, tuttavia, è stata l’invasione russa.
È allora da Maidan del 2013-14 che sono partita per ricostruire una serie di eventi che condurranno alla guerra ancora in corso. L’annessione della Crimea da parte della Russia, le autoproclamate Repubbliche popolari in Donbass, le tensioni tra città filorusse e filoucraine: tutto questo diventa parte di un conflitto più ampio, dove la memoria di Maidan si intreccia con il territorio e la strategia militare.
L’invasione russa ordinata da Vladimir Putin segna una nuova escalation. Non si tratta più di conflitti localizzati o di guerre ibride limitate a specifiche regioni: è una guerra totale, un attacco diretto alla sovranità ucraina, alla sua identità e al diritto di decidere del proprio futuro. Ma è anche un attacco all’identità dell’Europa.
Le città ucraine diventano obiettivi militari, i civili si ritrovano tra bombardamenti, assedi e spostamenti forzati. La guerra entra nelle case, nelle scuole, negli ospedali: la violenza diventa quotidiana. Nei miei reportage sul «Corriere della Sera», proprio per evitare di cadere nella trappola della propaganda che in ogni conflitto prova a volgere a proprio favore la narrazione, ho cercato di raccontare le vite quotidiane nella guerra, tra città assediate, treni carichi di profughi e famiglie in fuga. Voci che, a mio parere, in ogni conflitto valgono più di mille interviste a politici ed esperti. A Leopoli, nei primi giorni di invasione, ho visto centinaia di persone arrivare dalle zone di guerra con pochi averi, accolte da reti civiche locali, rifugi temporanei e volontariato diffuso. A Pokrovsk, invece, ho incontrato famiglie che preferivano restare tra le macerie della propria città piuttosto che abbandonarla, perché la perdita della casa significava perdita della memoria e delle radici.
I corpi dei soldati ucraini caduti chiusi nei sacchi e ammassati a Odessa in un vagone sotto il sole prima di essere identificati e restituiti alle famiglie si parano ancora davanti ai miei occhi, ogni notte. Ho documentato questi momenti e come la brutalità del conflitto si intrecci con il rispetto e la memoria per chi ha sacrificato la vita.
La guerra non è solo battaglia militare, ma esperienza vissuta profondamente da individui e comunità. La resilienza civile e la capacità di organizzarsi diventano parte integrante della difesa nazionale: è la dimostrazione concreta che la dignità iniziata a Maidan si manifesta oggi in ogni città sotto attacco. Con le sue luci e le sue ombre.
Maidan non è stata solo una protesta urbana: è uno spartiacque nella percezione internazionale dell’Ucraina. Le immagini, le cronache e le testimonianze raccolte sul campo hanno influenzato opinione pubblica e politiche occidentali, stimolando sanzioni, sostegno economico e militare, e una riconsiderazione del ruolo dell’Occidente nella regione. Ma anche critiche e dibattito per un sistema, quello democratico che, seppur imperfetto, resta ancora l’ultimo baluardo di fronte alla tirannia delle dittature.
Oggi la piazza ospita fotografie dei caduti della guerra attuale. Ogni memoriale di soldato ucciso rappresenta un collegamento diretto con la dignità dei manifestanti del 2013-14, creando continuità storica e simbolica tra rivoluzione e guerra. Maidan non è più solo teatro della protesta, ma spazio di memoria viva e testimonianza collettiva, dove la storia passata dialoga con la brutalità del presente.
La guerra ha mostrato la capacità di organizzazione e solidarietà della società civile ucraina. Volontariato, raccolta di medicinali, accoglienza dei profughi e gestione dei rifugi sono parte integrante della resistenza. Allo stesso tempo, il conflitto ha costretto l’Occidente a confrontarsi con la realtà ucraina: supporto militare, sanzioni economiche alla Russia, cooperazione politica e negoziazioni diplomatiche sono influenzate dalle testimonianze dirette e dalle immagini raccolte dai giornalisti sul campo.
Il filo che unisce Maidan del 2013-14 e guerra del 2022 indica che la storia dell’Ucraina è tutt’altro che conclusa. Il futuro è incerto, ma intriso della memoria dei caduti e della forza di chi ha lottato per la propria dignità. Ogni città, ogni quartiere liberato o assediato, ogni barricata o memoriale contribuisce a scrivere una storia collettiva ancora aperta. Ma il futuro è anche intriso di violenza e di uno scontro che rischia di divampare di nuovo a Maidan e oltre, se l’Europa non sarà in grado di trovare una soluzione sia politica sia militare.
La narrazione che segue non è lineare solo cronologicamente: è fatta di geografie, di voci civili e militari, di memorie e di identità. È la storia di un paese che, nonostante tutto, continua a resistere, a ricordare e a progettare il proprio futuro. Ma anche quello dell’Europa, e dunque il nostro.
Capitolo I
Piazza Maidan, la Rivoluzione della dignità
Per comprendere appieno il Maidan e la Rivoluzione della dignità, bisogna risalire agli anni sovietici e al lungo e difficile percorso che portò l’Ucraina all’indipendenza nel 1991. La dissoluzione dell’Urss lasciò dietro di sé un paese fragile, diviso tra economie regionali disomogenee, istituzioni deboli e una corruzione diffusa che permeava ogni livello del potere. La società ucraina era sospesa tra due mondi: da un lato, l’influenza culturale e politica della Russia; dall’altro, un desiderio crescente di libertà, democrazia e integrazione europea. Kiev, capitale e cuore simbolico, rappresentava questa contraddizione. Nelle sue strade si intrecciavano memoria sovietica e aspirazioni occidentali, in una città che respirava un passato ingombrante ma guardava con curiosità e ansia verso un futuro incerto.
Le rivoluzioni precedenti, come la cosiddetta Rivoluzione arancione del 2004, avevano dimostrato la capacità della società civile di mobilitarsi, ma ciò che accadde tra il 2013 e il 2014 avrebbe superato ogni previsione: si sarebbe rivelato qualcosa di più lungo, più intenso, più profondo.
Il 21 novembre 2013 fu un giorno destinato a segnare la storia ucraina. Decine di giovani si radunarono in piazza dell’Indipendenza – in ucraino Maidan Nezaležnosti – per protestare contro la decisione dell’allora presidente Viktor Yanukovyč di sospendere la firma dell’accordo di associazione con l’Unione europea. La scelta, imposta dalle pressioni di Mosca, fu percepita come un tradimento delle speranze di libertà e dignità di generazioni intere. Gli slogan iniziali – «Europa sì, Russia no» – erano molto più che messaggi politici: erano grida di indignazione morale, urla di chi sentiva negata la possibilità di costruirsi un futuro migliore.
Come osserva lo storico Yaroslav Hrytsak, l’aspetto generazionale fu cruciale: «Questa è una rivoluzione della generazione coetanea all’indipendenza dell’Ucraina, nata intorno al 1991; è più simile alle proteste di Occupy Wall Street o a quelle di Istanbul. Giovani molto istruiti, attivi sui social media, il 90 per cento con una laurea, ma senza futuro». E in effetti, il Maidan esplose come un mosaico di giovani idealisti che rivendicavano non solo diritti civili, ma dignità, identità e speranza.
In un articolo il corrispondente del «Guardian» Shaun Walker ricorda come tra i volti di Maidan ci fosse anche Mustafa Nayyem. Nayyem è nato in Afghanistan; suo padre era il viceministro dell’Istruzione, responsabile della costruzione di scuole nelle zone remote del paese. Nayyem aveva otto anni quando nel 1989 la sua famiglia fuggì dall’Afghanistan per passare in Ucraina. La sera del 21 novembre 2013 Nayyem scrisse un post su Facebook cui viene attribuito il merito di aver cambiato il corso della storia ucraina: «Forza ragazzi, siamo seri. Se vogliamo davvero fare qualcosa, non possiamo semplicemente mettere “mi piace”». Un’ora dopo, suggerì un orario e un luogo e diede appuntamento a tutti alle 22.30, in piazza Maidan. Fu l’inizio. Oggi Nayyem gioca ancora un ruolo chiave nella battaglia dell’Ucraina per sfuggire alla dominazione russa. Suo figlio ha compiuto dieci anni mentre Putin ordinava di invadere l’Ucraina e suo fratello ha perso un occhio combattendo al fronte. Dopo Maidan, è entrato in politica e ora dirige l’Agenzia statale per la ricostruzione dell’Ucraina, incaricata di rimediare alla distruzione causata da anni di invasione russa. Tra i vari progetti che sta seguendo c’è la ricostruzione di una conduttura sostitutiva dopo l’esplosione della diga di Nova Kachovka.
La protesta del 2013 iniziò tra studenti e giovani, ma si estese rapidamente a ogni fascia della popolazione. Anziani portavano tè caldo e coperte, impiegati costruivano barricate improvvisate, artisti suonavano per riscaldare l’animo dei presenti. Ogni giornata a Maidan era una scuola di autogestione civica: turni di guardia, cucine da campo, ambulatori improvvisati, magazzini di medicinali, centri informativi e paramedici volontari orchestravano una società che resisteva con dignità, pur sotto il gelo delle notti invernali. Lì, tra le barricate, si respirava un senso di comunità e responsabilità collettiva che nessun governo era riuscito a creare.
Le barricate non erano solo legno e ferro: erano un simbolo di resistenza e speranza. Ogni chiodo conficcato, ogni sacco di sabbia impilato, era un messaggio: «Non ci piegheremo». Tra le fiamme dei falò, i manifestanti si scambiavano coperte, tè bollente e parole di incoraggiamento. «Non lasciamoci spezzare,» diceva una ragazza mentre distribuiva guanti ai più giovani «se cadiamo ora, cadiamo tutti insieme.» I turni di guardia erano rigidamente organizzati: ragazzi e ragazze sorvegliavano l’entrata della piazza, parlando sottovoce delle loro famiglie e dei sogni infranti.
Le storie personali si mescolavano alla cronaca della piazza, creando un tessuto umano vivo, pulsante, resistente al freddo e alla paura. Tra i protagonisti emersero figure simboliche. Vitali Klitschko, pugile di fama internazionale, camminava tra i manifestanti, mediando tra piazza e politica e incarnando l’idea che forza fisica e leadership civica potessero convergere per difendere la dignità nazionale.
Accanto a lui, Dmytro Kotsiuba, veterano della Guerra in Afghanistan, organizzava difesa, osservazione e logistica, lanciando inviti rimasti indelebili nella memoria dei manifestanti: «Venite, difendiamo la nostra dignità!», «Maidan è casa nostra, restiamo uniti!». L’arte si faceva forza morale: Serhij Žadan, poeta e cantautore, improvvisava letture e canti tra le barricate, traducendo paura e dolore in energia condivisa.
La polizia antisommossa, il Berkut, intervenne già nelle prime settimane. Le manganellate, i gas lacrimogeni e le armi da fuoco trasformarono la piazza in un teatro di tensione e dolore. La notte del 30 novembre centinaia di studenti furono caricati: i manifestanti caddero a terra, feriti, coperti dal fumo e dagli slogan disperati. Le immagini, diffuse in tempo reale sui social network, trasformarono un evento locale in un fatto di rilevanza internazionale, suscitando solidarietà e attenzione da tutto il mondo.
L’intensificarsi della violenza non spense la determinazione dei manifestanti. Organizzarono gruppi di autodifesa pronti a fronteggiare attacchi sempre più feroci. In questo contesto furono gettate le basi di milizie che, nei mesi successivi, avrebbero avuto un ruolo decisivo nei fronti orientali: il battaglione Azov, originariamente gruppo di autodifesa con ideologie nazionaliste, si trasformò in unità regolare delle forze armate; il Pravy Sektor e l’Una-Unso furono presenti tra le barricate e poi sul fronte orientale. Altre formazioni, più neutre o centrate sulla protezione civile, furono costituite da studenti e cittadini impegnati nella sicurezza e nel soccorso dei feriti. L’esperienza accumulata in quei giorni gelidi gettò le basi per la difesa armata dei mesi successivi.
La piazza era eterogenea: giovani, professionisti, studenti, cittadini europeisti e pro-democratici, con frange radicali anticomuniste. Bandiere nazionaliste come quelle di Pravy Sektor e Svoboda erano presenti, ma minoritarie. Molti manifestanti rifiutavano di essere legati a partiti o ideologie, come dimostrò la morte del primo manifestante, Serhiy Nihoyan, studente ventunenne di origini armene senza affiliazione politica.
I dialoghi nella piazza erano spesso brevi ma intensi. Una madre parlava con un figlio ventenne: «Stai attento, non correre davanti», mentre lui rispondeva: «Se non stiamo qui noi, chi lo farà? La libertà non ci sarà mai senza rischi». Altri giovani discutevano di politica, di Europa, di futuro, come se ogni conversazione potesse tramutarsi in un mattone per costruire la nazione che sognavano.
Gennaio e febbraio 2014 furono caratterizzati da un’escalation di violenza mai vista. Le barricate in fiamme illuminavano notti di urla, gas e detriti. Cecchini appostati sui tetti aprivano il fuoco sui manifestanti, uccidendo numerosi civili. I morti, noti come i «Centodieci eroi celesti», diventarono simbolo del sacrificio e della memoria collettiva: fotografie di volti giovani, altari improvvisati, candele e nomi scritti nella neve trasformavano il dolore personale in memoria condivisa. L’Hotel Ukraine, affacciato sulla piazza, fu testimone silenzioso di barricate incendiate, feriti trasportati su barelle improvvisate e urla disperate di chi cercava di resistere.
La propaganda russa accusava l’Ucraina di star attuando un colpo di stato e perpetrando un genocidio dei russofoni nel Donbass, enfatizzando elementi come il presunto nazismo a Kiev e la confusione tra lingua russa e identità nazionale. Contemporaneamente, alcune città orientali e meridionali dell’Ucraina furono teatro di manifestazioni anti-Maidan, spesso organizzate e incentivate dal Cremlino, ma sempre minoritarie rispetto alla volontà popolare reale.
Il 22 febbraio 2014 Yanukovyč fuggì da Kiev, ponendo fine al suo governo, ma il prezzo umano fu altissimo: circa centodieci morti e oltre duemila feriti. La Rivoluzione della dignità non si concluse con la fuga del presidente filorusso. L’annessione della Crimea e il conflitto nel Donbass trasformeranno la protesta civile in resistenza militare su vasta scala. Le milizie nate tra le barricate portarono nei fronti orientali esperienza, disciplina e spirito di resistenza, trasmettendo l’eredità morale di Maidan.
Sul piano politico, figure come Petro Porošenko e Julija Tymošenko cercarono di dare unità al movimento, pur rispettando lo spirito popolare. Porošenko, eletto presidente nel maggio 2014, istituzionalizzò il Giorno della dignità e della libertà per commemorare Euromaidan; Tymošenko cercò di armonizzare le diverse anime politiche per presentare un fronte compatto contro il governo deposto.
Per Mosca, Euromaidan fu un colpo di stato filoccidentale che giustificava interventi come l’annessione della Crimea e il sostegno ai separatisti nel Donbass. L’Europa e gli Stati Uniti stavano a guardare monitorando la situazione. Molte teorie del complotto sono circolate sui fatti di quei giorni. Per i nostalgici dell’epoca sovietica il Maidan era un colpo di stato ordito dagli Stati Uniti e dall’Occidente con l’intento di indebolire la Federazione russa.
Ma nessuna di queste letture ha mai trovato riscontro nella realtà. Maidan fu un movimento di piazza, nato dal basso e fatto da giovani e persone stanche di vivere nel retaggio di un regime che non era più in grado di tenere insieme i pezzi.
La tragedia di Odessa del 2 maggio 2014 rappresentò, con i suoi oltre quaranta morti nella Casa dei sindacati, la polarizzazione estrema e la fragilità del tessuto civile, confermando quanto fosse complessa la percezione della realtà sul campo. Ma sondaggi come quelli del Razumkov Center mostrarono che solo una minoranza sosteneva l’anti-Maidan, mentre la maggioranza della popolazione restava orientata verso Maidan o si asteneva, smentendo la narrazione di due Ucraine inconciliabili.
Oggi, l’anniversario di Euromaidan testimonia come quei giorni abbiano cementato la strada dell’Ucraina verso l’Europa, la democrazia e l’autodeterminazione. La memoria di Maidan, il sacrificio dei Centodieci eroi celesti, la resilienza della piazza e la cronologia degli eventi rimangono fondamentali per comprendere la resistenza ucraina contemporanea e l’aggressione russa.
La Rivoluzione della dignità non fu infatti un evento isolato: fu piuttosto l’inizio di una trasformazione profonda, un racconto collettivo di coraggio, dolore e speranza, che continua a segnare ogni passo della storia ucraina. E di quella europea.
Per chi fosse interessato ad approfondire la vicenda della strage di Odessa del 2014 (spesso evocata dai filoputiniani nostrani e non) rimandiamo al testo di Andrea Ferrario pubblicato il 10 maggio 2022 sul nostro sito.
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