La storia della lotta di classe è ricca di momenti ed eventi che segnano un prima e un dopo, dando origine a manifestazioni di massa e sollevazioni che ampliano il campo delle possibilità. Questa volta, il panorama politico e sociale dello Stato spagnolo è cambiato radicalmente nell’arco di una settimana: le manifestazioni e, soprattutto, l’accampamento della Puerta del Sol, installato a partire dal 26 settembre in seguito allo scandaloso sfratto di Maricarmen, 87 anni, si sono trasformati in un’esplosione sociale che segna, come giustamente rivendica il Sindacato degli inquilini, l’apertura di «un nuovo ciclo politico dal basso».
In questa occasione, il movimento per un’abitazione dignitosa ha svolto un ruolo centrale, diventando un punto di riferimento e di incontro per le diverse lotte che si sviluppano su vari fronti, come quello dell’istruzione, del femminismo o dell’ecologia, così come nel mondo del lavoro, nelle lotte antirazziste e antifasciste e in quelle che si oppongono alle diverse forme di precarizzazione delle nostre vite.
Lo dimostra la convergenza, negli accampamenti — diventati veri e propri luoghi di incontro — di attivisti provenienti da collettivi sociali e politici molto diversi e di tutte le generazioni, ma anche nelle manifestazioni che si moltiplicano un po’ ovunque, senza dimenticare l’eco che questa esplosione sociale e politica sta suscitando a livello internazionale.
Dal 15M del 2011 al 23S del 2026
Si parla molto del movimento del 15 maggio 2011 come precedente e, senza dubbio, il punto in comune più evidente sul piano simbolico è il luogo da cui tutto è partito: la Puerta del Sol, a Madrid. Ma bisogna ricordare che nel 2011 il contesto internazionale e l’elemento scatenante — la Grande Recessione del 2008 e lo shock dell’austerità imposto dalla Troika e da Zapatero — così come i tratti che caratterizzavano quella generazione, erano molto diversi da quelli odierni, anche se esiste un filo conduttore nella lotta per un’abitazione dignitosa, che già allora rappresentava una delle sue principali aspirazioni.
In questo momento storico, dopo il fallimento del social-liberismo e del populismo di sinistra, e sullo sfondo dell’aggravarsi della crisi ecosociale e climatica, l’ascesa di un autoritarismo reazionario e ultraliberista — di cui il genocidio di Gaza costituisce l’espressione estrema — rappresenta la tendenza dominante che occorre combattere a livello internazionale. Di fronte a ciò, osserviamo segnali incoraggianti con l’emergere, finalmente, di nuove resistenze e di nuovi soggetti sociali e politici, i cui discorsi e rivendicazioni mettono in discussione, in varia misura, non soltanto un regime politico o l’estrema destra, ma anche un capitalismo predatorio nei confronti della vita. È ciò che esprimono le numerose ondate di protesta guidate dalla Generazione Z in diverse parti del mondo, così come i nuovi processi di ripoliticizzazione che vanno oltre una semplice lotta per la rigenerazione politica del sistema.
È questa stessa strada che si apre qui e ora, in questo nuovo ciclo politico avviato dal movimento per il diritto alla casa. Basta fare una passeggiata lungo la «via Maricarmen», la «avenida del 26 settembre» [data di inizio del movimento] o la Komuna di Sol, leggere gli slogan degli striscioni, come «Make Israel Palestina Again», che dominano l’accampamento di Madrid, oppure osservare l’auto-organizzazione attorno a un nuovo modo di vita collettivo all’interno di questi accampamenti, in tutta la loro diversità, per constatare questa convergenza simbolica di riferimenti e immaginari.
Il rigetto dei due decreti presentati dal governo di coalizione al Parlamento venerdì 30, decreti che prevedevano misure minime, è stata un’ulteriore goccia che ha fatto traboccare ancora di più il vaso dell’indignazione e della rabbia che attraversano il movimento. Ha inoltre confermato che la sorpresa annunciata del voto di Junts per Catalunya [partito indipendentista di centrodestra, NdT] contro questi decreti — nonostante le concessioni fatte dal governo alle sue rivendicazioni nell’ambito della sua (falsa) difesa dei piccoli proprietari — non era affatto una sorpresa: Junts ha capito perfettamente che la lotta per la casa è un conflitto di classe e che non poteva permettersi un’astensione che rischiasse di allontanarlo dal capitale fondiario che lo sostiene.
Dopo questa sconfitta parlamentare riguardo a decreti che rimanevano ben al di sotto delle richieste del movimento, sembra probabile che lunedì 5 ottobre Pedro Sánchez decida di convocare le elezioni legislative per il 29 novembre. Se lo farà, non sarà soltanto a causa di questa sconfitta, ma anche perché tale convocazione avverrebbe in un contesto molto diverso da quello che si poteva temere dopo la crisi di Ceuta e il suo sfruttamento da parte del blocco reazionario, con l’obiettivo di provocare una nuova ondata di razzismo e nazionalismo spagnolo in grado di favorirne la vittoria elettorale.
Il contesto è ormai cambiato, come dimostrano gli slogan che risuonano durante le manifestazioni: «gli invasori sono gli investitori», cioè il capitale fondiario, guidato dai fondi avvoltoio transnazionali, e non le persone razzializzate che aspirano a un lavoro e a una vita dignitosa.
Sappiamo tuttavia che fattori tanto internazionali — come le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti o la guerra in Iran — quanto nazionali — come l’inflazione o il protrarsi della crisi di Ceuta — possono influenzare l’evoluzione della congiuntura politica e l’orientamento che potrebbero assumere i disagi sociali nei prossimi mesi.
Verso lo sciopero generale per la casa
Qualunque sia l’esito, questo movimento continuerà il proprio cammino. Fin dall’inizio si è mostrato critico nei confronti della responsabilità del dirigente del PSOE nell’aggravamento della crisi abitativa durante gli otto anni di governo progressista.
La forza collettiva acquisita grazie alla lotta contro lo sfratto di Maricarmen — che ha ottenuto una vittoria senza precedenti, riuscendo a far sì che potesse rientrare nella propria abitazione — gli conferisce la legittimità necessaria per proporre uno sciopero generale per un’abitazione dignitosa, di fronte a capitali fondiari completamente delegittimati agli occhi della maggioranza sociale. Un impegno che continuerà, vi siano o meno elezioni nel breve periodo e «qualunque sia il governo in carica», oggi come nella prossima legislatura, come afferma il movimento.
A tal fine, sarà fondamentale la convergenza con l’insieme dei sindacati dei lavoratori e delle lavoratrici e con i diversi movimenti in lotta, come quello dell’istruzione, che dispone già di un proprio calendario di mobilitazioni per questo mese, perché si tratta di una lotta dell’intera classe lavoratrice.
Alcuni sindacati, come la CGT e la Piattaforma sindacale, hanno già espresso il loro sostegno e, seppure con una certa prudenza, le dirigenze di CC OO e UGT si sono aperte al dialogo con il Sindacato degli inquilini riguardo a questa proposta.
Ci auguriamo che questo processo possa avanzare perché, come hanno dichiarato queste dirigenze sindacali nel loro comunicato congiunto («Dopo la battuta d’arresto subita al Congresso, UGT e CC OO invitano alla mobilitazione sociale per rendere più dignitoso l’accesso alla casa»), pubblicato il 2 ottobre, «la crisi abitativa è anche una crisi dei salari. Gli aumenti salariali concordati nei contratti collettivi o l’aumento del salario minimo interprofessionale servono a ben poco se l’affitto o il mutuo li assorbono mese dopo mese».
Non vi è dubbio che ci troviamo di fronte a una sfida di grandi dimensioni, che richiede un notevole lavoro di auto-organizzazione e di unità d’azione da parte delle diverse organizzazioni sociali e politiche nei quartieri e nei luoghi di lavoro, ma che può contare sul sostegno della maggioranza della popolazione, come ha appena rivelato un recente sondaggio.
In questo processo di mobilitazione, sarà necessario cercare di ottenere conquiste parziali — come la riduzione dei prezzi degli affitti, contratti di locazione a tempo indeterminato, l’indicizzazione degli aumenti non all’IPC (indice dei prezzi al consumo) ma alla crescita media dei salari, l’esproprio delle abitazioni possedute dai fondi avvoltoio e dalle banche, o ancora la limitazione dell’affitto al 20% dei salari — su questo fronte come su altri, al fine di continuare a progredire nella costruzione del potere popolare.
*Articolo apparso il 3 ottobre sul sito della rivista Viento Sur con il titolo « El 26S inicia un nuevo ciclo político. Deslegitimar el rentismo». Jaime Pastor è politologo, membro di Anticapitalistas (la sezione spagnola della IV Internazionale) e membro della redazione di Viento Sur.
