La violenza figlia delle politiche di Netanyahu

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mikado01Per il primo mini­stro Neta­nyahu l’escalation di attac­chi pale­sti­nesi è sol­tanto una nuova cam­pa­gna ter­ro­ri­stica lan­ciata per odio nei con­fronti degli ebrei e non avrebbe legami con le poli­ti­che di Israele nei Ter­ri­tori occu­pati e a Geru­sa­lemme. A con­te­stare que­sta tesi non sono sol­tanto i pale­sti­nesi – il segre­ta­rio dell’Olp Saeb Ere­kat ieri ha addos­sato tutte le respon­sa­bi­lità alle «poli­ti­che israe­liane di occu­pa­zione, delle colo­nie e di Apar­theid» — ma anche alcuni intel­let­tuali ebrei come il sag­gi­sta Michel War­scha­w­ski, più noto in Israele come Mikado. Lo abbiamo inter­vi­stato a Gerusalemme.

 

Per molti lea­der poli­tici israe­liani, a comin­ciare dal primo mini­stro, que­sto con­flitto non ha radici che scen­dono pro­fonde negli anni pas­sati. Come se fosse sorto appena qual­che giorno fa.

Tante per­sone, anche all’estero, hanno la memo­ria corta. La vio­lenza pale­sti­nese alla quale assi­stiamo da qual­che giorno a que­sta parte non è fine a se stessa, immo­ti­vata, come cer­cano di far pas­sare i lea­der israe­liani. Piut­to­sto è il risul­tato di qual­cosa di pro­fondo. Per­chè è divam­pata adesso? Le ragioni sono soprat­tutto due. La prima è che è ter­mi­nato il tempo che la popo­la­zione pale­sti­nese aveva messo a dispo­si­zione del pre­si­dente dell’Anp Abu Mazen per nego­ziare e rag­giun­gere un accordo con Israele. Credo che i pale­sti­nesi, incluso Abu Mazen, abbiano com­preso che non c’è alcun part­ner israe­liano che voglia nego­ziare sul serio e non solo por­tare avanti trat­ta­tive senza futuro. Siamo alla fine dell’illusione del cosid­detto pro­cesso di pace. La seconda ragione è la lunga serie di gravi pro­vo­ca­zioni com­piute dal governo israe­liano a danno dei pale­sti­nesi, a par­tire da quella avve­nuta sulla Spia­nata delle moschee di al Aqsa, senza dimen­ti­care la con­ti­nua espan­sione delle colo­nie in Cisgior­da­nia e a Geru­sa­lemme. Se met­tiamo insieme que­ste pro­vo­ca­zioni con la fine dell’illusione del pro­cesso di pace, si ottiene la rea­zione vista in que­sti ultimi giorni, che è stata spontanea.

 

Neta­nyahu ripete che il suo governo non modi­fi­cherà lo sta­tus quo della Spia­nata delle moschee. I pale­sti­nesi e il mondo isla­mico non gli credono.

Le pro­vo­ca­zioni com­piute da orga­niz­za­zioni e gruppi che, spesso appog­giati da mini­stri e depu­tati, cer­cano di imporre la sovra­nità israe­liana ed ebraica sulla Spia­nata hanno con­tri­buito ad inne­scare que­sta Inti­fada. Su que­sto non ci sono dubbi. Non dimen­ti­chiamo anche i con­ti­nui raid della poli­zia in quel sito sacro per i musul­mani di tutto il mondo, che hanno gene­rato sde­gno per­sino tra i pale­sti­nesi cri­stiani. Se que­ste pro­vo­ca­zioni sulla Spia­nata delle Moschee non ces­se­ranno, ogni sce­na­rio sarà pos­si­bile. Per que­sto motivo per­sino un lea­der arabo mode­rato come re Abdal­lah di Gior­da­nia è inter­ve­nuto con forza su Neta­nyahu per dir­gli di met­tere fine alle vio­la­zioni sulla Spia­nata che pos­sono creare una valanga devastante.

 

Dati dif­fusi nelle ultime ore dicono che l’80% degli attac­chi avve­nuti a Geru­sa­lemme nelle ultime due set­ti­mane sono stati com­piuti da pale­sti­nesi resi­denti nella città. Cos’è Geru­sa­lemme oggi per un palestinese?

È la situa­zione peg­giore in cui un pale­sti­nese che possa vivere dopo Hebron (città della Cisgior­da­nia meri­dio­nale divisa in due, ndr). Se da un lato l’annessione uni­la­te­rale a Israele della zona araba della città (occu­pata mili­tar­mente nel 1967, ndr) ha dato alcuni beni­fici ai pale­sti­nesi che vi abi­tano, come l’assistenza sani­ta­ria israe­liana, dall’altro più di una gene­ra­zione di pale­sti­nesi di Geru­sa­lemme ha dovuto sop­por­tare un’aggressione inces­sante nei loro quar­tieri, fina­liz­zata a iso­lare le aree arabe e a cir­con­darle di colo­nie israe­liane. Con l’obiettivo di ren­dere Geru­sa­lemme una città solo israe­liana. I pale­sti­nesi (di Geru­sa­lemme) sono al cen­tro di que­sti piani e, allo stesso tempo, sono iso­lati dal resto della Cisgior­da­nia a causa del Muro di divi­sione costruito da Israele tra la città santa e i Ter­ri­tori occupati.

 

Il silen­zio della sini­stra israe­liana è assordante.

Se par­liamo del Par­tito labu­ri­sta e di Peace Now, pos­siamo affer­mare con asso­luta cer­tezza che non esi­stono più, sono sva­niti nel nulla. Pen­sate, Yitz­hak Her­zog, lea­der di quel par­tito che si fa chia­mare ancora labu­ri­sta, è impe­gnato in una gara a destra con Neta­nyahu. Sostiene che il primo mini­stro sia inca­pace a “fer­mare il ter­ro­ri­smo e ripor­tare la calma nel Paese”. Quella che un tempo era nota come la sini­stra mode­rata nei fatti non esi­ste più. Certo, c’è sem­pre la sini­stra radi­cale ma rie­sce a mobi­li­tare sol­tanto alcune cen­ti­naia delle migliaia di per­sone che un tempo si vede­vano alle sue manifestazioni.

 

Per­chè il mondo, soprat­tutto quello occi­den­tale, non com­prende e non appog­gia più le aspi­ra­zioni dei palestinesi.

Esi­ste una dif­fe­renza tra l’opinione pub­blica inter­na­zio­nale e la cosid­detta comu­nità inter­na­zio­nale. La prima con­te­sta le poli­ti­che del governo israe­liano ed è lar­ga­mente impe­gnata a favore di una solu­zione per que­sta terra fon­data sulla giu­sti­zia e i diritti. La comu­nità inter­na­zio­nale, com­po­sta da governi ed isti­tu­zioni uffi­ciali, è for­te­mente con­di­zio­nata da Benya­min Neta­nyahu. Fa i conti con un pre­mier e il suo governo che senza pro­blemi fanno capire che non ter­ranno conto dell’opinione degli stra­nieri e che con­ti­nue­ranno certe poli­ti­che. Il mondo dovrebbe sfi­dare, met­tere in discus­sione que­sto atteg­gia­mento del governo Neta­nyahu, invece non lo fa e si accon­tenta di pen­sare che in fin dei conti Israele è una roc­ca­forte di sta­bi­lità in una regione in crisi, dove agi­scono movi­menti estre­mi­sti come l’Isis. Neta­nyahu lo sa, punta la sua poli­tica estera pro­prio sui timori degli occi­den­tali e, anche gra­zie a que­sto, rie­sce a tenerli dalla sua parte.

 

*Intervistato da Michele Giorgio per il manifesto

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