Il titolo può destare perplessità. Non sentiamo forse parlare giorno e notte di «partenariato sociale»? Eppure…
Non si tratta qui della repressione che si abbatte regolarmente sulle manifestazioni di piazza. Ci sarebbe certamente molto da dire: dai processi e dalle condanne senza fine contro gli attivisti dello sciopero per il clima ai gas lacrimogeni, ai colpi di flashball e manganelli inflitti, da Ginevra a Berna, alle manifestazioni contro il genocidio a Gaza. Ma il tema di questo articolo riguarda un’altra realtà, quella che prevale nei luoghi di lavoro. Il tanto proclamato «partenariato sociale» è solo fumo negli occhi: un po’ ovunque vengono negati i diritti sindacali fondamentali – il diritto di riunirsi in assemblea, di costituire «sezioni sindacali», ecc. ; impedire qualsiasi azione collettiva è il primo comandamento del padronato, che non tollera alcuna deviazione, nemmeno il lancio di una petizione. Insomma, il «mercato del lavoro» realmente esistente è un mondo senza diritti, in cui la dittatura padronale si esprime pienamente.
Anche nel settore pubblico, la logica dominante è spesso analoga: impedire ai lavoratori e alle lavoratrici di difendere i propri diritti. Così, per il direttore dell’Ospedale friburghese (HFR), il «servizio minimo» durante la giornata di sciopero del 1° ottobre significava che l’ospedale… doveva funzionare a pieno regime: «Il pronto soccorso per adulti e pediatrico e i servizi di guardia funzioneranno normalmente; gli interventi chirurgici e le visite ambulatoriali già programmate avranno luogo»; ecc. Da qui la precettazione forzata di diverse decine di dipendenti.
Non si tratta ovviamente di un fenomeno nuovo. La repressione è una costante della politica padronale. Basti ricordare che all’inizio del secolo scorso, quando le lotte sul posto di lavoro erano all’ordine del giorno, la Svizzera era diventata «il paese classico delle mobilitazioni dell’esercito in caso di sciopero», ricordava Robert Grimm, uno dei principali leader del movimento operaio dell’epoca. Con il declino delle lotte, questo fenomeno ha assunto forme meno evidenti, ma «la ferocia delle classi dirigenti», per dirla con Jean Ziegler, non si è mai smentita.
I licenziamenti antisindacali sono al centro di questa strategia. Generalmente poco mediatizzati, si contano a decine. L’anno scorso, i dipendenti della Rolex a Ginevra si sono lamentati di mobbing e molestie sessuali. Risultato: cinque di loro sono stati trasferiti o licenziati. Lo stesso trattamento è stato riservato, lo scorso giugno, a due lavoratori dei Trasporti pubblici della Riviera vodese (VMCV), licenziati con effetto immediato per aver denunciato, in particolare, il sovraccarico degli autobus. Lo stesso vale per tre dipendenti impegnati sindacalmente nella difesa dei loro colleghi presso la Società di Navigazione del Lago di Lugano. E come dimenticare i licenziamenti dei fattorini di Smood, dei delegati sindacali di Manor e Tamedia, degli scioperanti di SPAR (Argovia) o dell’Ospedale La Providence (Neuchâtel), solo per citare alcuni esempi?
Questi licenziamenti sono l’espressione di una strategia consapevole: tagliare le gambe a qualsiasi contestazione del potere padronale. Derivano dal fatto che in Svizzera i dipendenti possono essere licenziati con qualsiasi pretesto, anche quando ricoprono cariche di rappresentanti del personale o di delegati sindacali. Pertanto, il licenziamento non è considerato abusivo se il datore di lavoro invoca «difficoltà economiche», anche se ipotetiche. Inoltre, anche quando viene riconosciuto il carattere abusivo, è impossibile tornare indietro: il licenziamento pone effettivamente fine al rapporto di lavoro. Si tratta di una normativa in contrasto con le norme dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), secondo le quali solo la possibilità di annullare un licenziamento antisindacale garantisce la libertà sindacale. Non a caso la Svizzera è stata inserita dall’OIL nella lista nera dei paesi che non rispettano questa libertà. In breve, la legislazione vigente è «una delle peggiori al mondo», come ha ricordato Luca Cirigliano dell’USS (area, 14 febbraio 2020).
Non sarebbe quindi ora, invece di vantarsi giorno e notte del «partenariato sociale», di lottare per cambiare, una volta per tutte, questa illegittimità del lavoro? È imperativo garantire la libertà sindacale sancendo per legge che nessun motivo o pretesto economico può giustificare il licenziamento di un rappresentante del personale o di un delegato sindacale e che ogni licenziamento antisindacale deve poter essere annullato dai tribunali!
*Segretario centrale del sindacato SSP/VPOD. Questo articolo è apparso sul quotidiano romando Le Courrier il 30 ottobre 2025.
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