Quando il dissenso diventa difesa

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La recente replica di Daniel Ritzer alla lettera di Angelica Lepori sulle discriminazioni di genere offre uno spunto utile per interrogarsi non tanto sui contenuti dell’iniziativa contro il dumping dell’MPS e alle posizioni di Ritzer nel merito della stessa, quanto sul modo in cui noi uomini reagiamo quando il tema della parità entra nel dibattito pubblico. Nel suo commento, Ritzer parla di “riflesso pavloviano” e di una militanza “dura e pura” che vedrebbe stereotipi sessisti “un po’ ov u n q u e ”. È proprio questa scelta di registro a meritare attenzione.

Non si tratta purtroppo di un caso isolato, molto spesso quando una donna solleva questioni legate alle discriminazioni di genere, assistiamo a questa dinamica: invece di discutere nel merito, molti uomini si sentono attaccati, fraintesi o addirittura vittime di un presunto estremismo femminista. È un riflesso che conosciamo bene, perché ci è stato insegnato, normalizzato, perfino premiato. Ma è un riflesso che oggi, sinceramente, dovremmo avere il coraggio di s u p e ra re .

La parità di genere non è un affare “delle donne”. È una questione che riguarda tutte e tutti, e che chiama in causa gli uomini non per colpa, ma per responsabilità. Viviamo in un sistema che ci attribuisce vantaggi che non abbiamo chiesto, ma che esistono. Fingere che non sia così, o liquidare le rivendicazioni  femministe come fissazioni ideologiche, non ci rende più liberi: ci rende solo meno consapevoli.

E non dimentichiamo che gli stereotipi sessisti non danneggiano solo le donne. Colpiscono anche noi, quando ci impongono di essere sempre forti, sempre controllati, sempre impermeabili alle emozioni. Quanti uomini vivono ruoli che non hanno scelto, solo per non essere giudicati “meno maschi”? Eppure, invece di riconoscere che la lotta contro il sessismo ci libererebbe tutti, preferiamo reagire come se ci stessero togliendo q u a l co sa .

È per questo che la replica di Ritzer appare come un’occasione mancata. Non perché avrebbe dovuto condividere le posizioni dell’i n i z i at i va , ma perché avrebbe potuto mostrare che anche noi uomini siamo capaci di ascoltare senza sentirci minacciati, di riconoscere le ingiustizie senza minimizzarle, di stare accanto alle donne senza trasformare ogni critica in un attacco p e rs o n a l e .

Se vogliamo davvero una società più giusta, è tempo di smettere di difenderci da battaglie che non ci accusano, ma ci invitano a partecipare. La parità non avanza quando qualcuno la riduce a u n’esagerazione altrui. Avanza quando gli uomini iniziano a capire che non è una guerra contro di loro, ma una responsabilità condivisa.

*sindacalista. Testo apparso su LaRegione, venerdì 27 febbraio 2026

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