Terre rare: l’arma di Pechino che si consuma con l’uso

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La Cina domina le terre rare e le usa come leva geopolitica, ma ogni utilizzo accelera la corsa dei rivali. Una partita globale in cui il tempo è l’arma decisiva.

Tra tutte le armi economiche che la Cina ha accumulato nei decenni della sua ascesa industriale, il controllo sulle terre rare è forse quella dal funzionamento più controintuitivo. È un’arma che si consuma nell’atto stesso di essere usata, perché ogni volta che Pechino la brandisce spinge i paesi colpiti ad accelerare la ricerca di alternative, erodendo così le basi del proprio vantaggio. Ciò nonostante la Cina continua a usarla, e con sofisticazione crescente. Nel 2010, durante una crisi nei rapporti con Tokyo in relazione alle isole Senkaku, il blocco delle esportazioni di terre rare verso il Giappone era stato improvvisato e privo di copertura giuridica, al punto che la Cina ha poi perso la causa intentata al WTO da Giappone, Stati Uniti e Unione Europea nel 2014. Quindici anni dopo, la strategia si è trasformata. I controlli introdotti nell’aprile 2025 su sette elementi delle terre rare medie e pesanti, sono stati inquadrati nella cornice della sicurezza nazionale, una base legale assai più solida sotto il profilo del diritto commerciale internazionale. L’estensione al Giappone nel gennaio scorso, con il bando sugli articoli a duplice uso motivato dalle dichiarazioni della premier Takaichi sulla disponibilità giapponese a intervenire militarmente in caso di attacco cinese a Taiwan, ha aggiunto un ulteriore livello, quello delle sanzioni secondarie verso paesi terzi che riesportano materiali di origine cinese verso Tokyo.

Tale evoluzione rivela una forma di “apprendimento istituzionale” che va ben oltre la semplice ritorsione commerciale. Nel 2019, durante la guerra dei dazi con l’amministrazione Trump, Pechino aveva minacciato restrizioni sulle terre rare senza mai attuarle. Nel 2025 invece le ha attuate due volte, e nel 2026 le ha estese applicando strumenti nuovi. La frequenza stessa dell’utilizzo segnala un cambiamento nella percezione cinese della propria posizione, ovvero la consapevolezza che il vantaggio sulle terre rare è un capitale da spendere prima che si svaluti. La diversificazione delle fonti da parte dei paesi importatori, gli investimenti in nuove miniere e impianti di raffinazione, lo sviluppo di tecnologie sostitutive sono tutti processi in corso che, nel giro di alcuni anni, ridurranno la dipendenza dalla Cina. Pechino lo sa, e questo spiega la disponibilità a utilizzare la leva con una frequenza che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata controproducente.

Il paradosso centrale è che ogni attivazione dei controlli accelera la reazione avversaria. Le restrizioni dell’aprile 2025 hanno innescato negli Stati Uniti e in Europa una corsa agli investimenti e alle alleanze minerarie senza precedenti. Quelle di gennaio contro il Giappone hanno spinto Tokyo a intensificare la cooperazione con Washington e a consolidare le proprie filiere alternative. La Cina si trova così in una posizione peculiare, quella di un paese che detiene un’arma il cui uso ne erode progressivamente l’efficacia. Alcune analisi strategiche contrappongono questa dinamica al vantaggio americano sui semiconduttori, che invece si rafforza a ogni ciclo di innovazione. Questa tesi coglie una dinamica reale, ma rischia di sottovalutare la capacità cinese di ricalibrare i controlli e di adattarli a obiettivi specifici, come dimostra il caso giapponese.

Le restrizioni sulle terre rare stanno generando anche tensioni interne all’industria cinese e costi economici non trascurabili. Da un lato, molti produttori cinesi di magneti permanenti, il segmento a più alto valore aggiunto dell’intera filiera, stanno cercando modi per aggirare le sanzioni, modificando composizioni tecniche o integrando i magneti in componenti non soggetti a controllo, nel tentativo di mantenere l’accesso ai mercati esteri. Ciò rivela un divario tra l’obiettivo strategico dello stato, che punta a usare le terre rare come leva geopolitica, e gli interessi commerciali delle imprese, che temono di perdere definitivamente clienti stranieri spinti a sviluppare filiere alternative. Dall’altro lato, proprio i segmenti più colpiti dalle restrizioni hanno registrato un indebolimento dei risultati finanziari, complice anche il calo dei prezzi degli elementi sottoposti a controllo. Il quadro suggerisce che la trasformazione delle terre rare in strumento di pressione economica ha un costo anche per chi la pratica, e che questo costo ricade in modo diseguale sui diversi segmenti dell’industria cinese.

La risposta americana e i suoi modelli

La reazione degli Stati Uniti alla pressione cinese sulle terre rare ha assunto nel corso del 2025 e in questo inizio 2026 una velocità e una scala che sarebbero state impensabili anche solo due anni prima. L’amministrazione Trump ha investito direttamente in aziende minerarie private, acquisendo partecipazioni azionarie in MP Materials, USA Rare Earth e Vulcan Elements secondo un modello che la stampa economica americana ha definito esplicitamente ricalcato su quello della Cina. Il parallelo con il capitalismo di stato cinese è stato notato con una certa ironia da più osservatori, ma la logica sottostante è pragmatica. Il settore privato americano, orientato ai rendimenti di breve periodo, non ha la capacità di sostenere investimenti ad altissimo rischio con orizzonti di ritorno che si misurano in decenni, soprattutto in un mercato in cui la Cina può in qualsiasi momento deprimere i prezzi al di sotto dei costi di produzione.

Il tassello più ambizioso è il cosiddetto Project Vault, una riserva strategica di minerali critici del valore di quasi 12 miliardi di dollari, finanziata attraverso 1,67 miliardi di capitale privato e un prestito record di 10 miliardi dalla Export-Import Bank, il più grande nella storia dell’istituzione. Il progetto, annunciato questo mese, coinvolge oltre una dozzina di aziende tra cui General Motors, Boeing, Stellantis e Google, con tre società di trading incaricate dell’approvvigionamento. Il meccanismo prevede inoltre che le aziende aderenti acquistino quantità predeterminate di materiali a un prezzo fisso e si impegnino a riacquistare le stesse quantità allo stesso prezzo in futuro, creando un sistema di stabilizzazione che il governo presenta come alternativa alla volatilità dei mercati delle materie prime. L’analogia dichiarata è con la riserva strategica di petrolio, ma la complessità è maggiore, perché i minerali critici comprendono decine di materiali con mercati, fornitori e applicazioni molto diversi tra loro.

Sul piano delle alleanze, l’architettura è altrettanto ambiziosa. La Pax Silica Declaration del dicembre 2025 ha riunito Singapore, Australia, Giappone, Corea del Sud e Israele in una coalizione pensata per contrastare il predominio cinese sui minerali critici e sulle tecnologie emergenti (Taiwan è stata invitata a unirsi, ma deve ancora prendere la relativa decisione). Il summit di Washington ha visto nelle scorse settimane la partecipazione di 55 paesi e ha prodotto memorandum d’intesa con l’Unione Europea, il Giappone e il Messico per la creazione di zone commerciali preferenziali sui minerali critici, con l’impegno a concordare entro 30 giorni meccanismi comuni di price floor, cioè prezzi minimi garantiti sotto i quali le vendite non possono scendere, nonché sussidi e accordi di acquisto. Il segretario degli Interni Burgum ha esplicitato la logica sottostante, spiegando che senza un prezzo minimo garantito un fornitore dominante può distruggere il valore economico della produzione di un intero paese semplicemente inondando il mercato.

Questa impalcatura poggia tuttavia su una contraddizione che i partner degli Stati Uniti percepiscono con chiarezza. Washington chiede cooperazione multilaterale e fiducia reciproca mentre contemporaneamente minaccia l’annessione della Groenlandia, impone tariffe su alleati e concorrenti, e mantiene una politica commerciale la cui imprevedibilità scoraggia proprio gli investimenti a lungo termine che il settore dei minerali critici richiede. Durante le discussioni al G7 sulle scorte strategiche, funzionari europei hanno chiesto apertamente alle controparti americane come fosse sia fidarsi di Washington sulla distribuzione dei minerali acquisiti congiuntamente, quando lo stesso governo minaccia di appropriarsi di un territorio sovrano europeo. La questione della fiducia non è un problema diplomatico secondario, è il vincolo strutturale di tutta l’architettura. I price floor funzionano se i paesi partecipanti si impegnano ad acquistare minerali a un prezzo superiore a quello di mercato per un periodo prolungato. Le riserve strategiche funzionano se tutti i partecipanti hanno la certezza di potervi accedere in caso di crisi. L’intera costruzione presuppone un livello di coordinamento e di fiducia che le politiche dell’amministrazione Trump rendono molto fragile.

C’è infine un problema di fondo che nessun investimento può risolvere in tempi rapidi. Il vantaggio cinese sulle terre rare non è semplicemente minerario, è industriale e tecnologico. La separazione degli elementi delle terre rare ad alta purezza su scala industriale richiede competenze accumulate in decenni di sperimentazione. Gli Stati Uniti e l’Europa sono in grado di ottenere risultati analoghi in laboratorio, ma il passaggio alla scala industriale con costi competitivi resta un ostacolo formidabile. A questo si aggiunge il problema dell’integrazione verticale. In Cina, gli impianti di raffinazione sorgono accanto a quelli di produzione di magneti, batterie e componenti petrolchimici, e gli elementi a bassa domanda come lantanio e cerio vengono assorbiti come agenti di lucidatura o materiali per sistemi di abbattimento delle polveri sottili. Perfino il torio, sottoprodotto radioattivo della lavorazione, viene sperimentato in progetti per reattori a sali fusi. Questa struttura circolare, dove ogni scarto diventa input per un altro processo, consente economie di scala che un nuovo impianto occidentale, costruito per produrre pochi elementi specifici, non può replicare. Il risultato è che aprire una nuova miniera può richiedere fino a trent’anni e un impianto di raffinazione un ulteriore decennio, mentre la domanda di magneti permanenti al neodimio negli Stati Uniti è prevista in forte crescita nei prossimi anni.

Il laboratorio giapponese

Se esiste un paese che ha affrontato per primo e con maggiore sistematicità il problema della dipendenza cinese sulle terre rare, è il Giappone. L’esperienza del 2010, quando Pechino ha interrotto di fatto le forniture per due mesi durante la crisi delle Senkaku, ha funzionato da trauma fondativo per la politica industriale giapponese. Nei quindici anni successivi, Tokyo ha costruito pezzo per pezzo una filiera alternativa che oggi rappresenta il tentativo più avanzato al mondo di ridurre l’esposizione al monopolio cinese. Il conglomerato Sojitz, in collaborazione con l’agenzia governativa JOGMEC, ha investito nella società australiana Lynas, il maggiore produttore di terre rare fuori dalla Cina, che estrae in Australia e raffina in Malesia. Nell’ottobre 2025, Sojitz ha avviato le prime importazioni di terre rare pesanti raffinate da Lynas, le prime in assoluto provenienti da una fonte non cinese. L’obiettivo dichiarato è coprire circa il 30% della domanda giapponese complessiva, consolidando una catena di approvvigionamento che attraversa tre continenti senza passare dalla Cina.

I risultati di questo sforzo quindicennale sono reali. La dipendenza giapponese dalle terre rare cinesi è scesa da circa il 90% nel 2010 a una quota compresa fra il 60 e il 70% oggi. Il Giappone ha accumulato scorte strategiche stimate tra sei e dodici mesi di fabbisogno, ha investito nel riciclo e nella raffinazione all’estero e sta valutando nuove produzioni in Africa. Parallelamente, l’industria giapponese sta sviluppando soluzioni tecnologiche per ridurre o eliminare l’uso di terre rare in alcune applicazioni, per esempio attraverso l’adozione di magneti in ferrite o sistemi di motori alternativi. Queste innovazioni, pur con alcuni limiti tecnici e dimensionali, stanno già entrando nella produzione industriale e potrebbero diffondersi su scala più ampia entro la fine del decennio.

La frontiera più ambiziosa è quella dei fondali marini. Nelle scorse settimane, la nave da ricerca Chikyu dell’agenzia JAMSTEC ha estratto con successo un campione di fango contenente terre rare da una profondità di 6.000 metri nell’oceano Pacifico, al largo dell’isola di Minamitorishima, nella zona economica esclusiva giapponese. Indagini precedenti avevano individuato nell’area almeno sei elementi delle terre rare in concentrazioni elevate, tra cui disprosio, neodimio, samario e ittrio. Il programma prevede un’estrazione su larga scala nel febbraio 2027, con l’obiettivo di trattare circa 350 tonnellate di fango al giorno e di valutare l’intero ciclo fino alla separazione e raffinazione. Un vantaggio significativo di queste risorse sottomarine è il contenuto limitato di sostanze pericolose, come elementi radioattivi e arsenico, rispetto ai materiali estratti in superficie, il che potrebbe semplificare notevolmente lo smaltimento dei residui di lavorazione.

Nonostante quindici anni di investimenti e diversificazione, il Giappone resta ad ogni modo profondamente vulnerabile. La crisi di gennaio lo ha dimostrato con chiarezza. Le restrizioni cinesi sugli articoli a duplice uso destinate al Giappone, motivate come si è detto dalle dichiarazioni di Takaichi su Taiwan, si sono rapidamente estese dai materiali per uso militare a quelli per uso civile. Secondo quanto riportato da Nikkei Asia, le autorità cinesi hanno cominciato a negare le autorizzazioni per spedizioni richieste da aziende giapponesi, o a prolungare i tempi di revisione delle domande ben oltre le scadenze ufficiali. L’inasprimento dei controlli sulle esportazioni era iniziato in realtà già prima dell’annuncio formale, secondo fonti dell’industria, con un rallentamento progressivo delle ispezioni che configurava un embargo di fatto.

La lezione che emerge dal caso giapponese è duplice e in parte contraddittoria. Da un lato, il Giappone dimostra che la diversificazione è possibile, che investimenti sostenuti nel tempo producono risultati concreti e che l’innovazione tecnologica può ridurre la dipendenza da materiali critici. Dall’altro, dimostra che anche il percorso più avanzato di diversificazione al mondo lascia margini di vulnerabilità enormi, soprattutto sulle terre rare pesanti, per le quali la dipendenza dalla Cina resta pressoché totale (ma Pechino, va osservato, dipende a sua volta in larga misura dalle forniture provenienti dal Myanmar, segnato da guerra civile e instabilità cronica). La dipendenza residua del 60% significa che la Cina conserva un potere di pressione sufficiente a infliggere danni economici gravi, e la quasi totalità del fabbisogno di disprosio e terbio continua a passare da fornitori cinesi. Per tutti gli altri paesi importatori, che partono da posizioni assai meno avanzate di quella giapponese, la distanza da colmare è proporzionalmente maggiore e i tempi più lunghi.

Gli spazi intermedi

La crisi delle terre rare non si esaurisce nel confronto bilaterale tra Stati Uniti e Cina, né nel caso esemplare del Giappone. Una serie di paesi e di blocchi regionali si trovano in una posizione intermedia, esposti alla pressione cinese senza disporre degli strumenti finanziari e tecnologici americani né dell’esperienza quindicennale giapponese. L’Europa e la Corea del Sud sono i casi più significativi, ma la partita coinvolge anche i paesi che possiedono giacimenti o capacità di raffinazione e che entrambe le parti cercano di attrarre nella propria orbita.

L’Unione Europea si trova compressa tra due dipendenze che tendono a rafforzarsi a vicenda. Da un lato, resta esposta alla Cina per le forniture di terre rare e magneti permanenti, una vulnerabilità resa evidente dai controlli all’export introdotti nell’aprile 2025 e mai realmente compensata da meccanismi di licenza più favorevoli, mentre i flussi commerciali hanno mostrato un andamento meno favorevole rispetto a quelli diretti verso gli Stati Uniti. Dall’altro lato, Bruxelles si sta avvicinando alla cornice strategica americana sui minerali critici, presentata come una scelta pragmatica, ma accompagnata dal timore di sostituire una dipendenza con un’altra, vista la volatilità delle politiche commerciali e di sicurezza statunitensi. Un diplomatico europeo coinvolto nella preparazione del vertice UE-Cina del 2025 ha riassunto la situazione con una formula efficace, riportata dal South China Morning Post: “Siamo andati a Pechino a chiedere un favore, ma non ci hanno dato nulla perché ci considerano deboli”. Nel complesso, gli obiettivi europei di autonomia nelle materie prime critiche restano lontani, mentre i piani per sviluppare filiere proprie e riserve strategiche sono ancora in fase iniziale e con tempi di realizzazione incerti.

La Corea del Sud affronta una vulnerabilità ancora più acuta, aggravata dalla prossimità geografica e dall’integrazione profonda con le catene di fornitura cinesi. Il paese importa dalla Cina l’89% delle terre rare grezze, il 90% dei magneti permanenti utilizzati nei veicoli elettrici e in altri dispositivi, il 98% del gallio, componente essenziale per i semiconduttori di nuova generazione, e il 97% della grafite, materiale fondamentale per le batterie. L’annuncio cinese di sanzioni secondarie contro chi riesporti materiali di origine cinese verso il Giappone ha colpito Seul in modo diretto, ponendo le aziende coreane di fronte a un dilemma concreto, ovvero scegliere tra il mercato giapponese e le forniture cinesi. La tempistica dell’annuncio, durante la visita di stato del presidente Lee Jae-myung in Cina, è stata letta come un segnale deliberato. Pechino sembra voler usare il Giappone come esempio ammonitore per i paesi della regione, rendendo esplicito il costo di qualsiasi allineamento con le posizioni americane o giapponesi sulla questione di Taiwan.

In questo contesto, la strategia cinese rivela una complessità che va oltre la semplice coercizione. Pechino sta perseguendo in parallelo un approccio di cooperazione selettiva con i paesi che possiedono risorse minerarie, offrendo tecnologia, capitali e accesso al mercato in cambio di un’integrazione nella propria filiera. Il caso dell’Indonesia è il modello più compiuto. Nell’ultimo decennio, le aziende cinesi, sostenute da banche di stato, si sono insediate nei parchi industriali indonesiani e hanno integrato verticalmente l’intera catena del valore del nichel, dalla raffinazione al riciclo delle batterie. Il risultato è che le aziende cinesi controllano oggi circa il 75% della capacità di raffinazione del nichel in Indonesia, e il modello è stato replicato nei parchi industriali di Weda Bay e Pomalaa. L’Indonesia ha beneficiato in termini di crescita economica e occupazione, con i ricavi dalle esportazioni di nichel passati da 6 miliardi di dollari nel 2013 a quasi 30 miliardi nel 2022, ma la dipendenza strutturale dalla tecnologia, dai capitali e dai mercati cinesi resta profonda.

Questo modello viene ora esteso alle terre rare, con la Malesia come obiettivo principale. Nell’ottobre dell’anno scorso sono emerse notizie di trattative tra un’impresa statale cinese e un fondo governativo malese per la costruzione di un impianto di raffinazione, che coinvolgerebbe assistenza tecnica e tecnologica cinese. La Malesia ospita già l’impianto di Lynas, il principale centro di raffinazione di terre rare fuori dalla Cina, ed è un nodo strategico per la filiera alternativa che Giappone e Stati Uniti stanno cercando di costruire. L’offerta cinese di condividere la propria tecnologia mineraria con Kuala Lumpur è stata letta come un tentativo di inserire un cuneo tra la Malesia e i suoi partner nella filiera non cinese, offrendo vantaggi economici immediati in cambio di una dipendenza di lungo periodo. Per Pechino, la logica è chiara. Anche se la diversificazione occidentale dovesse procedere, mantenere il controllo tecnologico e finanziario sugli snodi di raffinazione in paesi terzi consentirebbe alla Cina di conservare un’influenza sulla filiera globale che prescinde dal possesso diretto delle miniere.

L’asimmetria e le tempistiche

Il confronto sulle terre rare viene spesso letto attraverso la lente della simmetria con i semiconduttori, come se le due grandi leve della guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina fossero armi equivalenti e speculari. Un’analisi influente, pubblicata da War on the Rocks all’inizio del 2026, ha proposto un quadro interpretativo fondato su cinque dimensioni del vantaggio americano nei semiconduttori, ovvero il contenimento dell’assorbimento tecnologico cinese, la difficoltà di sostituzione dei chip americani, la precisione dei controlli sulle soglie di prestazione, il ciclo di retroazione tra vendite globali e reinvestimento in innovazione, e la sostenibilità finanziaria e istituzionale del sistema. Secondo questa lettura, la leva cinese sulle terre rare si configura come un’arma a combustione, che brucia potenza a ogni utilizzo, mentre quella americana sui semiconduttori funziona come un meccanismo a collo di bottiglia che si rafforza con il tempo, alimentato dalla domanda globale di chip e dalla posizione dominante delle aziende americane nella progettazione, nel software e nelle architetture di calcolo.

Il quadro ha una sua forza analitica. La Cina dipende ancora in larga misura dai processori americani per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale, e le aziende cinesi del settore, da Alibaba Cloud a Baidu a Tencent, hanno dovuto rinviare cicli di addestramento e acquisire migliaia di processori aggiuntivi per compensare le restrizioni sulle prestazioni dei chip accessibili. Il mercato grigio attraverso il quale chip ad alte prestazioni vengono dirottati verso la Cina tramite distributori nel Sudest asiatico copre, secondo le stime disponibili, una quota compresa tra il 6 e il 10% della capacità di calcolo cinese per l’intelligenza artificiale, un volume insufficiente a colmare il divario. Gli Stati Uniti e i loro alleati controllano circa il 90% delle apparecchiature per la produzione di semiconduttori e una quota analoga del valore complessivo della catena di fornitura. Questa posizione consente a Washington di calibrare i controlli con precisione, autorizzando la vendita di chip di fascia media, come gli H200 di Nvidia, due generazioni indietro rispetto alla frontiera tecnologica, in modo da mantenere la dipendenza cinese dall’ecosistema americano senza offrire accesso alle prestazioni più avanzate.

Tuttavia, la cornice dell’asimmetria rischia di offrire una rassicurazione prematura. Il corpus dei materiali analizzati suggerisce che la partita sulle terre rare si gioca su un asse temporale in cui i vantaggi teorici del medio periodo si scontrano con vincoli concreti di breve termine che non ammettono scorciatoie. La domanda globale di magneti permanenti al neodimio è prevista in crescita di cinque volte nel solo mercato statunitense entro il 2035, trainata dalla diffusione dei veicoli elettrici, dall’espansione dell’energia eolica, dallo sviluppo della robotica e dalla costruzione di centri dati per l’intelligenza artificiale. Questa crescita simultanea in settori diversi moltiplica la dipendenza dai materiali cinesi più velocemente di quanto i programmi di diversificazione riescano a ridurla. I 33 progetti avanzati censiti dalla società di consulenza Adamas Intelligence, distribuiti tra Europa, Africa e Australia, prevedono l’avvio della produzione entro cinque anni, ma nella migliore delle ipotesi copriranno una frazione della domanda attesa. La società di consulenza Project Blue stima che entro il 2030 la quota cinese sulla raffinazione globale scenderà dall’attuale 90% a meno dell’80%, e quella sull’estrazione dal 70% a circa il 60%. Si tratta di progressi significativi, che lasciano però la Cina in una posizione di predominio ancora schiacciante.

I price floor e le riserve strategiche concepiti da Washington e dai suoi partner hanno la funzione esplicita di strumenti ponte, pensati per sostenere la produzione non cinese fino a quando le nuove filiere non raggiungano una scala sufficiente a rendere il mercato competitivo. La logica è che i prezzi minimi garantiti proteggano gli investitori dal rischio che Pechino inondi il mercato con materiali a basso costo per strangolare la concorrenza nella culla, una tattica che la Cina ha già praticato con successo in passato. I price floor e gli accordi di acquisto garantito, come quello stipulato dal Dipartimento della Difesa con MP Materials, cambiano il calcolo economico rendendo gli investimenti sostenibili anche in un mercato distorto dalla sovrapproduzione cinese. Ma questi strumenti funzionano se e solo se la filiera alternativa si materializza nei tempi previsti, perché un prezzo minimo senza produzione sufficiente per dargli sostegno è semplicemente un sussidio a perdere.

Il paragone con il petrolio nel ventesimo secolo, evocato frequentemente nelle analisi strategiche, illumina la natura del problema, ma anche i propri limiti. Come il petrolio, le terre rare sono essenziali, distribuite in modo diseguale e profondamente intrecciate con la sicurezza nazionale. A differenza del petrolio, però, richiedono una specializzazione tecnologica nella raffinazione e nella lavorazione che rende il possesso della risorsa grezza largamente insufficiente. Il Brasile dispone delle terze riserve mondiali di terre rare, ma nel 2024 ha estratto appena 20 tonnellate di ossidi, contro le 270.000 della Cina. L’Australia ha risorse abbondanti e un’industria mineraria sofisticata, ma l’impianto di Lynas in Malesia ha affrontato anni di controversie ambientali e i costi di raffinazione restano superiori del 50% circa rispetto a quelli cinesi. La sfida che i paesi importatori hanno di fronte è dunque compressa in un orizzonte temporale stretto, nel quale la domanda cresce in modo esponenziale, l’offerta alternativa si sviluppa con lentezza e la Cina conserva la capacità di ricalibrare la propria strategia ad ogni ciclo, adattando gli strumenti di pressione alle circostanze politiche del momento, come il caso giapponese del mese scorso ha dimostrato con efficacia. Se però si allarga lo sguardo al confronto complessivo tra le due potenze, il quadro appare meno sbilanciato di quanto la sola partita sulle terre rare suggerisca. La Cina dispone di un’arma potente sul fronte dei minerali critici, ma ne subisce una altrettanto incisiva sul fronte dei semiconduttori, dove la dipendenza dalle tecnologie americane resta profonda e le prospettive di affrancamento assai più remote di quelle che i paesi occidentali hanno sulla diversificazione delle terre rare. L’arma cinese si consuma con l’uso, per quanto lentamente. Quella americana sui chip, alimentata da cicli continui di innovazione e da una posizione dominante sulle architetture e sugli strumenti di progettazione, tende invece a rafforzarsi. In questa partita che per ora si gioca alla pari, il fattore decisivo resta il tempo, ma il tempo potrebbe non giocare a favore di Pechino su entrambi i fronti.

*articolo apparso su substak.com il 17 febbraio 2026

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