Il IX Congresso del Partito del Lavoro segna una svolta: Kim Jong Un ha sancito definitivamente la propria era, rinnovando la dirigenza e ridisegnando le priorità di Pyongyang
Il IX Congresso del Partito del Lavoro di Corea, che si è chiuso il 25 febbraio dopo sette giorni di lavori a Pyongyang con la partecipazione di cinquemila delegati e duemila osservatori, è andato oltre a una rituale di conferma del potere di Kim Jong Un. Per capirne la portata, bisogna partire da un dettaglio che la stampa internazionale ha colto solo in parte: nelle foto ufficiali dei nuovi dirigenti eletti dal congresso, tutti indossano un distintivo con il solo ritratto di Kim Jong Un, senza i volti del nonno Kim Il Sung e del padre Kim Jong Il che fino a ieri accompagnavano obbligatoriamente ogni funzionario del partito. In un paese dove ogni simbolo è studiato con ossessiva precisione, il cambiamento ha un forte valore politico. Kim Jong Un, al quindicesimo anno di potere, ha sancito definitivamente la propria era. Nel discorso di apertura, ha evitato le formule di deferenza verso il nonno e il padre che in passato aprivano ogni intervento ufficiale, e ha rivendicato in prima persona i risultati ottenuti negli ultimi cinque anni, presentandoli come superiori a quelli dei suoi predecessori.
Il congresso ha ratificato questa svolta su tutti i piani, da quello dottrinale, a quello istituzionale, militare, economico e diplomatico. Kim è stato rieletto segretario generale per acclamazione, con una formula che il partito ha definito espressione della «volontà incrollabile» dei delegati e del popolo e la sua rielezione, a differenza di quella del 2021, è stata presentata come una conferma fondata sui risultati da egli conseguiti. Il congresso ha tuttavia sancito la nuova era senza eccessivo clamore, evitando ogni particolare che potesse fare pensare a una rottura con il passato. Dalle conferenze preparatorie a livello municipale e provinciale fino alla parata conclusiva, ogni passaggio ha seguito uno schema prevedibile, privo dello spettacolo che aveva caratterizzato i congressi precedenti. Per Kim Jong Un, la stabilità deve essere il vero asso portante del regime, e il ripristino della regolare scadenza quinquennale per i congressi del Partito poiché significa che il regime è uscito da una modalità di continua gestione delle crisi ed è entrato in quella che si potrebbe definire un equilibrio di lungo periodo. Il congresso si inserisce infatti in una sequenza storica in cui i congressi erano stati del tutto abbandonati senza spiegazioni, con un vuoto di trentasei anni tra il 1980 e il 2016. Da allora, la cadenza quinquennale è stata rispettata, e il congresso si è affermato come il momento in cui il regime codifica le proprie svolte.
Il contesto è ben diverso da quello del precedente congresso, tenutosi nel gennaio 2021. Allora Kim Jong Un aveva ammesso con insolita franchezza che «quasi tutti i settori» del piano economico avevano fallito gli obiettivi, in un paese stremato dalle sanzioni, dal Covid e dai disastri naturali. Questa volta il tono è stato trionfalistico. Il leader ha parlato di «ottimismo e fiducia nel futuro», sostenendo che lo stato si è «consolidato in modo irreversibile», un riferimento trasparente al suo arsenale nucleare e al mutato contesto internazionale. La Banca Centrale sudcoreana stima che l’economia nordcoreana sia cresciuta del 3,1% nel 2023 e del 3,7% nel 2024, anche se una parte significativa di questa crescita dipende dalla cooperazione militare con la Russia e dai furti di criptovalute, che nel solo 2025 avrebbero fruttato circa due miliardi di dollari. Fonti che potrebbero rivelarsi transitorie.
L’architettura del potere: chi sale, chi esce, chi conta
Il congresso ha prodotto un ricambio profondo nella struttura dirigente del partito. Nel Comitato Centrale, l’organo chiave per l’accesso alle posizioni di comando, il tasso di sostituzione ha raggiunto il 52,5% tra i membri effettivi e il 76,6% tra quelli supplenti, mentre nel presidium esecutivo sono stati sostituiti 23 dei 39 membri.
Le uscite più rilevanti riguardano una generazione di dirigenti che aveva accompagnato Kim Jong Un nella prima fase del proprio potere o che risaliva addirittura all’epoca del padre. Choe Ryong Hae, 76 anni, presidente del Presidium dell’Assemblea Suprema del Popolo e fino a ieri figura simbolicamente seconda solo al leader, è stato escluso dal Comitato Centrale, una mossa che ne prefigura la rimozione dalla carica parlamentare quando l’Assemblea si riunirà a marzo. Insieme a lui sono usciti Ri Pyong Chol, figura centrale nello sviluppo missilistico, Kim Yong Chol, ex capo dell’intelligence e negoziatore nucleare la cui influenza era andato diminuendo dopo il fallimento del vertice di Hanoi nel 2019, e Ri Son Gwon, ultimo direttore del Dipartimento del Fronte Unito, l’organismo che gestiva i rapporti intercoreani prima della sua abolizione. L’uscita simultanea di Kim Yong Chol e Ri Son Gwon, entrambi associati alla vecchia linea politica nei confronti di Seul, viene letta come coerente con la nuova dottrina dei «due stati ostili». Nel caso degli esponenti più anziani, il pensionamento anziché l’epurazione violenta rappresenta una novità nella gestione dell’élite nordcoreana, nell’ambito della quale la fuoriuscita di scena pacifica è storicamente rara.

L’elenco di coloro che rimangono al loro posto o salgono la scala del potere fornisce ulteriori indicazioni. Jo Yong Won, fino a ieri segretario del partito per gli affari organizzativi e considerato il numero due di fatto, è uscito dall’apparato del Comitato Centrale e dal Dipartimento per la Guida Organizzativa (DGO), il centro nevralgico del controllo sui quadri. Dato il contemporaneo pensionamento di Choe Ryong Hae dalla presidenza dell’Assemblea Suprema del Popolo e il fatto che le elezioni parlamentari sono in ritardo di due anni, è altamente probabile che Jo venga destinato alla guida dell’Assemblea, una carica di alto profilo formale. Ri Il Hwan, segretario per la propaganda, è entrato nel Comitato Permanente del Politburo, il vertice ristretto del potere. Jo Chun Ryong, responsabile dell’industria degli armamenti, è salito nel Comitato Centrale, premiato per il suo ruolo nello sviluppo dei nuovi sistemi d’arma, mentre Jong Kyong Thaek è destinato a diventare vicepresidente della Commissione Militare Centrale, la posizione militare di fatto più alta dopo Kim Jong Un. Il segretariato del partito è stato ampliato da sette a undici membri, con la creazione di nuove cariche per le organizzazioni del lavoro e per le costruzioni, un segnale delle priorità economiche del prossimo quinquennio.

Kim Yo Jong e Kim Ju Ae: la famiglia al centro del sistema
La promozione più commentata è quella di Kim Yo Jong, sorella del leader, elevata da vice direttrice a direttrice del Dipartimento Affari Generali del Comitato Centrale, con rango ministeriale, e reintegrata come membro supplente del Politburo, una posizione che aveva lasciato nel 2021 in seguito alle ricadute del fallimento diplomatico nelle trattative con Trump a Hanoi. Il nome del dipartimento, confermato per la prima volta da KCNA il 28 febbraio, lascia aperte diverse interpretazioni: potrebbe trattarsi di una fusione di unità amministrative sotto l’ufficio esecutivo di Kim Jong Un, oppure di una ristrutturazione dell’ex Dipartimento del Fronte Unito in un organismo ponte tra il Dipartimento Internazionale e il Ministero degli Esteri. In ogni caso, la promozione formalizza la supervisione che Kim Yo Jong esercitava già da tempo come voce pubblica del regime sulla politica estera e intercoreana, nonché come figura di raccordo per quanto riguarda le relazioni con gli Stati Uniti e la Russia. Nelle ore immediatamente precedenti l’apertura del congresso, era stata lei a rispondere in toni insolitamente concilianti alle scuse espresse da Seul per una serie di incursioni con droni civili, dichiarando di «apprezzare molto» il riconoscimento, salvo poi ribadire il rafforzamento della vigilanza lungo il confine meridionale. Questo doppio registro, apertura tattica e fermezza strategica, è il marchio della sua azione pubblica.
Kim Song Nam, direttore del Dipartimento Internazionale del partito ed esperto di Cina, è stato nominato segretario del partito insieme a Kim Yo Jong. La configurazione che ne emerge, con quest’ultima competente per gli affari generali e intercoreani, Kim Song Nam per la Cina e la ministra degli esteri Choe Son Hui per Stati Uniti e Russia, delinea una troika diplomatica che sarà al centro della politica estera nordcoreana nei prossimi anni.
Quanto a Kim Ju Ae, la figlia adolescente di Kim Jong Un che l’intelligence sudcoreana ritiene essere nella fase di «designazione interna come successore», il congresso ha inviato segnali attentamente studiati. Non è comparsa durante i lavori congressuali veri e propri, il che era prevedibile dato che il regolamento del partito richiede un’età minima di 18 anni per la partecipazione, ma è apparsa alla parata militare conclusiva al fianco del padre, entrambi in giacca di pelle nera, in una posizione protocollare di rilievo. Il servizio di intelligence sudcoreano ha riferito al parlamento che Kim Ju Ae non si limita più ad assistere agli eventi, ma ascolta rapporti in occasione di cerimonie ufficiali ed esprime opinioni sull’attuazione delle politiche, e che le sarebbe stato assegnato un ruolo all’interno dell’Amministrazione Missilistica. Resta tuttavia la sensazione, diffusa tra diversi osservatori, che il suo percorso sia ancora lungo e che la sua funzione attuale sia quella di rendere naturale e scontata la successione ereditaria della famiglia Kim, preparando il terreno per una formalizzazione che potrebbe arrivare al prossimo congresso, quando avrà già compiuto i 18 anni.
Nucleare ed economia: il piano per i prossimi cinque anni
Il congresso ha codificato nella dottrina del partito il concetto di «Haekpangasoe», letteralmente «grilletto nucleare», un sistema integrato di risposta alle crisi nucleari pensato per garantire che lo scudo atomico possa essere attivato «in modo rapido e preciso in qualsiasi momento». Il termine segnala il passaggio a una struttura di comando e controllo più automatizzata, che include tra le altre cose capacità di attacco preventivo già previste dalla legislazione nazionale. Kim Jong Un ha delineato un piano quinquennale di difesa che prevede l’aumento del numero di testate nucleari, lo sviluppo di missili balistici intercontinentali lanciati da terra e da sottomarini, droni dotati di intelligenza artificiale, satelliti da ricognizione e sistemi per neutralizzare i satelliti nemici. La nuclearizzazione delle forze navali è stata indicata come priorità, con allusione allo sviluppo di un sottomarino a propulsione nucleare. Lo Stockholm International Peace Research Institute stima che la Corea del Nord disponga di circa 50 testate, con materiale fissile sufficiente per produrne altre 40.
Un aspetto che merita attenzione è la crescente enfasi sulle forze convenzionali. L’esperienza della guerra in Ucraina, dove Pyongyang ha inviato migliaia di soldati, sembra aver convinto il regime che le armi nucleari funzionano soprattutto come deterrente, mentre per i conflitti reali servono capacità convenzionali moderne. I 50 lanciarazzi multipli da 600 mm presentati alla vigilia del congresso rientrano in questa logica. La parata conclusiva, la prima dal 2015 a non esibire hardware militare pesante, ha mobilitato circa 14.000 soldati senza i grandi sistemi missilistici solitamente protagonisti di queste occasioni, una scelta che riflette sia la fiducia di Kim nel proprio deterrente sia la volontà di non rivelare dettagli operativi al nemico.
A livello economico, il piano quinquennale 2026-2030 punta a «stabilizzare e consolidare» le basi produttive e ad avviare uno «sviluppo qualitativo graduale». Il congresso ha fissato tra gli obiettivi un traguardo di 9,5 milioni di tonnellate di produzione cerealicola annua entro il 2030, sostenuto dalla bonifica di 300.000 ettari di terreni costieri, e un aumento del 150% nella produzione di acciaio e fibre chimiche. L’autosufficienza alimentare non è stata presentata solo come un obiettivo interno, ma anche come funzione della dottrina dei «due stati ostili», poiché eliminando la necessità di aiuti umanitari sudcoreani, Pyongyang intende rendere credibile e permanente la rottura con Seul. Su un altro fronte, la politica «20×10», che prevede lo sviluppo industriale e infrastrutturale di 20 aree locali all’anno per dieci anni con l’obiettivo di rendere le province più autosufficienti, è stata presentata come la spina dorsale di questo sforzo, ma lo stesso Kim Jong Un ha ammesso nel discorso conclusivo che le strutture costruite in tale ambito «non vengono gestite e operate come sarebbe necessario», denunciando gravi negligenze e irresponsabilità da parte dei funzionari locali. Il fatto che ospedali e fabbriche inaugurati con grande enfasi abbiano già evidenziato problemi a meno di un anno dall’apertura getta un’ombra sulla sostenibilità dei piani più ambiziosi in un paese che resta strangolato dalle sanzioni internazionali, con un PIL pro capite stimato attorno ai 640 dollari e carenze alimentari croniche. Il congresso ha disposto anche un rafforzamento dei controlli ideologici, in particolare sulla gioventù, attraverso leggi che criminalizzano l’accesso a informazioni e prodotti culturali stranieri, con pene che secondo le testimonianze raccolte da organizzazioni per i diritti umani vanno dal lavoro forzato all’esecuzione.

Coesistenza o confronto eterno: le due partite di Kim Jong Un
Le dichiarazioni di politica estera emerse dal congresso mettono in luce come la Corea del Nord stia manovrando a due livelli diversi in termini di interlocutori. Kim Jong Un ha lasciato la porta aperta agli Stati Uniti, pur stabilendo condizioni più marcate rispetto al passato recente. «Non c’è ragione per cui non potremmo andare d’accordo con gli Stati Uniti», ha dichiarato, «se rispettano lo status attuale del nostro paese, come definito nella Costituzione, e rinunciano la loro politica ostile». Ha poi aggiunto che «le prospettive delle relazioni tra Corea del Nord e Stati Uniti dipendono interamente dall’atteggiamento degli Stati Uniti» e che Pyongyang è «preparata sia alla coesistenza pacifica che al confronto eterno». La formulazione merita un confronto con il discorso pronunciato da Kim all’Assemblea Suprema del Popolo nel settembre 2025, durante la quale aveva detto che non vi era «alcuna ragione per non incontrarci faccia a faccia» se Washington avesse accettato la realtà. Al congresso, «andare d’accordo» ha sostituito «incontrarci faccia a faccia», un’espressione meno specifica e meno impegnativa, mentre le condizioni si sono irrigidite, con la richiesta del riconoscimento esplicito dello status nucleare previsto dalla Costituzione e il ritiro della politica ostile, un’asticella più alta del semplice «accettare la realtà». L’innalzamento delle condizioni riflette con ogni probabilità il fatto che Kim si sente più sicuro di sé, così come il suo convincimento che la Corea del Nord sia ormai un attore globale di peso e un contesto geopolitico che percepisce come favorevole.
Poche ore dopo la pubblicazione delle dichiarazioni congressuali, il segretario di stato Marco Rubio ha affermato che gli Stati Uniti sono «sempre aperti ad ascoltare» i punti di vista di qualsiasi governo, citando esplicitamente la Corea del Nord. Il viaggio di Trump in Cina previsto tra la fine di marzo e l’inizio di aprile aveva alimentato le speculazioni su un possibile contatto tra i due leader in quella cornice. Ma quattro giorni dopo la chiusura del congresso l’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha ucciso la guida suprema Khamenei, alterando radicalmente il contesto di tali dichiarazioni. Per Pyongyang l’evento ha confermato nel modo più drammatico possibile la necessità della deterrenza nucleare. Dopo la cattura di Maduro in Venezuela a gennaio, Khamenei è il secondo leader considerato dal regime nordcoreano parte del fronte anti-imperialista a essere eliminato, e ciò in appena due mesi. La condanna ufficiale nordcoreana ha definito l’operazione una dimostrazione della «natura egemonica e gangsteristica» degli Stati Uniti, un linguaggio che va nella direzione opposta rispetto al «non c’è ragione per non andare d’accordo» del congresso. La frase del rapporto congressuale secondo cui «i nostri nemici non sanno cosa stiamo pianificando e calcolando, e non devono saperlo» acquista alla luce degli eventi iraniani una risonanza ben diversa.
Le letture di questi sviluppi divergono. Per alcuni analisti il livello di fiducia di Pyongyang nella sincerità dell’offerta americana di dialogo senza precondizioni è ora «prossimo allo zero», e Kim raddoppierà gli sforzi per rafforzare l’arsenale nucleare invece di tornare al tavolo dei negoziati. Altri sostengono invece una lettura paradossale: proprio perché ha visto cosa succede a chi ignora le offerte di Trump, Kim potrebbe avere calcolato di non essere in grado di respingerle a tempo indefinito. In ogni caso, le condizioni per un accordo sostanziale restano molto distanti, visto che Pyongyang chiede in ogni caso il riconoscimento del proprio status nucleare, mentre Washington non ha ancora formalmente abbandonato l’obiettivo della denuclearizzazione.

Verso Seul il tono è stato di chiusura radicale. Kim Jong Un ha definito «ingannevoli» le aperture del presidente Lee Jae Myung, ha dichiarato che la Corea del Sud sarà «esclusa per sempre dalla categoria dei connazionali» e che Pyongyang «non ha assolutamente nulla da discutere» con essa. Il congresso ha designato la Corea del Sud come «primo stato ostile in assoluto» e «eterno nemico principale », confermando quanto proclamato nel dicembre 2023. Le minacce sono arrivate fino a evocare la possibilità di «un uso di tutta la forza fisica applicabile a uno stato ostile, inclusa un attacco preventivo di deterrenza ai sensi della legislazione nazionale», e la possibilità di un «crollo completo della Corea del Sud» in caso di azioni che Pyongyang dovesse giudicare lesive della propria sicurezza. Il presidente Lee Jae Myung ha risposto ribadendo l’impegno a normalizzare i rapporti, mentre il ministero sudcoreano dell’Unificazione ha espresso «rammarico» per la chiusura nordcoreana, confermando la prosecuzione della politica di coesistenza pacifica.
Questa asimmetria tra l’apertura condizionata verso Washington e la chiusura verso Seul riflette una strategia consolidata: Kim Jong Un sa che è Washington, non Seul, a poter alleggerire le sanzioni e offrire il riconoscimento strategico che cerca. Il rapporto con la Russia, cementato dal patto di difesa reciproca del 2024 e dalla cooperazione militare in Ucraina, e quello con la Cina, rinvigorito dal vertice a tre di Pechino nel settembre 2025, forniscono a Pyongyang una rete di sicurezza che riduce la pressione per sedersi a un tavolo negoziale, pur senza eliminare l’interesse per un canale diretto con gli Stati Uniti. Il congresso, del resto, non ha menzionato né Russia né Cina nei discorsi ufficiali, limitandosi a vaghi riferimenti ai «paesi vicini» e alle «relazioni tradizionali di amicizia e cooperazione», una scelta che gli analisti attribuiscono alla volontà di proiettare un’immagine di autosufficienza. I prossimi mesi, a partire dall’imminente Assemblea Suprema del Popolo incaricata di tradurre in legge le decisioni del congresso, diranno se la doppia postura di Kim è sostenibile o se l’onda d’urto degli eventi iraniani finirà per chiudere anche la porta che il congresso aveva lasciato socchiusa verso Washington.
*articolo apparso sul blog dell’autore l’8 marzo 2026
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