Ipct: ma che bravi, quelli dell’Udc!

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Ma Paolo Pamini le avrà poi lette ‘Le avventure di Pinocchio’ di Carlo Collodi? Forse no, perché se le avesse solo sfogliate si sarebbe accorto che attribuire al proprio partito il merito di aver riportato il grado di copertura dell’Istituto di previdenza del Cantone Ticino sopra il 70% (laRegione, 9.7.26) significa aprire la campagna elettorale rispolverando la favola dei cinque zecchini d’oro piantati nel Campo dei miracoli, al paese dei Barbagianni.

Prima di entrare nel merito, però, ricordiamo due principi fondamentali. Il primo: la finanza non è un soggetto che paga i conti; semplicemente remunera il rischio. Se i mercati vanno bene, il patrimonio cresce; se vanno male, qualcuno dovrà comunque sostenerne il costo. Non esiste un terzo pagante: esistono solo datori di lavoro e assicurati, ai quali i rischi vengono distribuiti in modi diversi.

Il secondo: le pensioni dei dipendenti dello Stato non sono un sussidio pubblico né un privilegio; sono salario differito.

Come qualsiasi datore di lavoro, anche il Cantone è tenuto a finanziare gli impegni previdenziali che derivano dal rapporto di lavoro. Sostenere il contrario significherebbe affermare che ogni azienda privata che versa i contributi alla cassa pensione dei propri collaboratori “mette le mani nelle tasche” dei propri clienti. Ma nessuno si azzarda a dire che fare la spesa alla Migros costa di più perché l’azienda deve finanziare la previdenza professionale dei suoi dipendenti: è semplicemente parte del costo del lavoro. E per lo Stato vale esattamente lo stesso principio. Nel merito, ora. Bisogna ricordare che la ricetta-miracolo di Pamini, la famosa riserva di contributi del datore di lavoro, è solo un anticipo, da parte del datore di lavoro, di contributi già dovuti: aumenta un po’, contabilmente, la copertura della cassa e fornisce un po’ di liquidità in più da far fruttare. Tutto qui.

Ma allora chi sta contribuendo in modo decisivo a rifinanziare la cassa? ErreDiPi l’ha dimostrato efficacemente: sono gli assicurati attivi. Nel 2013 hanno subito una decurtazione del 20% delle proprie rendite; dal 2013 vedono i propri contributi non totalmente attribuiti ai loro conti individuali (è quella che ErreDiPi ha soprannominato “la cresta”: ogni anno ammonta a circa 14 milioni di franchi) e cedono alla cassa gran parte dei rendimenti ottenuti sui mercati (nel solo 2025 la cassa ha guadagnato 296 milioni, ma ne ha attribuiti solo 140 ai pensionati e 46 agli attivi). Per non parlare del taglio delle rendite vedovili (-180 milioni, soprattutto a carico delle assicurate). Con questi meccanismi opachi in 13 anni gli assicurati hanno rifinanziato Ipct per più di 1 miliardo di franchi (circa 90 milioni l’anno).

E secondo Pamini Ipct non dovrebbe “elargire regali agli assicurati”… Ma di che regali stiamo parlando? Dopo anni di tagli alle prestazioni, discutere di eventuali miglioramenti non significa distribuire privilegi, ma valutare se sia possibile ripristinare almeno in parte l’equilibrio tra quanto si paga (molto) e quanto si riceve (poco, per rapporto a quanto si versa). Quando si usa lo slogan “paga Pantalone”, bisognerebbe essere più prudenti. Qui non si tratta di distribuire privilegi a spese dei contribuenti, ma di rispettare gli obblighi che ogni datore di lavoro – pubblico o privato – assume nei confronti dei propri collaboratori. E chiediamocelo, infine: quando il più grande datore di lavoro del Cantone produce un numero crescente di pensionati con rendite più basse, è davvero certo che il contribuente risparmi? Oppure una parte del costo riapparirà sotto altre forme? Perché, sotto sotto, attaccare i dipendenti del Cantone serve a indebolire lo Stato stesso e favorire gli interessi di chi fornisce servizi privati. I servizi privati non li pagherà Pantalone, vero: li pagherà ciascuno di noi, di tasca propria.

*membri del comitato di ErreDiPi. Articolo pubbicato sul quotidiano La Regione mercoledì 15 luglio 2026

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