Altro che “non sapevamo”: il Consiglio di Stato ha scelto di non vedere e di non rispondere

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Di fronte agli sviluppi di questi giorni sulla vicenda Zali, sentiamo ripetere che “nessuno sapeva”. È una ricostruzione che non possiamo accettare. La verità è un’altra: i segnali c’erano, le segnalazioni c’erano, gli indizi c’erano e il Consiglio di Stato era stato formalmente chiamato a occuparsene già nella primavera del 2025. Se oggi qualcuno sostiene di non sapere, è perché allora ha scelto di non vedere.
Il 31 marzo 2025 avevamo depositato un’interpellanza intitolata “Le sfortunate frequentazioni private del ministro Zali. Lo avevamo fatto partendo da un fatto preciso: il processo celebrato il 27 marzo 2025, nel quale un’ex compagna di Claudio Zali compariva davanti al giudice con l’accusa di averlo ripetutamente diffamato e ingiuriato.
Nell’atto d’accusa firmato dal Procuratore generale Pagani si leggeva che la donna aveva definito Zali un “picchiatore” e un “abusatore di donne indifese”. Accuse gravissime, riportate da tutta la stampa, che imponevano almeno una riflessione politica e istituzionale, indipendentemente dagli esiti giudiziari.
La nostra iniziativa parlamentare non nasceva certo dal gossip o dalla curiosità per la vita privata di un consigliere di Stato. Nasceva dal fatto che, da tempo, circolavano voci, documenti, indiscrezioni e soprattutto atti relativi a procedimenti passati e in corso, dai quali emergeva, al di là delle risultanze processuali e delle querele spesso successivamente ritirate o abbandonate, un quadro ricorrente e un rapporto problematico con le donne che non poteva più essere liquidato come una questione puramente privata.
Proprio per questo avevamo posto domande politiche. Chiedevamo al Governo se ritenesse che quei fatti potessero avere rilevanza istituzionale. Chiedevamo se fossero state svolte verifiche. Chiedevamo se il comportamento di un membro del Consiglio di Stato non imponesse almeno una valutazione sotto il profilo della credibilità delle istituzioni.
Quelle domande sono state sistematicamente soffocate.
L’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio, con una decisione che continuiamo a ritenere incomprensibile, ha declassato la nostra interpellanza a semplice interrogazione, impedendo che il tema venisse discusso pubblicamente in Parlamento.


Ma ancora più grave è ciò che ha fatto – o meglio, che non ha fatto – il Consiglio di Stato.
A un’interrogazione il Governo dovrebbe rispondere entro sessanta giorni. Sono trascorsi oltre 500 giorni e quella risposta non è mai arrivata.
Non si è trattato di una dimenticanza amministrativa. È stata una scelta politica.
Il Consiglio di Stato ha deliberatamente deciso di non affrontare la questione. Ha scelto di non rispondere alle nostre domande, di non confrontarsi con gli elementi che avevamo portato alla sua attenzione e di lasciare cadere nel vuoto un atto parlamentare che chiamava in causa il comportamento di uno dei suoi membri.
Questa scelta pesa oggi come un macigno.
Perché mentre si taceva, mentre si prendeva tempo, mentre si faceva finta che il problema non esistesse, continuavano a emergere elementi che avrebbero meritato attenzione e approfondimento.
E c’è un fatto che rende ancora meno credibile qualsiasi tentativo di rifugiarsi dietro il “non sapevamo”.
Nel Consiglio di Stato sedeva, e siede tuttora, Norman Gobbi, il quale ha ammesso pubblicamente di essere stato informato della vicenda già attraverso le segnalazioni ricevute nel 2021. Non solo: insieme al consigliere nazionale Lorenzo Quadri aveva liquidato la questione come una semplice “vicenda privata”, dichiarando di aver accettato le spiegazioni fornite da Claudio Zali.
Dunque qualcuno sapeva.
Il problema non è che mancassero informazioni. Il problema è che si è deciso di considerarle irrilevanti.
Si è scelto di non approfondire. Si è scelto di non fare domande. Si è scelto di non rispondere al Parlamento. Si è scelto, in sostanza, di proteggere lo status quo, consentendo che una questione di evidente rilievo istituzionale venisse archiviata come un fatto esclusivamente personale.
Oggi questa linea di condotta presenta il conto.
Per questa ragione abbiamo deciso di ripresentare il nostro atto parlamentare nella forma originaria di interpellanza, modificando soltanto il testo introduttivo e riproponendo integralmente le domande formulate nel 2025.
Lo facciamo perché quelle domande sono oggi ancora più attuali di allora.
E lo facciamo perché riteniamo che il Parlamento e l’opinione pubblica abbiano il diritto di sapere non soltanto che cosa sia accaduto, ma anche perché il Governo abbia scientemente scelto di ignorare per oltre 500 giorni tutti i segnali che gli erano stati sottoposti.
L’interpellanza, così vorrebbe la Legge sul Gran Consiglio, dovrà ricevere una risposta nella seduta del Gran Consiglio del prossimo 14 settembre.
Dopo quasi un anno e mezzo di silenzio, non sarà più possibile rifugiarsi dietro la comoda formula del “non sapevamo”. Perché la verità è molto più semplice: le informazioni c’erano, le domande c’erano e il Consiglio di Stato ha scelto di non vedere e di non rispondere.

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