Zali se ne va, la violenza di genere resta. Un presidio per chiedere un cambiamento radicale

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Un cambio di marcia radicale nella lotta alla violenza di genere e una cambiamento dell’atteggiamento del governo su questo fronte. È questo che hanno chiesto tutte e tutti coloro che hanno partecipato al presidio indetto oggi a Bellinzona dal collettivo femminista iolotto ogni giorno. Le dimissioni di Claudio Zali sono certo un fatto positivo, ma i problemi di fondo restano. Pubblichiamo qui di seguito l’intervento che Claudia Leu ha fatto a nome dell’MPS. (Red)

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Sono state spese tante parole sui media e sulle reti sociali attorno a questa vergognosa vicenda che vede coinvolto il presidente del consiglio di stato “onorevole” Claudio Zali, notizie che hanno fatto addirittura il giro d’Europa per la loro rilevanza.

Qualcuno, qualche ora fa, mi ha chiesto se aveva ancora senso il presidio di oggi, visto che Claudio Zali ha rassegnato le dimissioni.

Per spiegare le ragioni che giustificano appieno la nostra presenza qui oggi, potrei prendere le pa-role dello stesso Zali laddove afferma che le registrazioni audio rappresenterebbero ( e cito) «l’e-spressione di una violenza solo verbale». È proprio quel “solo” a essere rivelatore e a dimostrare che Zali,anche nel momento delle dimissioni,  dimostra di non aver compreso la gravità della si-tuazione

Ancora oggi, infatti, c’è chi continua a minimizzare la violenza verbale come se fosse un fenomeno secondario. Al contrario, sappiamo che la violenza contro le donne si manifesta attraverso un con-tinuum di comportamenti: la violenza psicologica, verbale e il controllo sono forme di violenza a tutti gli effetti e troppo spesso costituiscono il terreno sul quale si sviluppano successivamente an-che le aggressioni fisiche. Sminuire questi aspetti significa non aver compreso la realtà della vio-lenza di genere e il modo in cui essa si costruisce e si alimenta.

Perché le parole delle istituzioni non sono mai neutre: possono legittimare oppure contrastare la violenza, possono dare forza alle vittime oppure rafforzare chi le mette a tacere. Perché al di là dei colori partitici le gravissime affermazioni del ministro Zali, non possono e non devono passare sotto silenzio e impongono una svolta, una priorità nella lotta alla violenza di genere.

Ma non siamo qui soltanto per questo, i problemi non si risolvono solo con le dimissioni di Zali.

Perché il problema non è un singolo consigliere di Stato. Il problema è un sistema che continua a sottovalutare la violenza di genere e a intervenire troppo tardi. O, addirittura, a nascondersi dietro la collegialità o l’incompetenza ad affrontare il problema. La dimostrazione è il comportamento del consiglio di Stato perché crediamo che in Ticino nessuno ne abbia condiviso la presa di posizione o anche quella del parlamento cantonale che ha sistematicamente fatto finta di niente di fronte ad atti parlamentari che suggerivano l’esistenza di comportamenti non adeguati da parte di Zali.

La violenza scaturita da quelle ormai famigerate registrazioni pubbliche da parte del ministro Zali a ridosso dell’ultima commemorazione sull’ennesimo femminicidio di Faido, è in contraddizione con le politiche di lotta alla violenza di genere che questo governo dice di perseguire. Tale comportamento andava sanzionato seriamente e con misure concrete. Violenze che non devono trovare più spazio né alcuna giustificazione per chi cerca di minimizzare l’accaduto. Esse appaiono come una beffa, una presa in giro che violano ancora una volta l’onore delle donne da parte delle istituzioni a cui è mancato il coraggio di destituire Zali immediatamente.

Si, perché malgrado il palese incitamento alla violenza di CZ verso una donna, con metodi omertosi e da “padrino”, malgrado egli stesso non abbia smentito di aver picchiato una donna e vantandosene addirittura come si evince dagli audio, ebbene, la gravità delle sue affermazioni saranno si, al vaglio degli inquirenti ma non cambiano di una virgola le gravi conseguenze politiche di quanto accaduto. E che non venga a dirci che sono fatti privati perché non lo sono dal momento che toccano anche la sfera pubblica e perché lui è un politico.

Non è normale ed è  moralmente inaccettabile che un alto rappresentante delle istituzioni che si definisce servitore del popolo sovrano, come amano definirsi lui e quelli del suo partito, prenda il telefono per sciorinare tali violenze o ricorra all’abuso di potere con tracotanza dalla sua posizione di privilegiato. Oltretutto con una totale mancanza di rispetto verso dei lavoratori e lavoratrici e che  a scapito loro, piazzi le sue conoscenze come se fosse un’agenzia di collocamento. Un ex giudice come lui dovrebbe sapere che i licenziamenti abusivi sono pratiche illegali.

Non è normale ed è moralmente inaccettabile che chi sapeva abbia taciuto su questi brutali comportamenti omettendo il dovere di segnalare. O ancora, chi oggi si erge a paladino della giustizia lo faccia per puro opportunismo politico quando non hanno mai veramente combattuto con la dovuta serietà e responsabilità la violenza di genere che non è negoziabile.

È ora di dare una svolta culturale a questo cantone all’insegna del pieno rispetto dei diritti delle donne e attraverso la lotta contro ogni tipo di discriminazione. Perché quando una violenza di tale portata arriva da un membro con la carica di CZ, si chiama violenza istituzionale e non può essere più tollerata né banalizzata né normalizzata. Non è più sostenibile l’incoerenza e la mancanza di coraggio di questo governo nel condannare un atto ingiustificabile. Da anni ormai critichiamo la moderazione, la prudenza e le contraddizioni che caratterizzano le misure prese dal cantone per combattere la violenza sulle donne ma si interviene quando è già troppo tardi. Si contano le vittime, si promettono cambiamenti, si esprime cordoglio. Poi tutto ricomincia.

 I cittadini e le cittadine di questo cantone meritano delle istituzioni credibili a cui riporre fiducia. Non basta dire che la violenza è inaccettabile e proclamarsi da parte delle donne. Bisogna mettere in campo i mezzi per combatterla. Esigiamo delle istituzioni politiche che si impegnino con determinazione e serietà e non solo a parole nella lotta contro ogni forma di violenza. Rifiutiamo una società che colpevolizza le vittime anziché gli aggressori.

Per questo diciamo basta.

Basta alla minimizzazione

Basta all’indifferenza.

Basta all’ipocrisia.

Le dimissioni di CZ sono un atto necessario ma da sole non bastano!

La violenza non è mai un fatto privato e il personale è politico.

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