La World-System Theory è stata costruita per rendere impossibile un certo tipo di errore politico: quello di scambiare la rivalità tra potenze e blocchi interni al capitalismo globale per uno scontro tra sistemi alternativi. Che quell’errore venga commesso proprio da chi dichiara di usare quella tradizione come strumento di analisi è la contraddizione su cui questa riflessione si concentra.
Ma accanto al campismo esplicito, quello che individua nella Russia di Putin o nella Cina di Xi un argine oggettivo all’imperialismo occidentale, esiste una variante più diffusa e più insidiosa: quella di chi non si riconosce nel campismo, lo nega quando gli viene attribuito, ma continua a produrre analisi in cui il conflitto tra potenze e blocchi viene letto attraverso categorie che la fine della Guerra Fredda avrebbe dovuto rendere inutilizzabili. Non si tratta di un’opzione consapevole: è un condizionamento, un rumore di fondo che la sinistra non riesce a togliersi di dosso da quando il bipolarismo è crollato senza lasciare dietro di sé un nuovo quadro concettuale capace di sostituirlo. La WST quel quadro lo offriva già, e con un rigore che avrebbe dovuto rendere impossibili certi errori. Il problema è che spesso viene usata a metà.
In Italia questo problema si pone con una particolarità che vale la pena richiamare prima di procedere. La ricezione della World-System Theory nel nostro paese è stata storicamente debole e frammentaria, nonostante un’ironia della storia intellettuale che avrebbe dovuto renderla più familiare: Giovanni Arrighi, il principale continuatore e raffinatore della tradizione, era italiano, aveva insegnato all’Università della Calabria nei primi anni Settanta prima di trasferirsi negli Stati Uniti su invito di Wallerstein e Hopkins. Un indizio di quanto superficiale sia stata quella ricezione lo offre un dettaglio apparentemente minore: la prima traduzione italiana dell’opera di Wallerstein tradusse “The Modern World-System” con “Il sistema mondiale dell’economia moderna”, rifiutando il neologismo “sistema-mondo” che è il termine fondamentale della teoria, quello che ne indica l’ambizione di costruire una nuova unità di analisi.
Come ha osservato chi si è occupato di questa vicenda, la resistenza a quel neologismo persiste tuttora tra molti studiosi italiani. Quando una tradizione teorica fatica ad affermarsi persino nella sua terminologia di base, il suo radicamento nell’accademia e nel dibattito intellettuale rimane inevitabilmente superficiale. Il risultato è che larga parte della sinistra italiana ha formato la propria cultura politica con strumenti diversi, spesso di matrice terzomondista o leninista classica, che mantengono intatta la categoria dei “campi” contrapposti e non offrono gli anticorpi teorici che la WST avrebbe fornito contro il campismo contemporaneo. Il paradosso è che la tradizione più attrezzata per rendere impossibili certi errori analitici è anche quella che in Italia ha avuto la minore diffusione negli ambienti in cui quegli errori vengono commessi con maggiore frequenza.
La rottura epistemologica di Braudel e le sue conseguenze politiche
Bisogna partire da lontano per capire perché. La tradizione che va sotto il nome di World-System Theory non nasce da un’intuizione isolata ma da una rottura epistemologica profonda con il modo dominante di fare storia e analisi sociale. Fernand Braudel, con la scuola delle Annales, aveva già mostrato che gli eventi brevi, i governi, le battaglie, i trattati, non spiegano nulla da soli: sono la superficie di strutture più profonde, quelle che lui chiamava la longue durée, i cicli lunghi delle economie, dei climi, delle geografie umane, che condizionano ogni momento contingente senza che i protagonisti di quei momenti se ne rendano necessariamente conto. La storia politica raccontava le decisioni dei potenti; Braudel chiedeva di guardare sotto, alle condizioni strutturali che rendevano possibili o impossibili certe decisioni, indipendentemente dalla volontà di chi le prendeva.
Questa rottura ha conseguenze politiche che vanno molto al di là della storiografia. Chi ragiona in termini di eventi brevi, chi legge un conflitto attraverso le mosse contingenti degli attori coinvolti, la dichiarazione di questo leader, la mossa militare di quell’esercito, l’alleanza di questa settimana, commette un errore epistemologico che Braudel aveva già identificato: scambia la superficie per la struttura, il sintomo per la causa. Il campismo, in questa luce, non è solo un errore politico: è prima di tutto un errore di metodo. Ragiona esattamente nel registro degli eventi brevi, leggendo ogni conflitto come lo scontro contingente tra attori geopolitici la cui posizione sistemica non viene mai analizzata nella sua profondità storica. La Russia invade l’Ucraina: il campista guarda all’evento, alla mossa, al pretesto, e lo colloca dentro una narrativa di breve periodo, l’espansione della NATO, le provocazioni occidentali, la crisi di Maidan, senza mai chiedersi quale sia la posizione strutturale della Russia nel sistema-mondo capitalistico su scala secolare, quale traiettoria stia seguendo nel lungo periodo, e cosa quella traiettoria dica davvero sulla natura dell’aggressione.
Braudel non era un determinista: non pensava che la longue durée cancellasse la libertà degli attori o rendesse irrilevanti le loro decisioni. Pensava che quelle decisioni non potessero essere comprese senza il contesto strutturale in cui si inserivano. Applicare questa lezione al conflitto ucraino significa chiedersi non solo cosa stia facendo la Russia, ma cosa sia la Russia nel sistema-mondo contemporaneo, quale posizione occupi, quali risorse controlli, con quale logica strutturale operi. La risposta a questa domanda, condotta con gli strumenti che la tradizione ha sviluppato dopo Braudel, è difficilmente compatibile con la narrativa campista.
Wallerstein, il sistema-mondo e l’impossibilità del “fuori”
Da Braudel, Wallerstein mutuò l’idea che l’unità minima di analisi non potesse essere lo stato-nazione ma dovesse essere il sistema nel suo complesso: un’economia-mondo capitalistica che si era estesa dalla sua origine europea fino a coprire l’intero pianeta nel corso di cinque secoli, e al cui interno gli stati non erano attori autonomi ma variabili dipendenti da una struttura che li precedeva e li condizionava. Il sistema aveva un centro, dove si concentrava il valore aggiunto e si accumulava il capitale con le tecniche produttive più avanzate, una periferia che produceva materie prime e lavoro a basso costo in condizioni di scambio cronicamente ineguale, e una semiperiferia che mediava tra i due poli svolgendo funzioni sia di sfruttamento verso la periferia sia di subordinazione verso il centro. Questa architettura non era il prodotto di colpe, ritardi culturali o inferiorità intrinseche: era la struttura stessa del capitalismo storico, la condizione necessaria della sua riproduzione nel tempo.
Vale la pena soffermarsi sull’origine empirica di questa costruzione teorica, perché è rilevante per una distinzione che tornerà più avanti. Wallerstein aveva lavorato in Africa occidentale prima di elaborare la sua teoria del sistema-mondo, e quell’esperienza diretta aveva contribuito in modo determinante alla sua comprensione del meccanismo dello scambio ineguale: vedere dall’interno come il sottosviluppo fosse un prodotto strutturale del sistema, e non un ritardo da colmare, era una lezione empirica che la teoria aveva poi generalizzato su scala planetaria.
Arrighi, dal canto suo, aveva insegnato in Rhodesia e in Tanzania prima di approdare all’Università della Calabria e poi al Fernand Braudel Center, e la sua analisi della proletarizzazione nelle periferie africane aveva nutrito direttamente il suo lavoro sui cicli sistemici di accumulazione. Questa radice africana e periferica della WST non è un dettaglio biografico: è parte costitutiva della teoria, ed è quella che le conferisce la capacità di rendere visibili i soggetti che le analisi costruite esclusivamente dalla prospettiva del centro tendono a cancellare.
Detto questo, occorre distinguere con precisione tra due usi molto diversi dell’esperienza periferica nel pensiero politico della sinistra. La WST elabora quella radice terzomondista in termini strutturali e analitici: l’esperienza della periferia diventa uno strumento per capire come funziona il sistema nel suo complesso, non una fonte di legittimazione automatica per qualunque attore non occidentale. Il terzomondismo politico volgare, che produce il campismo, fa invece qualcosa di strutturalmente diverso: sostituisce all’analisi strutturale un’identità geografica come criterio di valutazione, attribuendo valenza progressiva a un attore per il solo fatto di essere non-occidentale o anti-americano, indipendentemente dalla sua posizione reale nel sistema-mondo e dalla sua effettiva funzione nei conflitti in corso.
La grettezza materiale di questa operazione emerge con chiarezza quando si guarda alla realtà concreta: l’idea che esista un “Sud globale” dotato di una propria coerenza politica e di una propria funzione antisistemica presuppone che potenze come la Russia, la Cina, l’India e l’Iran condividano qualcosa di strutturalmente significativo oltre alla posizione geografica rispetto all’Occidente. Ma la Russia è un’economia di rendita fossile declinante, la Cina è la manifattura del mondo integrata nelle catene di valore globali, l’India è una democrazia competitiva con interessi propri spesso in contraddizione con quelli di Mosca e Pechino, e l’Iran è una teocrazia che opprime le proprie minoranze e le proprie donne mentre si presenta come avamposto della resistenza anti-imperialista. Trattarle come una categoria unitaria per il solo fatto di opporsi, in modi e misure diverse, all’egemonia americana, è un’astrazione che non ha basi nella realtà materiale del sistema-mondo: questa sostituzione è il punto in cui il terzomondismo analitico dei fondatori della WST si trasforma nel suo contrario, da strumento critico che illumina le strutture di oppressione a schermo ideologico che le occulta.
L’aspetto più radicale della costruzione wallersteineriana, quello che ha le conseguenze più dirette sul tema che stiamo trattando, è la negazione assoluta di un “fuori” dal sistema. Nel quadro wallersteineriano non esiste un punto esterno al capitalismo mondiale da cui un attore, uno stato, un’economia, una formazione politica, potrebbe operare su logiche alternative. Tutti gli attori che partecipano all’economia-mondo lo fanno dentro le sue regole, anche quando il loro linguaggio politico proclama di volerle sovvertire.
L’Unione Sovietica non era un’alternativa esterna al capitalismo mondiale: era una forma particolare di partecipazione ad esso, che aveva scelto la strada dello sviluppo statale accelerato per portarsi in avanti nella gerarchia del sistema, finendo per occupare una posizione di potenza del centro in competizione con le altre potenze del centro, non quella di un soggetto antisistemico. Quando Wallerstein scriveva questo, nel pieno della Guerra Fredda, era una provocazione intellettuale di prima grandezza. Col senno del poi, il crollo dell’URSS ne ha confermato la correttezza con una brutalità che nessun altro schema interpretativo avrebbe potuto prevedere con altrettanta precisione.
Andre Gunder Frank aveva contribuito a questa costruzione teorica con una tesi ugualmente dirompente: il sottosviluppo del Sud del mondo era un prodotto strutturale del sistema capitalistico mondiale, non un ritardo da colmare attraverso la modernizzazione. Le periferie erano povere per effetto del capitalismo, perché il sistema aveva bisogno della periferia impoverita per mantenere l’accumulazione al centro. Sviluppo e sottosviluppo erano le due facce della stessa medaglia, prodotte simultaneamente dallo stesso processo. Questa tesi rendeva impossibile la narrativa consolatoria dello sviluppo progressivo: non c’era un percorso naturale che dalla periferia portasse al centro seguendo le stesse tappe percorse dai paesi industrializzati, perché il centro aveva strutturalmente bisogno della periferia per restare tale.
Terence Hopkins, lavorando a stretto contatto con Wallerstein al Fernand Braudel Center, aveva dato a questa intuizione una traduzione empirica attraverso l’analisi delle catene di valore globali: i meccanismi concreti attraverso cui la divisione internazionale del lavoro riproduce la gerarchia del sistema, distribuendo il valore aggiunto lungo catene di produzione che attraversano i confini nazionali lasciando la quota maggiore nelle mani di chi controlla le fasi più redditizie, tipicamente quelle di progettazione, finanza e distribuzione, mentre le fasi manifatturiere rimangono in periferia.
I cicli egemonici di Arrighi, la traiettoria della Russia e i bivi storici
Giovanni Arrighi portò la tradizione a un livello di sintesi storica ulteriore che è particolarmente rilevante per il tema di questa riflessione. La sua analisi dei cicli sistemici di accumulazione mostrava come ogni fase egemonica all’interno del sistema-mondo seguisse una traiettoria riconoscibile: un’espansione materiale, in cui il capitale veniva investito nella produzione e nel commercio, seguita da una fase di finanziarizzazione, in cui il capitale abbandonava la produzione per cercare rendimenti più alti nella sfera finanziaria. Questa finanziarizzazione non era un’anomalia: era il segno del declino dell’egemonia, il momento in cui la potenza dominante non riusciva più a trovare sbocchi produttivi sufficienti per il capitale accumulato e cercava nella rendita finanziaria una compensazione alla perdita di competitività produttiva. Dall’egemonia genovese a quella olandese, da quella britannica a quella americana, ogni ciclo aveva ripetuto questo schema, con una potenza emergente che sfruttava il declino della precedente per affermare la propria posizione egemonica dentro lo stesso sistema capitalistico.
Cruciale, per il nostro ragionamento, è il fatto che ogni transizione egemonica avvenisse all’interno del sistema e ne perpetuasse la logica fondamentale. La potenza sfidante non aboliva le regole del gioco: si sostituiva al detentore precedente nella posizione dominante, imponendo le proprie regole particolari all’interno della stessa logica generale di accumulazione. L’Inghilterra non aveva trasformato il sistema che aveva ereditato dall’Olanda; gli Stati Uniti non avevano trasformato quello che avevano ereditato dall’Inghilterra. Avevano semplicemente occupato la posizione di vertice, gestendola con strumenti parzialmente diversi ma dentro la stessa struttura.
Su questo sfondo va collocato un testo che la WST ha prodotto e che il tempo ha reso di straordinaria pertinenza: The Age of Transition: Trajectory of the World-System, 1945-2025, scritto da Hopkins e Wallerstein insieme a un gruppo di colleghi del Fernand Braudel Center e pubblicato nel 1996. Il libro analizzava il periodo 1945-1990 attraverso sei vettori principali, il sistema interstatale, la produzione mondiale, la forza lavoro globale, il welfare umano, la coesione degli stati e le strutture della conoscenza, e concludeva con una valutazione delle possibili traiettorie fino al 2025. Le previsioni convergevano su tre fenomeni: nel breve termine la fine dell’espansione economica del ciclo di Kondratiev cinquantennale, nel medio termine l’inizio del declino del ruolo dominante degli USA, e nel lungo termine i segnali di una possibile disintegrazione sistemica dell’economia-mondo capitalistica.
Rileggere quel libro oggi richiede di non cedere alla tentazione di trattarlo come una profezia avverata: Wallerstein e Hopkins non erano profeti, erano analisti che applicavano una teoria delle strutture di lungo periodo. Il fatto che le loro analisi descrivano con precisione il paesaggio del presente, il declino egemonico americano, le convulsioni del sistema finanziario globale, l’instabilità crescente del sistema interstatale, è la misura della solidità degli strumenti teorici che usavano, non un caso fortunato.
Ma il punto più rilevante per il tema di questo lavoro è un altro. Wallerstein e Hopkins non prevedevano un esito predeterminato: descrivevano una crisi strutturale che apriva bivi storici. Usavano esplicitamente il linguaggio della biforcazione: il sistema entra in una fase in cui le scelte politiche e sociali possono indirizzarlo verso esiti diversi e non prevedibili in anticipo. Dipingevano un quadro di giorni bui, ma in cui esistono vere scelte storiche.
Questo elemento è cruciale perché demolisce una delle premesse implicite del campismo: l’idea che il declino americano abbia un esito predeterminato favorevole alla sinistra, quasi che la crisi del sistema producesse automaticamente la sua alternativa progressiva. Per Wallerstein e Hopkins era esattamente il contrario: la crisi strutturale del sistema non favorisce automaticamente nessuno, e può produrre esiti tanto regressivi quanto progressivi a seconda di come i soggetti storici la attraversano. Il campismo che si limita ad aspettare e a sostenere i presunti antagonisti del sistema non sta aiutando il processo verso un esito migliore: sta scegliendo il proprio bivio nel modo peggiore possibile, confondendo la crisi del sistema con la sua trasformazione in senso emancipativo.
Applicare questa analisi alla Russia contemporanea produce conclusioni che rendono il campismo teoricamente insostenibile. La Russia non è una potenza egemonica in ascesa che sfida il sistema: è una semiperiferia in declino che tenta di recuperare posizione attraverso la forza militare, in assenza di una base produttiva e tecnologica che le consenta di competere con i paesi del centro su terreni che non siano quelli della rendita fossile e della proiezione militare. Nel quadro arrighiano, questo tipo di comportamento è già stato classificato: una semiperiferia che non riesce ad avanzare nella gerarchia del sistema attraverso l’innovazione produttiva può tentare di farlo attraverso l’espansione territoriale, cercando di acquisire risorse e posizioni strategiche che compensino la debolezza strutturale. L’invasione dell’Ucraina è esattamente questo: non una mossa antisistemica di una potenza alternativa al capitalismo globale, ma il comportamento tipico di una semiperiferia in declino che reagisce alla propria marginalizzazione con strumenti militari perché non ne ha di produttivi sufficienti.
Manca del tutto, in questa strategia, qualsiasi dimensione antisistemica: la rendita fossile è uno dei pilastri del capitalismo globale, non la sua alternativa, e la classe dirigente russa gestisce quella rendita attraverso strutture finanziarie offshore, conti nelle banche svizzere, proprietà immobiliari a Londra e Dubai, perfettamente integrate nel sistema finanziario mondiale che si proclama di combattere. Attribuire a questa configurazione una funzione antisistemica richiede un livello di astrazione dalla realtà materiale che nessuno strumento analitico della WST può giustificare.
La geocultura e la simmetria impossibile
La tradizione aveva sviluppato il concetto di geocultura per analizzare qualcosa che la sola analisi economica non riusciva a cogliere: il sistema di narrazioni attraverso cui il sistema-mondo organizza i propri conflitti interni, distribuendo identità e ruoli tra le potenze in competizione. Non si tratta di propaganda nel senso deteriore del termine, di qualcosa di esterno alla realtà che cerca di mistificarla: è una produzione culturale che emerge organicamente dai conflitti del sistema e li racconta in termini che li rendono comprensibili e moralmente accettabili per chi li vive dall’interno. La narrazione della “libertà” occidentale che giustifica gli interventi militari americani e la narrazione dell’“anti-imperialismo” russo che giustifica le aggressioni di Mosca sono entrambe produzioni geoculturali interne al sistema, non punti di vista esterni capaci di valutarlo obiettivamente.
Il campismo esplicito è il caso limite di chi prende una di queste narrazioni per realtà oggettiva. Il campismo morbido commette invece un errore diverso e per certi versi più sofisticato: non accetta acriticamente la geocultura anti-imperialista, ma introduce di contrabbando un’altra cornice interpretativa, quella delle “responsabilità simmetriche tra grandi potenze”. Vale la pena spiegare cosa significa questa cornice e perché è incompatibile con la WST.
Mearsheimer e Kissinger rappresentano la tradizione teorica del realismo nelle relazioni internazionali, che legge i conflitti come il prodotto inevitabile della competizione tra grandi potenze per la sicurezza e l’influenza: in questa visione, ogni grande potenza ha la propria logica, le proprie ragioni, i propri margini di sicurezza che difende, e le guerre nascono dai vuoti di potere e dagli squilibri, non dalla malvagità di un attore specifico.
Applicata al conflitto ucraino, questa logica produce la tesi che il vero responsabile della guerra sia l’espansione della NATO, che avrebbe violato le legittime esigenze di sicurezza della Russia spingendola verso la reazione militare. Ma questa narrazione dimentica un fatto storico elementare: sono stati i paesi dell’Europa orientale, dopo decenni di occupazione sovietica, a chiedere attivamente di entrare nella NATO, non la NATO a spingerli. La loro paura della Russia era fondata su un’esperienza storica concreta e profonda. Nei primi anni del suo mandato lo stesso Putin non mostrava ostilità strutturale verso l’integrazione europea e atlantica: la narrativa dell’“accerchiamento” è una costruzione a posteriori, elaborata quando le aspirazioni di potenza regionale russa si sono scontrate con la resistenza dei paesi vicini che non intendevano tornare nella sfera di influenza di Mosca.
Nel quadro wallersteineriano non esistono grandi potenze simmetriche: esistono potenze in posizioni diverse all’interno di una gerarchia strutturale, con risorse diverse, traiettorie diverse, e responsabilità diverse nei confronti dei soggetti che quella gerarchia opprime. Trattare la Russia e gli Stati Uniti come attori paragonabili con responsabilità equivalenti significa ignorare la differenza strutturale tra una potenza egemonica in declino e una semiperiferia in declino accelerato che reagisce alla propria marginalizzazione con strumenti militari.
La cancellazione dei popoli: il crimine che il campismo non vede
Esiste un effetto del campismo che va nominato, perché è forse il più grave sul piano politico e umano: la cancellazione sistematica dei popoli che non rientrano nella logica dei campi. Questa cancellazione non è casuale: è strutturale al campismo stesso, e ne rivela la natura più autentica.
Il meccanismo funziona così: un popolo acquista visibilità politica solo nella misura in cui la sua oppressione può essere attribuita al campo nemico. Il genocidio palestinese è denunciato con forza, e la denuncia è sacrosanta: Israele è percepito come avamposto dell’imperialismo americano, quindi le sue vittime rientrano nella narrativa campista. I civili ucraini massacrati quotidianamente dall’aviazione russa rimangono invece ai margini, quando non spariscono del tutto dal campo visivo: la Russia appartiene al campo che si pretende di difendere, o almeno a quello che non si deve attaccare, e quindi le sue vittime diventano invisibili, o peggio vengono ridefinite come effetto collaterale di una guerra che in realtà sarebbe colpa dell’Occidente.
Gli Uiguri sono il caso più rivelatore di tutti, e non a caso il più sistematicamente rimosso, e nel campismo più aggressivo addirittura negato, da chi fa riferimento alla Cina come potenza antisistemica. Negato con gli stessi argomenti con cui Pechino risponde alle accuse internazionali: propaganda occidentale, ingerenza negli affari interni, montatura geopolitica. Da oltre un milione di persone internate nei “centri di rieducazione” dello Xinjiang secondo le stime delle Nazioni Unite, si è passati a un sistema di deportazione organizzata verso le fabbriche del resto della Cina, documentato da un’inchiesta congiunta del New York Times, del Bureau of Investigative Journalism e di Der Spiegel nel 2025. Amnesty International, che ha continuato a raccogliere testimonianze fino all’estate del 2025, conferma violazioni tuttora in corso: detenzione arbitraria, lavoro forzato, cancellazione sistematica dell’identità culturale e religiosa, separazione delle famiglie. Il parlamento europeo ha chiesto di istituire un meccanismo investigativo internazionale indipendente. La risposta del campismo più conseguente è stata di fatto allineata alla versione di Pechino: un silenzio che nei casi peggiori diventa negazione attiva.
Lo stesso vale per il Sudan, dove una guerra civile di proporzioni catastrofiche, con oltre 150.000 morti secondo le stime più conservative, 25 milioni di persone in condizioni di grave insicurezza alimentare, e quello che gli investigatori delle Nazioni Unite hanno definito un massacro genocida a El Fasher nell’ottobre del 2025, non riesce a mobilitare la sinistra campista con la stessa intensità di altri conflitti: né il governo sudanese né le milizie RSF appartengono in modo netto a uno dei campi geopolitici riconoscibili, e quindi le loro vittime restano invisibili.
In Myanmar, dove la giunta militare ha ucciso oltre settemila civili nel solo 2025 secondo Amnesty International, dove i Rohingya continuano a subire persecuzioni che l’ONU ha definito crimine contro l’umanità, e dove la Cina sostiene attivamente il regime militare proteggendo i propri investimenti infrastrutturali, il silenzio del campismo è particolarmente eloquente: denunciare le atrocità del Myanmar significherebbe denunciare il comportamento della Cina, che appartiene al campo sbagliato.
Il caso dell’Iran è forse il più istruttivo sul piano della contraddizione interna. La critica dell’aggressività americana verso l’Iran è fondata, e la denuncia dell’imperialismo israeliano è legittima. Ma il campismo trasforma queste posizioni giuste in un’indifferenza sistematica verso le crudeltà del regime di Teheran verso la propria popolazione: le donne che protestano rischiando la vita contro l’obbligo del velo, le minoranze etniche e religiose perseguitate, gli oppositori politici giustiziati. L’Iran viene vissuto come antisistemico per il solo fatto di resistere alla pressione americana e israeliana, e questa percezione produce una solidarietà selettiva che si estende allo stato ma non ai suoi cittadini. È la stessa logica che ha prodotto, nella tradizione comunista del Novecento, il silenzio sulle purghe staliniane in nome della difesa dell’URSS come avamposto del socialismo mondiale.
La World-System Theory offre qui uno strumento analitico potente per smontare questa logica: i soggetti che meritano solidarietà non sono gli stati in quanto attori del sistema-mondo, ma i popoli che subiscono le conseguenze della posizione di quegli stati nella gerarchia del sistema. Un popolo oppresso o aggredito è un soggetto politico indipendentemente dalla collocazione geopolitica del suo oppressore o del suo aggressore. Rifiutare questa universalità significa ridurre l’internazionalismo a tifo geopolitico, e i popoli a pedine di un gioco che non li riguarda.
La soggettività politica nel quadro della WST
A questo punto si impone una risposta a quella che è probabilmente l’obiezione più sofisticata che un interlocutore campista potrebbe muovere all’impianto teorico che abbiamo descritto. La WST, con la sua enfasi sulle strutture di lungo periodo, sulla gerarchia del sistema, sulla posizione strutturale degli attori, rischia di apparire come una teoria che dissolve la soggettività politica nell’oggettività delle strutture: se tutto è determinato dalla posizione nel sistema-mondo, cosa resta della responsabilità degli attori, della loro capacità di scegliere, e soprattutto della loro libertà di resistere?
Questa obiezione parte da un fraintendimento che vale la pena dissolvere perché è produttivo di conseguenze politiche importanti. Wallerstein non era un determinista strutturale: non pensava che la posizione nel sistema-mondo determinasse meccanicamente il comportamento degli attori o rendesse impossibile la resistenza. Pensava che quella posizione condizionasse le risorse disponibili, i margini di manovra, le possibilità storicamente aperte o chiuse in un dato momento. La differenza tra condizionamento e determinazione è cruciale: il condizionamento lascia spazio alla capacità degli attori di fare scelte all’interno dei margini che la struttura apre, anche di scegliere di lottare contro la struttura stessa, pur sapendo che quella lotta è asimmetrica.
La resistenza ucraina è, in questa prospettiva, esattamente il tipo di soggettività politica che la WST non cancella ma illumina: un popolo che occupa una posizione di semiperiferia contesa, che subisce l’aggressione di una potenza in declino che cerca di incorporarla nella propria sfera di influenza, e che sceglie di resistere usando i margini che la propria posizione strutturale gli consente. Quella scelta non è determinata dalla struttura: è compiuta da soggetti storici concreti che pagano con la propria vita la propria libertà. Ma può essere compresa nella sua piena portata solo se si analizza il contesto strutturale in cui si colloca: altrimenti rischia di essere ridotta a una pedina nel gioco delle grandi potenze, esattamente come fa il campismo morbido.
Beverly Silver aveva mostrato, nel suo lavoro sull’eredità di Arrighi, come le fasi di transizione egemonica producano sia nuove possibilità di organizzazione per i movimenti sociali sia nuove e più sofisticate forme di repressione. La transizione in corso non fa eccezione, e sciogliere la resistenza di un popolo aggredito nella categoria campista della “guerra per procura tra grandi potenze” non è un’analisi più sofisticata: è un’analisi più povera, che sacrifica la soggettività dei popoli coinvolti sull’altare di una geopolitica di cartone.
Vale la pena fermarsi su questo punto, perché tocca il nucleo di ciò che la WST può offrire alla politica e non solo all’analisi. I bivi storici che Wallerstein e Hopkins avevano identificato non sono aperti a chiunque in egual misura: sono aperti ai soggetti che li attraversano attivamente, che scelgono in quale direzione spingersi invece di aspettare che la struttura lo decida per loro. La domanda “chi può sfruttare un bivio storico in senso progressivo?” ha una risposta precisa dentro la tradizione WST: i soggetti che, pur dentro il sistema e condizionati dalla propria posizione strutturale, scelgono di resistere all’oppressione, di costruire solidarietà orizzontali, di rifiutare la logica del campo come definizione della propria identità politica. La resistenza ucraina, quella curda, quella delle donne iraniane, quella degli Uiguri che documentano dall’esilio la propria persecuzione, sono esattamente questi soggetti: non attori antisistemici per definizione strutturale, ma popoli che dentro la struttura scelgono di opporsi alla violenza che quella struttura produce. Privarli di solidarietà in nome della geopolitica dei campi non è solo un errore morale: è rinunciare agli unici soggetti che possono effettivamente percorrere un bivio storico in senso emancipativo.
La deriva di Amin e i meccanismi dell’errore
Samir Amin è il caso che illustra con più chiarezza come sia possibile scivolare dal rigore della WST verso posizioni teoricamente incoerenti, tanto più perché è uno dei fondatori della tradizione. La sua teoria della deconnessione aveva una coerenza interna impressionante: se i paesi della periferia non potevano emanciparsi dentro le regole dello scambio ineguale imposto dal sistema, l’unica via era rompere con quelle regole, deconnettersi dal sistema capitalistico mondiale per costruire forme di sviluppo autonomo che non dipendessero dal centro per le proprie condizioni di riproduzione. Era una tesi radicale, discutibile nei suoi aspetti pratici, ma coerente con le premesse wallersteineriane: riconosceva la totalità del sistema e cercava una via d’uscita strutturale, non una ridistribuzione interna delle posizioni.
Qui si pone una questione che va affrontata con la necessaria sottigliezza. Amin aveva vissuto e lavorato in Africa, e quella radice africana nutriva la sua teoria con una concretezza empirica che è parte integrante del suo valore. L’esperienza diretta della periferia, del sottosviluppo come prodotto strutturale, dello scambio ineguale come meccanismo vissuto e non solo descritto, è esattamente il tipo di ancoraggio materiale che distingue la WST da molte altre teorie critiche del capitalismo costruite esclusivamente dalla prospettiva del centro. Questa dimensione terzomondista della WST, nel senso analitico del termine, è una risorsa teorica, non un limite.
Il problema nasce quando questa radice analitica scivola verso qualcosa di strutturalmente diverso: il terzomondismo politico volgare, che sostituisce all’analisi strutturale un’identità geografica come criterio di valutazione. Essere “del Sud globale”, essere “non-occidentale”, diventa un lasciapassare che autorizza attribuzioni di valenza progressiva indipendentemente da qualsiasi analisi reale. La grettezza materiale di questa operazione è evidente: mette nella stessa categoria la Cina, che è la manifattura del mondo con un PIL che ha superato quello americano in parità di potere d’acquisto, e il Mali, uno dei paesi più poveri del pianeta. Mette insieme l’Iran, potenza regionale teocratica che opprime le proprie minoranze, e il Bangladesh, democrazia fragile con un reddito pro capite che è un decimo di quello cinese. Questa classificazione non descrive nulla di strutturalmente significativo nel sistema-mondo: descrive solo la distanza geografica e culturale dall’Occidente, una variabile del tutto insufficiente per costruire un’analisi politica coerente.
Amin, nelle sue analisi più tarde, aveva compiuto questo scivolamento: vedendo nella Cina e in certi attori del Sud globale delle forze oggettivamente progressive, non sulla base di un’analisi della loro posizione nel sistema-mondo, che non la giustificava, ma sulla base di una solidarietà geografica e anti-occidentale che contraddiceva le basi epistemologiche della teoria che aveva contribuito a costruire. Per arrivarci doveva ricorrere ad argomenti esterni alla tradizione wallersteineriana, argomenti geopolitici di stampo terzomondista che sostituivano l’identità all’analisi. Il risultato era una contraddizione interna al suo stesso pensiero che la critica più attenta ha rilevato senza che Amin riuscisse mai a risolverla coerentemente.
La deriva di Amin illustra tre meccanismi che producono il campismo intellettuale anche in chi ha gli strumenti teorici per evitarlo. Il primo è la selezione parziale dei testi: si incorporano le analisi del declino egemonico americano senza portarle alle loro conseguenze logiche, vale a dire che quel declino non equivale all’emergere di un’alternativa antisistemica. Il secondo è un arresto dell’analisi nel momento in cui le sue conclusioni diventano imbarazzanti: la WST viene usata per diagnosticare il presente fino al punto in cui la diagnosi è confortante, e poi si ricorre a categorie esterne alla tradizione per trarne conclusioni politiche che la teoria non supporta. Il terzo, e più insidioso, è l’uso della WST come legittimazione accademica di una posizione già assunta per ragioni che non hanno nulla a che fare con essa: la teoria viene citata a sostegno di conclusioni che precedono l’analisi invece di derivarne, trasformandosi da strumento critico in ornamento retorico di una posizione politica preformata.
Questo terzo meccanismo è quello che produce il campismo morbido con più efficacia, perché opera spesso al di sotto della soglia della consapevolezza: la persona che dice “non sono con Putin ma…” sta applicando un frame interpretativo interiorizzato durante decenni di formazione politica in cui il bipolarismo era la struttura dominante del mondo, e che il crollo dell’URSS non ha cancellato automaticamente ma ha semplicemente privato del suo oggetto originale.
La tradizione viva e le sue implicazioni
Jason Moore ha espanso la WST nella direzione che forse la rende più tagliente per il presente, incorporando la crisi ecologica non come problema esterno al capitalismo ma come dimensione strutturale della sua logica di accumulazione. Il capitalismo non subisce la crisi climatica come effetto collaterale indesiderato della propria espansione: la produce, perché il suo meccanismo di accumulazione richiede l’appropriazione continua di risorse naturali a costo tendente a zero.
Questa integrazione della crisi ecologica nel quadro della WST rende ancora più evidente l’inconsistenza di chi usa quella tradizione e al tempo stesso attribuisce funzione antisistemica a potenze come la Russia, il cui modello economico è fondato sulla rendita fossile, o la Cina, che è il più grande emettitore di CO2 del pianeta: non sono alternative al sistema che produce la crisi ecologica, ne sono parti costitutive a pieno titolo.
Christopher Chase-Dunn, continuando il programma di ricerca inaugurato da Wallerstein e Hopkins, ha sviluppato l’analisi della governance globale nel momento del declino egemonico americano, mostrando come questo declino non produca automaticamente un’alternativa progressiva ma apra piuttosto uno spazio di rivalità intensificata tra potenze che cercano di riposizionarsi dentro il sistema, con rischi di instabilità che si scaricano soprattutto sui soggetti più deboli, i popoli che abitano le zone di frizione tra le potenze in competizione.
L’incompatibilità come conclusione, non come scelta politica
La World-System Theory, nella sua interezza e nella sua continuità da Braudel a Wallerstein, da Gunder Frank ad Arrighi, fino ai suoi continuatori contemporanei, non lascia spazio teorico al campismo in nessuna delle sue forme. L’incompatibilità non è una scelta politica che si sovrappone alla teoria: è una conclusione che emerge necessariamente dalle sue premesse fondamentali, dall’assunto che il sistema-mondo capitalistico sia una totalità unica al cui interno non esistono attori antisitemici per definizione strutturale.
Usare la WST fino in fondo significa accettare conclusioni che risultano imbarazzanti tanto per il campismo esplicito quanto per quello morbido: che non esistono campi geopolitici antisistemici, che le potenze non occidentali competono dentro il sistema capitalistico e non contro di esso, che il declino americano non è la porta verso un mondo migliore ma uno dei bivi storici che la WST aveva già identificato, un’apertura verso esiti plurali e non predeterminati in cui la sinistra è chiamata a scegliere la propria direzione, non ad aspettare che qualcun altro la produca.
Chi si ferma prima di queste conclusioni, per quanto rispettabili possano essere le ragioni politiche che lo trattengono, non sta usando la WST come strumento di analisi: sta usando una parte di essa per sostenere conclusioni che il resto della tradizione smentisce con precisione. Fermarsi a metà non è un’interpretazione alternativa: è un abbandono che lascia campo libero a quegli stessi errori che la tradizione era stata costruita per rendere impossibili.
*articolo apparso sul sito refrattario e controcorrente l’11 luglio 2026
