Combattere gli abusi sessuali nella Chiesa, approvato l’obbligo di denuncia

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Dando seguito ad una iniziativa parlamentare presentata dai deputati dell’MPS nel 2024, il Gran Consiglio ha accolto ieri la modifica di legge che obbliga i responsabili delle Chiese a denunciare qualsiasi abuso compiuto su minorenni o persone vulnerabili. Viene così a cadere un assurdo privilegio riservato alle gerarchie ecclesiastiche.
L’iniziativa era stata presentata a seguito dello scalpore suscitato dalle vicende che avevano coinvolto Don Leo, personaggio di spicco della Diocesi di Lugano in ambito della pastorale giovanile.
Pubblichiamo qui l’intervento di Giuseppe Sergi che, con Matteo Pronzini, aveva proposto l’iniziativa. (Red)

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Un giornalista mi ha chiesto come mi senta di fronte al fatto che un’iniziativa dell’MPS venga accolta dalla stragrande maggioranza di questo Parlamento.
Ho risposto, con una battuta, che forse è perché non costa nulla. È gratis.
Ma, naturalmente, le cose che non costano non sono necessariamente quelle meno importanti. Non parliamo, evidentemente, delle politiche sociali, ambientali o formative: lo vedremo tra poco, discutendo il PECC. Perché senza risorse è impossibile realizzare politiche serie in molti di questi ambiti. E anche quando parliamo di diritti (penso, per esempio, alla lotta contro la violenza di genere) senza risorse adeguate molti diritti rischiano di rimanere sulla carta.
Ma c’è una questione ancora più fondamentale: la battaglia per i diritti è innanzitutto una questione di principio. I diritti valgono, hanno importanza, indipendentemente dalle risorse che siamo disposti a investire per renderli effettivi. E tanto più quando parliamo di una modifica legislativa che mira a garantire e proteggere l’integrità fisica e psichica delle persone.
Per questo, ben venga l’accoglimento di questa iniziativa, anche se è finanziariamente gratuita.
Sul merito della modifica proposta non aggiungerò molto. Riteniamo che il lavoro svolto dalla Commissione abbia portato a un risultato preciso, conforme al diritto vigente e, sotto alcuni aspetti, migliore della formulazione contenuta nella nostra proposta originaria.
Vorrei quindi soffermarmi su due questioni più ampie, che questa iniziativa inevitabilmente solleva.
La prima riguardai rapporti tra Chiesa e Stato.
Questa iniziativa rappresenta un passo avanti importante perché interviene su un privilegio. E non su un privilegio qualsiasi: su un privilegio che riguarda direttamente il rapporto con la giustizia.
È un privilegio che oggi appare sempre più difficile da comprendere e da giustificare, soprattutto alla luce di quanto emerso negli ultimi decenni sugli abusi e sulle violenze commesse all’interno delle istituzioni ecclesiastiche.
Il principio dovrebbe essere molto semplice: di fronte alla legge, non possono esistere zone franche. Non possono esistere istituzioni che, per la loro natura religiosa, siano sottoposte a regole diverse quando sono in gioco reati, violenze, abusi e soprattutto la protezione delle vittime.
Quanto stiamo per approvare elimina almeno una di queste zone d’ombra. Ma non basta.
Restano altri ambiti nei quali il rapporto tra Chiesa e Stato continua a essere ambiguo. Pensiamo, in particolare, al settore educativo. E proprio perché parliamo di educazione, di minori e di persone potenzialmente vulnerabili, riteniamo che la separazione tra istituzioni religiose e istituzioni pubbliche debba essere molto più chiara di quanto lo sia oggi.
Il secondo aspetto riguarda invece le violenze e gli abusi di cui stiamo parlando.
C’è un elemento fondamentale che dobbiamo comprendere: tra il momento in cui una violenza viene subita e quello in cui viene raccontata, denunciata o resa pubblica possono trascorrere anni, persino decenni.
Non è un’anomalia. È, purtroppo, una caratteristica ricorrente delle esperienze di violenza e di abuso.
Le vittime devono spesso elaborare quello che è successo, trovare le parole per raccontarlo, fare i conti con la paura, con la vergogna, con il senso di colpa. A volte devono prima riuscire a riconoscere a se stesse di essere state vittime. E devono trovare un ambiente nel quale finalmente sentirsi credute e ascoltate.
Questo vale per gli abusi commessi all’interno della Chiesa, ma vale anche per la violenza contro le donne e, più in generale, per molte forme di violenza.
Per questo motivo, dovremmo essere estremamente prudenti quando avanziamo dubbi sul momento nel quale una vittima decide di parlare.
E invece, nelle ultime settimane – in relazione alle vicende che vedono coinvolto Claudio Zali –  abbiamo sentito molti interrogarsi sulle ragioni per cui alcune donne avrebbero deciso di parlare “proprio ora”, arrivando persino a costruire fantasiose teorie complottiste.
È un modo di ragionare profondamente sbagliato e inaccettabile.
E non soltanto perché, come hanno dimostrato anche le informazioni emerse successivamente, alcune segnalazioni erano state fatte già nel 2021.È sbagliato soprattutto perché rivela una totale incomprensione di quello che significa subire una violenza.
Chiedere a una vittima: “Perché hai parlato proprio adesso?” non è una domanda neutra.
Troppo spesso diventa un modo per spostare l’attenzione dalla responsabilità di chi ha commesso la violenza alla condotta di chi la denuncia.
E questo è un meccanismo che conosciamo bene.
Lo vediamo nella violenza contro le donne. Lo vediamo negli abusi sui minori. Lo vediamo ogni volta che una persona trova finalmente la forza di raccontare qualcosa che ha tenuto dentro per anni.
Il problema non è perché una vittima parla oggi. Il problema è perché quella violenza è potuta accadere e perché, per così tanto tempo, nessuno ha saputo o voluto ascoltare.
Credo che anche questa discussione debba servire a questo: a cambiare prospettiva.
A mettere al centro non la tutela dell’istituzione, non la sua reputazione, non le convenienze politiche del momento, ma la tutela delle persone che hanno subito una violenza.
E se l’approvazione di questa iniziativa contribuisce, anche solo in parte, a rendere più chiaro questo principio – che davanti alla legge non devono esistere privilegi e che davanti alla sofferenza delle vittime non devono esistere silenzi istituzionali – allora possiamo dire che oggi il Gran Consiglio fa un passo nella direzione giusta.
È un passo che non costa nulla. Ma, sul piano dei diritti, vale molto.

* testo dell’intervento pronunciato in Gran Consiglio lunedì 14 settembre 2026

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