Sorprende l’editoriale di Daniel Ritzer apparso sulla Regione di venerdì 13 febbraio. Il testo si caratterizza per alcune inesattezze fattuali e per una dimenticanza macroscopica.
Le inesattezze riguardano la nozione stessa di dumping – che non coincide con il pagamento di salari inferiori ai minimi contrattuali o legali – e l’idea che si possa monitorare il mercato del lavoro tramite dati fiscali o AVS, cosa che la legge impedisce da sempre.
La macroscopica dimenticanza – e poteva essere altrimenti? – concerne la lotta contro le discriminazioni di genere (salariali, formative, legate alle molestie sessuali), che rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell’iniziativa. Essa prevede infatti la creazione, all’interno dell’ispettorato del lavoro, di una sezione dedicata specificamente alle discriminazioni di genere. In Ticino le salariate sono circa 90’000, e la loro condizione è nota: disparità salariali persistenti, maggiore esposizione alla precarietà e una quota significativa di lavoro domestico e di cura non retribuito che continua a pesare sulle donne.
Nonostante alcuni segnali di attenuazione, la disparità di genere nel lavoro resta marcata. In Ticino, nel 2022, il salario mediano maschile era di 5’755 franchi contro i 5’272 delle donne, con un divario dell’8,4%, ridottosi soprattutto per la stagnazione dei salari maschili. La differenza cresce ai livelli retributivi più alti (15,6% al novantesimo percentile) e si restringe nelle fasce basse (7,6% al decimo percentile). Rilevante la quota non spiegata del divario (11,1%), più contenuta nel pubblico (4,6%) e più ampia nel privato (14,0%), con picchi nel settore finanziario-assicurativo (16,7%).
Alla dimensione salariale si affianca quella delle molestie. Secondo uno studio 2024 dell’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo e della SECO, il 52% delle persone ha subito comportamenti sessuali o sessisti nel corso della vita lavorativa (58,8% tra le donne, 45% tra gli uomini). Si tratta perlopiù di episodi ripetuti (74%), che colpiscono soprattutto donne e giovani con posizioni precarie. Gli autori sono prevalentemente uomini e molte vittime non reagiscono né segnalano i fatti. Nel complesso, i dati indicano che le disuguaglianze e le violazioni dell’integrità personale rimangono problemi strutturali e persistenti.
A trent’anni dalla legge sulla parità, il rischio è di attendere altri trent’anni senza progressi sostanziali. Il problema non sono i principi, ma la mancanza di strumenti e risorse per renderli effettivi. L’iniziativa rappresenta invece un passo importante.
Per la prima volta in Svizzera le lavoratrici potrebbero finalmente contare su una struttura dedicata al monitoraggio e alla lotta contro le discriminazioni di genere. L’esistenza di una sezione specifica, con ispettrici formate e pronte a raccogliere segnalazioni, proteggere le lavoratrici e far rispettare i diritti, rappresenterebbe un cambiamento significativo.
A meno che non si preferisca continuare a evocare la mancanza di risorse e una volontà politica che i partiti maggiori non hanno mai voluto esprimere.
Strutture di ispettorato e monitoraggi non bastano da soli, ma l’iniziativa – una prima anche a livello nazionale – offre uno strumento prezioso per rafforzare l’azione del movimento delle donne e di quello sindacale.
Di tutto questo Ritzer non fa menzione. Avvicinandoci all’8 marzo, una dimenticanza che pesa.
*prima firmataria dell’iniziativa. Articolo apparso, accompagnato da reazione scomposta del direttore, sul quotidiano La Regione di martedì 17 febbraio 2026
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