Intelligenza artificiale, stage forzati, morti da superlavoro, braccianti anziani sui campi. Un viaggio nelle condizioni di lavoro cinesi attraverso fonti cinesi.
Nell’ultimo mese il canale militante LaborInfo ha proposto una serie di articoli sulle condizioni di lavoro in Cina provenienti da fonti molto diverse tra loro. Ci sono inchieste del Qilu Evening News e del China Youth Daily, reportage di CBN/Yicai e di LatePost, analisi di Huxiu, dati del Beijing Youth Daily, un documentario a puntate del canale Jidian e un’analisi del China Workers’ Liberation Daily, testata di orientamento marxista. Presi singolarmente, ciascuno di questi pezzi racconta un frammento specifico del mondo del lavoro cinese. Letti insieme, compongono un quadro più ampio e più coerente di quanto la loro eterogeneità lascerebbe supporre, perché convergono tutti su un dato strutturale che attraversa settori, generazioni e aree geografiche diverse del paese, dal villaggio agricolo dello Yunnan all’ufficio tech di Shenzhen, dall’istituto professionale dello Henan al set cinematografico di Hengdian. Tale dato è la ricattabilità sistematica del lavoratore cinese di fronte a qualunque interlocutore, sia esso un’impresa privata, una piattaforma digitale, un istituto scolastico o un committente agricolo.
L’intelligenza artificiale come macchina di espulsione
Di tutti i fattori che stanno ridisegnando il mercato del lavoro cinese, l’intelligenza artificiale è il più visibile e il più discusso. Tre degli articoli raccolti da LaborInfo analizzano i suoi effetti da angolazioni diverse all’interno di due settori contigui come quello degli short drama, le serie a episodi brevissimi pensate per la visione su smartphone che in Cina hanno generato un mercato stimato in oltre 50 miliardi di yuan nel 2025, e quello dei videogiochi. Il risultato è una fotografia a più strati in cui il fenomeno appare assai più complesso di una semplice sostituzione dei lavoratori da parte dell’AI.
Il primo livello è quello dell’impatto immediato sull’occupazione. A Hengdian, il distretto dello Zhejiang che ospita gli studi cinematografici più grandi del paese e che per anni ha funzionato come polo produttivo per l’industria degli short drama, il lavoro si è rarefatto in modo brusco nei primi mesi del 2026. I gruppi di messaggistica attraverso cui attori e comparse ricevevano le convocazioni per i set, fino a pochi mesi fa intasati di notifiche, sono diventati silenziosi. Secondo le stime che circolano tra gli addetti ai lavori, il numero di produzioni live-action avviate è calato fino all’80% rispetto all’anno precedente, e il volume complessivo degli ingaggi si è più che dimezzato. L’arrivo degli short drama generati con l’intelligenza artificiale ha reso superflua gran parte della filiera produttiva tradizionale, dagli attori ai tecnici degli effetti speciali. Alcuni lavoratori si sono riconvertiti alla consegna di cibo a domicilio o alla vendita in diretta streaming, altri sono tornati nelle città di origine. Chi è rimasto aspetta una ripresa che nessuno è in grado di garantire.
Il secondo livello riguarda un problema che precede l’intelligenza artificiale e che la sua comparsa ha reso ingestibile. Il settore degli short drama era già attraversato da una crisi di liquidità legata al funzionamento stesso del suo modello economico. Le piattaforme di distribuzione avevano attirato le società di produzione offrendo un “minimo garantito” per ogni titolo consegnato, un meccanismo che ha incentivato una corsa alla quantità a scapito della qualità. Alcune società hanno sfruttato tali fondi per moltiplicare i set attivi simultaneamente, frammentando le risorse e abbassando gli standard. Quando le piattaforme hanno sospeso il meccanismo dei minimi garantiti, la catena dei pagamenti si è spezzata. I fondi venivano erogati in tranche successive, e spesso le prime rate coprivano a malapena i costi logistici, mentre i compensi del personale dipendevano da versamenti successivi che in molti casi non sono mai arrivati. Il risultato è un fenomeno di insolvenza diffusa che colpisce centinaia di lavoratori in città come Xi’an, Zhengzhou e Chengdu, tutte considerate capitali della produzione di short drama. Cameraman, attori e comparse attendono da mesi pagamenti per lavori già conclusi, e alcune società di produzione si sono rese irreperibili. In questo contesto, l’arrivo dell’intelligenza artificiale ha aggiunto un ulteriore incentivo a sospendere le produzioni tradizionali, perché il costo di uno short drama generato dall’AI può arrivare a un decimo di quello di una produzione con attori reali.
Il terzo livello è quello della ristrutturazione pianificata nell’industria tecnologica consolidata. NetEase, uno dei maggiori gruppi cinesi nel settore dei videogiochi, ha integrato l’intelligenza artificiale nell’intera catena di sviluppo, dalla concept art ai modelli tridimensionali, dall’animazione ai test, dichiarando miglioramenti di efficienza fino al 300% in alcune fasi. Le posizioni più colpite sono quelle in outsourcing, che nel settore videoludico cinese rappresentano tra il 20% e il 30% della forza lavoro nelle aziende medio-grandi e coprono funzioni esecutive come il servizio clienti, i test di base e parte della produzione grafica. Secondo le analisi di settore, un dipendente che utilizza strumenti di AI equivale per produttività a tre dipendenti che non li usano, mentre il costo giornaliero degli strumenti di AI per un’azienda da cinquecento persone si aggira intorno a cinquantamila yuan al mese, l’equivalente dello stipendio di una decina di programmatori di livello intermedio. Il fenomeno non riguarda solo NetEase. Aziende come miHoYo, Perfect World, Yoozoo Games e 37Games hanno tutte avviato processi analoghi di integrazione dell’AI nella produzione. Si tratta di una ristrutturazione su scala industriale in cui la promessa che l’AI genererà nuovi posti di lavoro resta per ora del tutto priva di riscontro. La sostituzione è unilaterale, e i lavoratori espulsi dalle posizioni di base non trovano una ricollocazione all’interno del settore.
Ciò che collega questi tre livelli è un elemento comune. In tutti i casi, i primi a pagare il prezzo della trasformazione sono i lavoratori con i contratti più precari, ovvero comparse, freelance, outsourcer, figure prive di tutele formali e di qualunque potere negoziale. La convenzione di autoregolamentazione firmata nel febbraio 2026 da trentotto soggetti del settore dei micro-drama, che prevede il pagamento puntuale e integrale dei salari e l’istituzione di depositi cauzionali, non ha finora prodotto effetti concreti sulle condizioni di questi lavoratori.

Giovani, tra fabbrica forzata e fuga verso la stabilità
La pressione che l’intelligenza artificiale esercita sui lavoratori già attivi nel mercato si riflette, con meccanismi diversi, sulla generazione che sta cercando di entrare nel mercato del lavoro. Due degli articoli raccolti da LaborInfo fotografano la condizione giovanile cinese da estremi opposti del sistema formativo, e il quadro che ne emerge è quello di una tenaglia.
All’estremità più bassa, quella dell’istruzione professionale, il caso dello Xinyang Vocational College of Science and Technology nella provincia dello Henan illustra una pratica diffusa e documentata da anni. L’istituto ha inviato studenti del secondo anno a lavorare in fabbrica in mansioni prive di qualunque attinenza con il loro percorso di studi, minacciando la decurtazione di cinquanta crediti accademici a chi si fosse rifiutato e facendo firmare “lettere di impegno volontario” la cui volontarietà era evidentemente fittizia. L’ambiente lavorativo era descritto come degradato e il lavoro consisteva in operazioni ripetitive da catena di montaggio. Sotto la pressione dell’opinione pubblica, la scuola ha ritrattato la posizione ufficiale dichiarando che la partecipazione era facoltativa e ha richiamato gli studenti, ma il meccanismo di fondo resta intatto. In casi analoghi documentati in precedenza, come quello del Jiangxi New Energy Technology Vocational College, è emerso che le scuole trattengono commissioni sui salari degli studenti nell’ordine del 10-30%, talvolta con l’intermediazione di agenzie di lavoro interinale che operano un ulteriore prelievo. Il regolamento del ministero dell’Istruzione del 2022 sulla gestione degli stage degli studenti degli istituti professionali vieta esplicitamente queste pratiche, ma l’applicazione di queste norme è largamente inefficace. Nel caso dello Henan i giornalisti che hanno contattato le autorità scolastiche locali non hanno ottenuto risposta. La scuola professionale funziona, nei fatti, come un’agenzia di somministrazione di manodopera a basso costo mascherata da istituzione educativa.
All’estremità opposta, quella dei laureati delle università generaliste, il fenomeno è speculare nella forma e analogo nella sostanza. Secondo il white paper pubblicato da 51job nel marzo 2026, il 25,1% dei laureati dell’anno ha scelto di candidarsi per posizioni nel settore pubblico, cioè concorsi per funzionari statali, enti pubblici o posti da insegnante, con un aumento di 2,6 punti percentuali rispetto all’anno precedente. La quota di laureati che sceglie di entrare nel mercato del lavoro privato è scesa, anche se di poco, dal 36,6% al 36,2%. La novità più significativa è la crescita del cosiddettoa “slow employment”, che riguarda il 10,3% dei neolaureati e consiste nel rinvio deliberato della ricerca di impiego in attesa di condizioni migliori, con un incremento di quasi un punto percentuale in un solo anno. Parallelamente, è diminuita la propensione a proseguire gli studi sia in Cina sia all’estero, il che suggerisce che la scelta di temporeggiare non è motivata da ambizione accademica ma da un calcolo difensivo. Il monitoraggio del percorso post-assunzione dei laureati del 2024 conferma la fragilità dell’occupazione privata giovanile. Il tasso di abbandono più alto si registra nel settore della ristorazione, dell’industria alberghiera e del turismo, con il 20,6%, seguito dall’immobiliare e dalla logistica. I settori con la maggiore capacità di trattenere i neoassunti sono la finanza, l’energia e i servizi professionali, tutti comparti percepiti come più stabili e protetti.
Il collegamento tra i due estremi è evidente. Gli studenti degli istituti professionali e i laureati delle università occupano posizioni sociali diverse, ma entrambi i gruppi reagiscono allo stesso vuoto. Il mercato del lavoro privato cinese non offre ai giovani condizioni percepite come accettabili, e le risposte che ne derivano, lo sfruttamento diretto per i più deboli e la fuga nella stabilità per i più qualificati, sono due facce della medesima insufficienza strutturale.

La vita come prolungamento del lavoro
Per chi nel mercato del lavoro è già inserito, la questione si sposta dal piano dell’accesso a quello delle condizioni quotidiane di esercizio dell’attività lavorativa, e qui il quadro che emerge è quello di una permeabilità crescente tra tempo di lavoro e tempo di vita che ha conseguenze misurabili sulla salute fisica e mentale dei lavoratori.
Un sondaggio condotto dal Centro di ricerca sociale del China Youth Daily su 1.335 lavoratori dipendenti, pubblicato nel marzo 2026, ha registrato che il 77,5% degli intervistati percepisce come sfumato il confine tra la propria vita personale e il lavoro. Il 52,5% continua a rispondere a messaggi di lavoro dopo la fine dell’orario, il 45,7% rinuncia ai programmi del fine settimana per esigenze lavorative, il 44,5% riceve regolarmente comunicazioni professionali tramite WeChat, telefono o e-mail al di fuori dell’orario di servizio, il 42,8% viene convocato per attività lavorative durante i periodi di riposo. Il 65% degli intervistati dichiara di sentire la propria vita “invasa” dal lavoro. Il dato è trasversale, ma colpisce in modo particolare i lavoratori più giovani e quelli delle città di primo livello, dove la pressione competitiva è più intensa. Il 55,8% attribuisce questa erosione dei confini alla diffusione degli strumenti di comunicazione istantanea, che rendono ogni dipendente raggiungibile in qualunque momento e di fatto annullano la separazione tra spazio professionale e spazio domestico. In questo contesto, la giornata lavorativa di otto ore ereditata dal passato appare come una convenzione sempre più distante dalla realtà vissuta dai lavoratori cinesi del settore terziario.
Le conseguenze sanitarie di questa condizione sono documentate da un lungo reportage di LatePost dedicato al fenomeno della morte improvvisa da superlavoro, originariamente pubblicato nel 2021 e significativamente riproposto da LaborInfo nel 2026, a conferma della persistenza e dell’aggravamento del problema. L’unico dato epidemiologico disponibile su scala nazionale risale a uno studio del 2006 condotto dall’ospedale Fuwai dell’Accademia cinese delle scienze mediche, che stimava 544.000 decessi improvvisi l’anno, pari a un’incidenza di 41,8 casi ogni 100.000 abitanti. Questo dato, mai aggiornato e ancora citato nei rapporti ufficiali del 2020 sulle malattie cardiovascolari, è ritenuto da osservatori del settore ampiamente superato, con stime informali che collocano il totale annuo oltre il milione di casi. L’età media dei pazienti colpiti da infarto miocardico si è progressivamente abbassata nel corso degli ultimi decenni, passando dai sessanta-settant’anni degli anni Ottanta a casi sempre più frequenti tra i venti e i quarant’anni. I medici di pronto soccorso segnalano come fattori ricorrenti il fumo, la privazione cronica di sonno, gli orari di lavoro prolungati e lo stress psicologico costante. La letteratura medica internazionale ha da tempo stabilito una correlazione tra stress psicologico ed emotivo e anomalie cardiache potenzialmente fatali.
La risposta istituzionale resta inadeguata su entrambi i fronti. Sul piano della tutela del tempo libero, le raccomandazioni che emergono dagli stessi sondaggi si concentrano sulla capacità individuale di gestione del tempo, spostando la responsabilità sul singolo lavoratore e lasciando intatta la struttura organizzativa che produce il problema. Sul piano dell’emergenza sanitaria, la dotazione di defibrillatori automatici esterni nei luoghi pubblici e nei luoghi di lavoro in Cina è ancora molto inferiore a quella dei paesi ad alto reddito. Shenzhen, la città con la copertura più alta del paese, dispone di 17,5 apparecchi ogni 100.000 abitanti, contro i 700 degli Stati Uniti e i 276 del Giappone. La cultura aziendale della “reperibilità permanente” e la cultura del “996” (lavorare dalle 9 del mattino alle 9 della sera, sei giorni su sette) continuano a operare come un dato ambientale che i singoli lavoratori possono al massimo mitigare ma non modificare.

Il ritorno alla terra, fine del ciclo
Mentre nelle città il lavoro si trasforma o scompare sotto la pressione dell’intelligenza artificiale e della precarietà contrattuale, nelle campagne cinesi si conclude un ciclo di lungo periodo che ha le sue radici nell’esodo rurale degli ultimi decenni. L’ultimo articolo della raccolta di LaborInfo riporta le osservazioni di un progetto documentaristico che ha visitato oltre mille villaggi e borghi tra il 2021 e il 2025, scoprendo ovunque la medesima configurazione.
I contadini hanno ceduto i diritti di gestione della propria terra a imprenditori locali o esterni, spesso provenienti dalle regioni costiere orientali, e lavorano ora come braccianti a giornata sui campi che erano loro. Lo schema si ripete dal Guangdong allo Heilongjiang, dalle piantagioni di canna da zucchero del Lingnan , ai campi di mais della pianura della Cina settentrionale e alle coltivazioni di tè del Jiangxi. Il compenso orario per il lavoro agricolo si aggira tra i 10 e i 20 yuan l’ora, con punte più alte per le mansioni più faticose. I contratti sono inesistenti, il pagamento è giornaliero e in contanti, e la forza lavoro è composta quasi interamente da donne di mezza età e anziani.
La logica economica che sostiene questo sistema è semplice. Coltivare in proprio cereali su piccoli appezzamenti produce redditi minimi, con un ricavo orario che può scendere a pochi yuan dopo aver sottratto i costi di sementi, fertilizzanti e pesticidi. Le colture commerciali a più alto valore aggiunto, come fiori, tè o frutta, richiedono investimenti di capitale, competenze tecniche avanzate e canali di vendita che il piccolo agricoltore non possiede. L’affitto della terra a un imprenditore, che varia dai 500 ai 1.300 yuan per mu all’anno a seconda della zona e della qualità del terreno, garantisce un reddito certo e immediato, per quanto modesto. Il programma nazionale di ricomposizione fondiaria ha accelerato il processo, livellando gli argini tra i piccoli appezzamenti e accorpandoli in campi di grandi dimensioni adatti alla meccanizzazione.
Chi lavora ancora nei campi è, nella grande maggioranza dei casi, chi non ha altra possibilità. Sono gli stessi lavoratori migranti che in gioventù hanno lavorato nei cantieri edili delle città della costa orientale e che, superati i sessant’anni, sono stati esclusi dal settore delle costruzioni perché i committenti non vogliono assumersi la responsabilità assicurativa per manodopera anziana. Tornati al villaggio, accettano qualunque impiego disponibile. Alcuni raccolgono nei campi i prodotti scartati dalle macchine raccoglitrici, in una pratica di spigolatura che occasionalmente ha esiti tragici quando gli anziani si avvicinano troppo ai macchinari in funzione. La dimensione del fenomeno è amplificata dallo svuotamento demografico delle campagne. I giovani lavorano nelle città, tornano per pochi giorni all’anno durante il Capodanno lunare e parlano in mandarino, mentre il dialetto locale scompare. Le relazioni di parentela si allentano, le case restano chiuse e si riempiono di erbacce, le tombe degli antenati si sfaldano e diventano inidentificabili. In alcuni villaggi, anziani che vivono soli muoiono nei campi e restano scoperti per giorni perché non c’è nessuno che li cerchi.
Quest’ultimo articolo pubblicato da LaborInfo chiude il cerchio aperto dai precedenti. Il lavoratore migrante anziano che torna al villaggio e accetta di fare il bracciante sulla propria terra è il punto terminale di una traiettoria che inizia con il giovane studente professionale spedito in fabbrica e passa attraverso il lavoratore tech che risponde ai messaggi di lavoro alle due di notte. A ogni stadio, il denominatore comune è l’assenza di strumenti collettivi di tutela e la riduzione del lavoro a una transazione individuale in cui il lavoratore è sempre la parte più debole. L’intelligenza artificiale accelera questo processo nel settore urbano e tecnologico, il mercato fondiario lo riproduce nelle campagne, il sistema formativo lo prepara fin dalla scuola. La convenzione di autoregolamentazione del settore dei micro-drama, il regolamento ministeriale sugli stage, le raccomandazioni degli esperti sulla gestione del tempo sono tutti strumenti che restano sulla carta o che spostano la responsabilità sul singolo, senza intaccare le condizioni strutturali che generano il problema. Ciò che l’aggregazione di LaborInfo rende visibile è la simultaneità e l’interconnessione di queste crisi, e il fatto che in ciascuna di esse il costo viene scaricato, con precisione calcolata, su chi produce il valore.

*articolo apparso sul blog dell’autore il 15 aprile 2026.
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