La via verso la ricolonizzazione di Cuba

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L’offensiva di Washington contro Cuba – sanzioni, blocco energetico, procedimenti giudiziari contro Raúl Castro – si inserisce in una logica di controllo: l’obiettivo sembra essere la conservazione di una parte dell’élite che governa l’isola, integrata in una rete di investimenti statunitensi, mentre la società cubana non ha né voce né diritto di intervenire su questa deriva di tipo ricolonizzatore.

A 124 anni dalla fondazione della Repubblica di Cuba (20 maggio 1902), avvenuta in un contesto di sovranità limitata, gli Stati Uniti impongono nuovamente le proprie condizioni alla storia dell’isola. Quanto annunciato nelle ultime settimane – celebrato a Miami come una liberazione e denunciato all’Avana come un’aggressione – assomiglia alle prime trattative di una fusione aziendale.

Il consorzio militare GAESA (Grupo de Administración Empresarial S.A.) – una holding creata negli anni Novanta sotto il controllo delle forze armate e oggi estesa al turismo, alle importazioni, alle telecomunicazioni e alle zone franche – costituisce, di fatto, il nucleo economico dello Stato cubano. Per questo motivo le più recenti sanzioni di Washington lo hanno preso di mira. Esse colpiscono anche 11 funzionari del governo cubano e la famiglia del presidente Miguel Díaz-Canel, a cui si aggiunge l’incriminazione di Raúl Castro da parte della procura federale della Florida meridionale, accusato dell’abbattimento, trent’anni fa, di due aerei dell’organizzazione Hermanos al Rescate. Si tratta di accuse il cui utilizzo politico appare evidente, ma che producono un effetto coercitivo molto concreto sull’Avana, soprattutto dopo l’arresto di Nicolás Maduro nella sua stessa residenza presidenziale.

Tuttavia, questa serie di misure non mira tanto all’annientamento di questa élite – che non è né esigua né facilmente sostituibile – quanto al suo assorbimento o all’integrazione di almeno una parte di essa in un sistema di investimenti e crediti provenienti dagli Stati Uniti, con una forte presenza di capitale cubano-americano. È quanto lasciano intendere le discussioni segrete e ancora incompiute tra i due governi. In tali colloqui, la parte cubana avrebbe manifestato interesse per investimenti diretti, con capitale interamente privato, nei porti, nelle miniere, nel turismo, nell’energia e nel settore bancario. La pressione punitiva e la negoziazione rappresentano, in questo senso, le due facce di uno stesso processo.

L’offensiva contro i settori controllati da GAESA, unita alla paralisi energetica del Paese, ha provocato un progressivo distacco delle imprese associate al conglomerato. Dopo la società mineraria canadese Sherritt, le catene alberghiere Iberostar (Spagna), Meliá (Spagna) e Blue Diamond Resorts (Canada) hanno annunciato il loro ritiro, così come le multinazionali Visa e Mastercard. Ciò paralizza oltre la metà dell’impero turistico di Gaviota, uno dei rami di GAESA. Il turismo, principale fonte di entrate dell’economia cubana, che nel 2025 aveva già registrato un calo del 55%, potrebbe ridursi di oltre il 70% entro la fine di quest’anno (RTVE, 6 giugno 2026).

La neutralizzazione del turismo e delle rimesse completa il blocco petrolifero di un’economia sempre più dipendente e improduttiva. Gli Stati Uniti esercitano da cinque mesi un controllo energetico de facto su Cuba. In seguito al decreto del 29 gennaio 2026, Washington è riuscita a impedire l’arrivo regolare di petrolio sull’isola proveniente dal Messico o dalla Russia. Parallelamente, gli Stati Uniti hanno creato una sorta di canale energetico parallelo (secondo il quotidiano di Miami Diario Las Américas, 11 giugno): l’autorizzazione di alcune esportazioni di petrolio e gas verso Cuba esclusivamente per imprese e privati, nell’ambito della “SCP License Exception”, che esclude espressamente qualsiasi transazione che coinvolga il governo cubano o le sue istituzioni. In altre parole, l’amministrazione di Donald Trump ha concepito una strategia che aggira lo Stato cubano e alimenta direttamente il settore privato. In pratica, gli Stati Uniti potrebbero così diventare contemporaneamente il principale ostacolo e il principale fornitore della poca energia che riesce a raggiungere la popolazione cubana, ormai esausta. Essi sono inoltre, di fatto, il principale fornitore di medicinali e di prodotti alimentari, superando ampiamente le consegne di aiuti umanitari provenienti da Cina, Russia, Spagna, Messico, Brasile, Colombia o Uruguay.

Raúl Castro ha 95 anni e, da quando la successione si è conclusa con l’ascesa di Miguel Díaz-Canel alla presidenza, non ricopre più incarichi ufficiali nello Stato, nel governo o nel partito. Il suo successore è un politico nato dopo la Rivoluzione del 1959, entrato al potere parallelamente alla nuova Costituzione del 2019. Tuttavia, questa successione non è mai stata pienamente credibile, né all’interno né all’esterno dell’isola.

Questa tensione è legata all’ideologia conservatrice del potere cubano. La successione è avvenuta, ma il potere decisionale è rimasto concentrato nelle mani di una nuova élite militare, imprenditoriale e burocratica proveniente da due istituzioni controllate per decenni da Raúl Castro: il Partito Comunista e le Forze Armate Rivoluzionarie (FAR). Questa riproduzione dell’élite è stata rafforzata dal discorso di continuità dello stesso successore: «Noi siamo la continuità», ripeteva con orgoglio Díaz-Canel.

L’ideologia ufficiale cubana non solo ha preservato intatta la narrazione della validità della Rivoluzione, ma negli ultimi anni l’ha addirittura rafforzata in modo eccessivo. Al di sopra di una realtà che si sta sgretolando, è stata costruita una trama simbolica volta a far rivivere la figura di Fidel Castro e a presentare suo fratello Raúl come un politico diverso da quello che era quando era al potere. I suoi tentativi di riforma tra il 2011 e il 2013 e il processo di normalizzazione diplomatica con Barack Obama tra il 2014 e il 2016 sono stati oscurati da questo discorso della continuità.

Mentre il crollo irreversibile di tutti gli indicatori economici e sociali a partire dal 2018 gravava sul governo di Díaz-Canel, quest’ultimo si mostrava sempre più repressivo e intollerante verso le manifestazioni popolari, il dissenso artistico e intellettuale, l’attivismo delle donne, le comunità LGBTI+ e le persone di ascendenza africana, nonché verso le voci che, all’interno del potere stesso, sostenevano una certa apertura. Questo ripiegamento conservatore ha coinciso con l’ascesa del trumpismo negli Stati Uniti.

L’incriminazione penale di Raúl Castro avviene nel contesto del collasso dell’isola, del blocco energetico, della sua dipendenza di fatto dagli Stati Uniti e del rinnovato interventismo di Washington nell’emisfero, attraverso la riproposizione della dottrina Monroe (o “Donroe”, come viene talvolta chiamata in riferimento a Donald Trump). Dopo l’arresto di Nicolás Maduro e il suo processo a New York, del cosiddetto blocco bolivariano restava in piedi soltanto Cuba, priva però di qualsiasi progetto di transizione.

La paralisi dell’isola, riconosciuta dallo stesso governo di Díaz-Canel, ha aperto la strada a una trattativa tra Washington e L’Avana. I rappresentanti dei due governi si sono incontrati almeno tre volte tra febbraio e maggio del 2026. Con le sanzioni contro GAESA e il procedimento avviato contro Raúl Castro si è raggiunto il punto di massima pressione, prima della conclusione di un accordo oppure di una grave e irreversibile escalation nei Caraibi.

La scommessa degli Stati Uniti non è altro che quella di inserire Cuba in una vasta rete di estrattivismo caraibico. Trump lo afferma apertamente incoraggiando la vendita degli asset della società mineraria canadese Sherritt — che estrae nichel e cobalto a Cuba dagli anni Novanta — a Gillon Capital, un fondo d’investimento legato a Ray Washburne, ex funzionario della sua stessa amministrazione. Se l’operazione dovesse concretizzarsi e Sherritt passasse sotto controllo prevalentemente statunitense, l’azienda potrebbe richiedere all’Office of Foreign Assets Control (OFAC) un’autorizzazione speciale per operare sull’isola, possibilità plausibile trattandosi di minerali strategici come nichel e cobalto. Il blocco non verrebbe abolito: semplicemente cesserebbe di applicarsi ai nuovi proprietari. Quello che per decenni è stato uno strumento di pressione politica diventerebbe, di fatto, una leva di accesso privilegiato per il capitale statunitense.

Dal lato cubano, la presenza del nipote di Raúl Castro, Raúl Guillermo Rodríguez Castro, meglio conosciuto come “El Cangrejo”, in diversi tentativi di dialogo tra i governi statunitense e cubano negli ultimi mesi, evidenzia chiaramente la tendenza dinastica del regime. Per anni il governo dell’isola ha negato l’esistenza di un clan familiare e ha insistito sul peso delle proprie istituzioni. Tuttavia, il ruolo centrale assunto da Rodríguez Castro in tutto questo processo sembra confermare il potere della famiglia. Resta da vedere se questi negoziati costituiscano una manovra diversiva, che consente al governo cubano di guadagnare tempo senza fare concessioni decisive, oppure l’inizio di un vero compromesso, il cui esito potrebbe essere il riavvicinamento amministrativo che si intravede nelle trattative.

Per il momento, nulla sembra in grado di frenare una ricolonizzazione statunitense di Cuba, dopo i lunghi periodi di dipendenza storica dell’isola prima dall’Unione Sovietica e poi dal blocco bolivariano. L’unico elemento che potrebbe contenere le attuali tendenze oligarchiche sarebbe proprio ciò che nessuno degli attori coinvolti prende in considerazione come soluzione: una reale trasformazione civica della Repubblica, il ripristino della sovranità originaria del popolo cubano oppure una transizione pacifica verso un sistema democratico. Una simile transizione richiederebbe la partecipazione attiva di una società disarticolata da sei decenni di tutela e controllo sulla vita sociale, stremata da una crisi interminabile e priva di fiducia nel futuro.

*Articolo pubblicato sulla rivista Nueva Sociedad di giugno 2026

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