Caso Zali, un governo e un Parlamento allo sbando

Tempo di lettura: 6 minuti
image_print

Inutile dire che la seduta di ieri in Gran Consiglio non ha portato a nulla. E non tanto, come commenta l’ineffabile vice-direttore del Corriere del Ticino, perché i due deputati dell’MPS “tengono al guinzaglio” il Parlamento; ma perché non c’è nessuna intenzione – e lo abbiamo visto nella decisione di fondo sul voto relativo alla discussione generale – da parte della maggioranza dei partiti di governo di avviare una vera e autocritica discussione.
Così, ieri si è assistito ad una liturgia noiosissima e sostanzialmente inutile: risposta preconfezionate, attente soprattutto a non dire più che a dire. A noi questo non disturba: si sa che facciamo domande soprattutto per affermare alcune cose: non abbiamo nessuna speranza di ricevere risposta veritiere ed adeguate.
Così è stato per il caso Zali: avevamo posto il problema in una interpellanza di 18 mesi fa, rimasta lì inevasa in barba a tutte le disposizioni regolamentari. Abbiamo ricevuto una risposta solo perché l’abbiamo riproposta.
Così è avvenuto per il caso Hospita, sui rapporti tra potere economico, potere politico e magistratura. Anche in quel caso abbiamo dovuto porre e riproporre le stesse domande, ignorate bellamente per quasi due anni prima che il bubbone scoppiasse.
È questa la “democrazia liberale” che viviamo in Ticino. E se noi siamo di ostacolo al suo funzionamento, beh ne siamo orgogliosi.
Detto questo, pubblichiamo qui di seguito i due interventi del deputato MPS Giuseppe Sergi
per introdurre due delle diverse interpellanze presentate sul caso Zali. Interventi che hanno cercato di mettere in evidenza la sostanza dei problemi al di là del dettaglio, pure importante, della questioni poste. (Red)

*****************************************

Interpellanza del 31 marzo 2025

Vorrei partire da una data: 31 marzo 2025. Quel giorno abbiamo presentato questa interpellanza.
Non chiedevamo al Governo di fare il lavoro della magistratura. Non chiedevamo di condannare nessuno. Chiedevamo una cosa molto più semplice: che cosa sapeva il Governo delle vicende che riguardavano il consigliere di Stato Claudio Zali; se sì, quando ne era venuto a conoscenza e come aveva valutato la situazione?
Erano domande legittime e che partivano da considerazioni politiche. E soprattutto erano domande che, con il senno di poi, si sono rivelate tutt’altro che premature.
Il problema è che il Governo non ha risposto. Quell’interpellanza è stata trasformata in interrogazione ed è rimasta lì, nel silenzio assoluto.
E oggi, dopo tutto quello che è successo, quel silenzio assume un significato politico diverso. Perché nel frattempo abbiamo scoperto che la vicenda non cominciava nel 2025.
Vi sono molti elementi che nel frattempo sono emersi e la ricostruzione pubblicata ieri da «laRegione» ci riporta addirittura al 2021, a una segnalazione arrivata alla Procura riguardante presunti reati contro l’integrità sessuale attribuiti a Zali.
Una segnalazione che allora non aveva portato all’apertura di un procedimento. Non spetta a noi dire se quella decisione fosse giusta o sbagliata. Anche se appare difficile capire perché ci sono voluti 5 anni per convincere la Procura, sulla base degli stessi elementi, ad aprire un filone di inchiesta.
Spetta invece a noi chiederci che cosa sapevano le istituzioni e come hanno gestito quelle informazioni. Anche perché all’interno del governo vi era qualcuno, oltre all’interessato, al quale erano state segnalate quelle vicende. Norman Gobbi – poche settimane fa – ha ammesso che (unitamente al collega Quadri) era stato informato di queste vicende.
E qui emerge un elemento che consideriamo ancora più grave.
Perché quello che potremmo definire l’atteggiamento sostanzialmente ingenuo, o quantomeno sorprendentemente attendista, del Governo non si è manifestato soltanto nel 2025.
Si è ripetuto anche nella gestione delle vicende che sono esplose da giugno in avanti.
Quando la situazione è diventata pubblica, il Governo ha continuato per un certo periodo a comportarsi come se si trattasse di una vicenda personale di Zali.
Poi sono emersi nuovi elementi. Poi un procedimento. Poi altri elementi ancora. Poi la necessità di intervenire sulle competenze. E infine le dimissioni.
Ma la domanda è: perché il Governo ha dovuto aspettare che ogni nuovo elemento diventasse pubblico, giudiziario e politicamente incontestabile prima di prendere atto della gravità della situazione?
Questo è il punto. Non stiamo dicendo – e qui ripetiamo la formula di rito della presunzione di innocenza –  che il Governo dovesse conoscere in anticipo le decisioni della magistratura. Stiamo parlano di scelte eminemente politiche, se non etiche.
Stiam affermando qualcosa di molto più semplice: un Governo deve saper riconoscere i segnali di una situazione istituzionalmente problematica prima che esploda.
Il governo si è sostanzialmente attenutà ad una modalità che potremmo definire reattiva,. Detto altrimenti: si interviene quando non si può più evitare di intervenire.
E allora ritorniamo alla nostra interpellanza del 31 marzo 2025.
A questo proposito, oggi possiamo porci una domanda molto concreta: se il Governo avesse preso sul serio quelle domande allora, sarebbe stato possibile affrontare prima e meglio questa situazione?
Non lo sappiamo. Ma è proprio questo che il Governo deve spiegare. Stiamo chiedendo se il Governo abbia avuto tutte le informazioni necessarie, se le abbia valutate correttamente, se abbia posto le domande giuste. E soprattutto se abbia agito con la necessaria tempestività.

Perché c’è una differenza fondamentale tra rispettare la presunzione d’innocenza e fare finta che non esista un problema politico finché non arriva una decisione giudiziaria.
La prima è un principio dello Stato di diritto. La seconda è una deresponsabilizzazione politica.
E credo che il caso Zali ci abbia mostrato proprio questo rischio.
Il Governo non deve sostituirsi alla magistratura. Ma non può nemmeno utilizzare la presenza di un procedimento giudiziario come motivo per sospendere il proprio giudizio politico. Quante volte ahinoi questo è avvenuto in passato: vogliamo parlare del caso Hospita?
Non stiamo discutendo soltanto di Claudio Zali.
Stiamo discutendo di come funziona il nostro sistema istituzionale quando emergono segnali che possono mettere in discussione la credibilità di un membro dell’Esecutivo.
E stiamo discutendo anche della funzione del Parlamento. Perché se un deputato presenta un’interpellanza su una questione delicata, il Governo può certamente contestarne i presupposti. Può dire che le informazioni sono insufficienti.Può spiegare che non può rispondere su determinati aspetti.
Ma non può semplicemente lasciare che il tempo faccia il lavoro della risposta.
Perché una risposta arrivata dopo che i fatti sono esplosi non è più la stessa risposta che avrebbe potuto essere data quando le domande sono state poste.
Ed è per questo che oggi, a distanza di un anno e mezzo, questa interpellanza assume un significato ancora più forte.

******************************************

Interpellanza del 20 agosto 2026

Quando abbiamo depositato questa interpellanza, il 20 agosto, lo abbiamo fatto in una situazione nella quale mancavano ancora molte risposte.
Nel frattempo sono emersi nuovi elementi, alcune questioni hanno trovato una spiegazione e altre sono state superate dagli avvenimenti.
Ma proprio ciò che è emerso nel frattempo ci porta oggi a una considerazione più generale e, forse, più scomoda.
Il problema non è soltanto ciò che è accaduto. Il problema è ciò che questa vicenda ci dice sulle istituzioni di questo paese.
La credibilità delle istituzioni non è data per definizione: ma proviene sostanzialmente dall’azione politica di chi siede in queste istituzioni, vi agisce concretamente.
Siamo qui per chiederci se queste istituzioni, così come funzionano oggi, siano ancora effettivamente in grado di svolgere il loro compito.
E la nostra risposta, guardando a questa vicenda, è tutt’altro che rassicurante.
Abbiamo assistito a una situazione nella quale i confini tra responsabilità politica, funzionamento dell’amministrazione, magistratura e organi di vigilanza sono diventati sempre più difficili da distinguere.
Di fronte a ogni nuovo elemento, il sistema ha prodotto una risposta: non è di nostra competenza, se ne occuperà qualcun altro, bisogna aspettare, lasciamo lavorare la magistratura, non anticipiamo giudizi, etc.
Ciascuna di queste risposte, presa singolarmente, può essere perfettamente legittima.
Ma quando vengono sommate una dopo l’altra, producono qualcosa di molto meno rassicurante: un sistema nel quale la responsabilità tende continuamente a spostarsi altrove.
E alla fine non rimane nessuno che risponda politicamente.
Questo è il punto che ci interessa. Perché la magistratura deve certamente fare il proprio lavoro, così come gli organi di vigilanza.
Ma chi governa deve assumersi la responsabilità politica di ciò che avviene sotto la propria conduzione. E questa responsabilità non può essere delegata alla magistratura.
Soprattutto non può essere sostituita, come in questo casa di formule generiche come la condanna della violenza in astratto.
In tutta questa vicenda abbiamo sentito condannare la violenza.Ma abbiamo sentito molto meno chiaramente una presa di posizione, diretta nominativa e di condanna, del comportamento concreto di chi, fino a poche settimane fa, sedeva a parte intera in questo Governo. E questo ci sembra significativo.
Perché il problema non è soltanto il singolo consigliere di Stato.
Il problema è la reazione del sistema politico davanti a ciò che viene attribuito a uno dei suoi rappresentanti.
Quanto è capace questo sistema di controllare il potere quando il potere è esercitato da uno dei suoi stessi membri?
Questa è la domanda. E la risposta che abbiamo visto finora non ci appare convincente. Perché le istituzioni non sono entità astratte e neutrali che esistono al di sopra della politica. Sono strumenti costruiti dalla politica, amministrati dalla politica, controllati (in ultima istanza) dalla politica.
E quando i partiti politici occupano questi spazi senza riuscire a controllare sé stessi, le istituzioni rischiano di diventare semplicemente lo schermo dietro il quale i partiti politici proteggono se stessi e il proprio potere.
È questo che intendiamo quando parliamo di istituzioni vittime della classe politica.Non perché le istituzioni siano necessariamente corrotte.
Ma perché possono essere svuotate della loro funzione quando chi le governa, invece di utilizzarle per controllare il potere, le utilizza per amministrare il potere e per proteggerne l’immagine.
E allora anche gli organi di controllo rischiano di diventare parte del problema.
Un sistema nel quale ogni organo controlla soltanto il proprio pezzo della vicenda può finire per non vedere più la vicenda nel suo insieme.
Ed è per questo che la questione dell’indipendenza non è un dettaglio tecnico ma una questione politica.

Non abbiamo bisogno di una nuova liturgia sulla credibilità delle istituzioni, ma dobbiamo verificare che esse funzionino; non abbiamo bisogno che si dica di avere fiducia, ma, piuttosto, di capire perché dovremmo averla.
E soprattutto non abbiamo bisogno che chi critica il funzionamento delle istituzioni venga accusato di minarle. Una democrazia nella quale non è possibile mettere in discussione le istituzioni non è una democrazia più solida.
In fondo, vogliamo sapere una cosa assai semplice, e cioè se  questo sistema dispone davvero degli strumenti per controllare sé stesso.
Se si risponde in modo affermativo, allora questi strumenti devono essere utilizzati; se si risponde in modo negativo, bisogna avere il coraggio di ammeterlo e di prospettare nuovi strumenti.
Perché il problema, a questo punto, non è più soltanto la vicenda Zali.
Il problema è un sistema politico-istituzionale che rischia di non essere più capace di controllare il potere che esso stesso produce.
Ed è forse questa la domanda più importante che questa vicenda ci pone.

articoli correlati

Piano energetico e climatico cantonale. Ridotto a un guscio vuoto, ma tutti (o quasi) lo votano

L’MPS ricorre contro la nuova legge sulla Polizia

Combattere gli abusi sessuali nella Chiesa, approvato l’obbligo di denuncia