Corea del Nord. Pizza, tech e grattacieli: il boom di Pyongyang, fragile e per pochi

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Il Pil coreano è in crescita grazie agli introiti generati dalla partecipazione alla guerra contro l’Ucraina. A goderne sono però pochi privilegiati

Secondo il Wall Street Journal, la Corea del Nord è una delle storie di successo economico più sorprendenti del mondo di oggi. In un articolo pubblicato a giugno e diventato nel giro di poche settimane un punto di riferimento obbligato nel dibattito sul paese, la testata ha tra le altre cose descritto una Pyongyang irriconoscibile per chi la frequentava prima della pandemia. I ristoranti servono pizza cotta nel forno a legna e i clienti pagano inquadrando con lo smartphone un codice QR, mentre grattacieli residenziali di nuova costruzione ridisegnano l’orizzonte della capitale. Nel solo 2025 il regime ha costruito a Pyongyang 10.000 nuovi alloggi, più di quanti ne siano stati completati a Los Angeles o Chicago nello stesso periodo. Il quotidiano statunitense racconta inoltre come un gruppo di cinque visitatori occidentali (i turisti sono stati riammessi con il contagocce dopo anni di frontiere completamente sigillate) abbia cenato in un ristorante panoramico sospeso su un ponte di vetro tra due torri residenziali, spendendo complessivamente 150 dollari. Al grande magazzino Daesong sono in vendita orologi Omega e cosmetici Chanel, importati dalla Cina attraverso canali paralleli che aggirano le sanzioni, mentre in un centro commerciale della capitale ha aperto addirittura un finto Ikea, che vende prodotti del marchio svedese senza alcuna autorizzazione.

Al di là di questi prodotti di lusso, di cui può fruire solo una parte infima della popolazione, molti elementi indicano che l’economia della dinastia Kim sia in netta crescita. La banca centrale sudcoreana, che formula le proprie stime anche sulla base di dati forniti dai servizi segreti di Seoul, calcola che l’economia nordcoreana sia cresciuta del 3,7% nel 2024, il ritmo più elevato degli ultimi otto anni, e del 3,5% nel 2025, terzo anno consecutivo con una crescita superiore al 3%. Il prodotto interno lordo reale ha superato il livello del 2017, l’anno in cui le sanzioni delle Nazioni Unite hanno raggiunto la loro massima estensione, e le esportazioni del 2025, pari a quasi 470 milioni di dollari, sono le più alte degli ultimi otto anni. Se si analizzano le foto satellitari, si riscontra come di notte il paese brilli circa tre volte più di cinque anni fa, mentre nelle aree dei depositi petroliferi, in corso di ampliamento, il traffico navale è in netto aumento. Lo stesso articolo del WSJ ricorda però che, al di fuori della capitale, il paese resta povero e che secondo le Nazioni Unite quasi la metà dei suoi 26 milioni di abitanti soffre di malnutrizione.

Kim Jong Un ha rivendicato il risultato al congresso del Partito del lavoro svoltosi a febbraio, parlando di una svolta ottenuta nonostante il ‘blocco barbarico’ imposto dalle sanzioni a guida americana. ‘Tutto è cambiato radicalmente’, ha detto il leader dal podio, mentre all’esterno della sede del congresso erano esposte sette file di lanciarazzi appena usciti da una fabbrica. Dallo stesso congresso è emersa la formula secondo cui non vi è più bisogno di scegliere tra difesa ed economia, perché il paese è in grado di garantire allo stesso tempo benessere e sicurezza militare. La scenografia scelta da Kim rende bene il senso di questa svolta, poiché la crescita nordcoreana è trainata soprattutto dall’industria degli armamenti. È da questo dato che bisogna partire per capire la portata del boom e, soprattutto, i suoi limiti.

Il motore del boom

Il motore principale di questa crescita è il rapporto sempre più stretto con la Russia. La guerra in Ucraina ha fornito a Pyongyang una fonte di entrate di portata eccezionale rispetto alle dimensioni dell’economia nordcoreana. Dopo il trattato di partenariato strategico firmato con Mosca nel 2024, che ha fornito la base giuridica per l’invio di truppe, Pyongyang ha venduto alla Russia proiettili d’artiglieria e missili, schierando al fronte oltre 15.000 soldati, circa un terzo dei quali sarebbe stato ucciso o ferito. L’istituto di studi strategici collegato ai servizi segreti di Seoul stima che tra l’agosto del 2023 e la fine del 2025 Pyongyang abbia ricevuto, in denaro o in beni, un controvalore compreso tra 7,7 e 14,4 miliardi di dollari, una cifra enorme per un’economia il cui prodotto interno lordo si aggira sui 27 miliardi. A questo flusso di entrate si aggiungono quelle generate dai furti informatici, con gli attacchi alle piattaforme di scambio di criptovalute che hanno fruttato miliardi di dollari nel corso degli ultimi anni. Gli osservatori descrivono questa fase di prosperità come l’’euforia da denaro russo’, riferendosi alla corsa a realizzare progetti vistosi e realizzabili in tempi brevi, la cui solidità nel tempo resta però tutta da verificare.

Il secondo pilastro dell’economia nordcoreana è rappresentato dalla Cina. Nel primo semestre del 2026 l’interscambio bilaterale ha superato 1,5 miliardi di dollari, il valore più alto dal 2017, e la visita di stato di Xi Jinping a Pyongyang nel mese di giugno, la prima dal 2019 nonché il suo primo viaggio all’estero dell’anno, ha sancito il riavvicinamento tra i due paesi. Pechino resta di gran lunga il principale partner commerciale di Pyongyang ed è responsabile del 98% dell’intero commercio estero nordcoreano, con una tolleranza ormai sistematica delle violazioni delle sanzioni internazionali, come testimonia il caso dei lavoratori nordcoreani esportati in Cina. Dal 2017 le risoluzioni del Consiglio di sicurezza vietano l’assunzione di nuovi lavoratori nordcoreani all’estero, ma secondo Daily NK, testata di Seoul che si avvale di una rete di fonti interne al paese, dalla metà di giugno circa 10.000 operai al mese attraversano in autobus il ponte sul fiume Yalu diretti verso la città cinese di Dandong, quasi sempre all’alba per non attirare l’attenzione. Entrano formalmente come tirocinanti industriali, una qualifica di comodo che serve a coprire la loro destinazione alle linee di produzione, e i contratti già firmati riguardano oltre 50.000 persone. La novità è che le pratiche vengono ora gestite direttamente dai governi locali cinesi, segno che il via libera arriva da un livello molto superiore a quello delle singole imprese.

Lo stato nordcoreano si comporta ormai come un monopolista consapevole del proprio potere contrattuale nell’ambito dell’esportazione di forza lavoro. Alla fine del 2025 le autorità hanno revocato tutti i permessi che consentivano a enti e società commerciali di inviare manodopera oltre confine, asserendo l’intenzione di riesaminare ogni contratto in base a nuovi criteri. Tali entità devono ora documentare l’intera catena del valore dei prodotti fabbricati dagli operai inviati all’estero, dal costo delle materie prime fino al prezzo finale di vendita, e i contratti giudicati troppo poco remunerativi per lo stato non vengono rinnovati. Questo maggiore potere contrattuale, tuttavia, non si traduce in redditi più alti per i lavoratori. Secondo le testimonianze raccolte nelle fabbriche cinesi, questi ultimi continuano a ricevere soltanto il 10 o il 20% del salario previsto dal contratto, mentre il resto finisce allo stato e alla rete degli intermediari.

L’ultimo elemento che alimenta la crescita è la rendita inaspettatamente alta generata dalla vendita di un minerale. Nei primi cinque mesi del 2026 le esportazioni verso la Cina sono aumentate del 68% in termini di valore, e due terzi di questa crescita sono dovuti a una sola voce, il tungsteno. Le quantità spedite sono invece cresciute solo del 15%. A fare la differenza è stato il prezzo unitario, quasi decuplicato dopo che Pechino ha posto limiti alle proprie esportazioni di prodotti al tungsteno, facendo impennare le quotazioni mondiali di un metallo indispensabile per utensili e munizioni. Per anni il principale prodotto d’esportazione nordcoreano erano state le parrucche, realizzate attraverso il lavoro a cottimo per committenti cinesi. Nel 2026 il tungsteno le ha superate. È un cambiamento significativo, perché il paese è passato da esportazioni basate in larga parte sul lavoro dei suoi abitanti a entrate che dipendono soprattutto da un prezzo determinato di fatto da Pechino e sul quale Pyongyang non ha alcun controllo.

La crisi del won

Mentre aumentavano le entrate dall’estero, tuttavia, il won perdeva rapidamente valore. Tra gennaio e maggio del 2026 il dollaro è passato sul mercato informale da circa 37.000 a quasi 71.000 won, mentre dall’inizio del 2024 il suo prezzo si è moltiplicato per sette volte e mezzo. Nello stesso periodo sono aumentati fortemente anche i prezzi dei beni essenziali. Secondo AsiaPress, tra l’inizio del 2023 e giugno di quest’anno il prezzo del riso è cresciuto di quattro volte e mezzo e quello della benzina di oltre cinque volte. In dollari, però, gli stessi beni sono rimasti quasi stabili. L’aumento dei prezzi riflette quindi soprattutto il crollo del won in un’economia sempre più legata al dollaro.

All’origine del crollo c’è con ogni probabilità la stessa campagna con cui il regime ha cercato di ampliare il proprio controllo sull’economia complessiva. Alla fine del 2023 il governo ha decuplicato in un solo colpo i salari del settore statale, con aumenti fino a 50 volte nei settori prioritari, ampliando allo stesso tempo la gamma di prezzi controllata dallo stato. L’obiettivo era rendere di nuovo più conveniente il lavoro presso le aziende statali e ridurre il ruolo dei mercati privati nella formazione dei prezzi. Il governo ha cercato perfino di imporre prezzi uniformi in tutto il paese, distribuendo ai negozi statali listini di circa 200 pagine. Il tentativo è però durato poco e oggi i prezzi nei negozi pubblici vengono modificati in media ogni due giorni. Pagare stipendi nominali dieci volte più alti senza un aumento corrispondente della produzione significa immettere molta più moneta nell’economia, e il risultato è stato un rapido deterioramento del suo valore. A questo si aggiunge una sfiducia diffusa che risale alla riforma monetaria del 2009, che era stata di fatto una confisca di parte dei risparmi della popolazione, e che spinge famiglie e commercianti a liberarsi dei won il più presto possibile cambiandoli con dollari e yuan.

Il costo della svalutazione è andato a ricadere sui soggetti economicamente più deboli. Chi detiene valuta estera, cioè i commercianti e la classe imprenditoriale dei donju (i “padroni del denaro”), arricchitisi con i mercati, ha attraversato la tempesta con il potere d’acquisto quasi intatto. Chi vive di un salario in won, vale a dire gli operai delle imprese statali e gli impiegati pubblici, ha visto raddoppiare il prezzo del cibo in pochi mesi senza alcun adeguamento del reddito. Un seminario tenuto a Seoul dalla stessa AsiaPress ha calcolato che il salario mensile di un operaio, anche dopo essere stato decuplicato, non basta nemmeno a comprare due chili di riso di qualità scadente.

Le autorità hanno reagito alla situazione alternando repressione e tolleranza. Nella fase più acuta del crollo lo stato ha vietato il cambio privato di valuta e ha attribuito l’impennata del dollaro alla diffusione di voci infondate. Sono inoltre stati immessi flussi di liquidità d’emergenza nel tentativo di contenere i prezzi dei carburanti. Dall’estate, però, secondo le fonti di Radio Free Asia nelle province settentrionali, i controlli si sono improvvisamente allentati e gli agenti chiudono un occhio sulle compravendite di dollari che avvengono apertamente nei mercati. L’interpretazione più diffusa è che si tratti di una scelta tattica, perché lasciare circolare la valuta straniera contribuisce a stabilizzare il cambio più di quanto riescano a fare i controlli di polizia. Il fatto che lo stato finisca per gestire la dollarizzazione invece di contrastarla mostra quanto resti fragile questa fase di crescita.

La vita reale

Ma al di là degli aspetti monetari, come si vive oggi nella Corea del Nord dall’economia in crescita? Un’inchiesta di Daily NK offre un quadro dal quale emerge una distanza enorme tra il lavoro ufficiale e la capacità di sostentamento. Lo stipendio di un operaio si aggira sui 30.000 won al mese, mentre per nutrire una famiglia di quattro persone ne servono più di 800.000. Anche mettendo da parte l’intero salario, occorrerebbero più di due anni per pagare un solo mese di cibo. Il posto di lavoro statale, quindi, non garantisce ciò di cui vivere, ma resta indispensabile per avere una posizione ufficialmente riconosciuta. In Corea del Nord l’impiego è infatti alla base dell’inquadramento sociale e chi lo abbandona viene classificato come renitente al lavoro, con il rischio di controlli e sanzioni. Si continua così ad andare in fabbrica per mantenere il proprio posto nel sistema, mentre per vivere si ricorre al commercio e a lavori accessori, dalle riparazioni alla coltivazione di orti. Due giornate di vendita al mercato possono rendere quanto un intero mese di salario.

Lo stato ha da tempo rinunciato a combattere in modo frontale questa economia parallela e ha scelto piuttosto di gestirla. Chi vuole svolgere un’attività commerciale si registra, paga diritti e imposte, per poi operare negli spazi autorizzati oppure sotto la copertura di un ente statale, al quale versa una parte dei profitti in cambio di una protezione e di un riconoscimento formale. Per la popolazione il mercato è diventato un ammortizzatore indispensabile, mentre per le autorità rappresenta una fonte di entrate e allo stesso tempo uno strumento di controllo. Si tratta di un equilibrio precario, che nessuna delle due parti può permettersi di infrangere. L’attività privata rimane comunque esposta all’arbitrio, perché la tolleranza dipende dalle autorità e non da diritti garantiti dalla legge. Un’accusa costruita al momento opportuno può cancellare in una notte il patrimonio di un commerciante.

Negli ultimi anni il regime ha cercato di spostare questo equilibrio ulteriormente a proprio favore. Prima della pandemia l’economia dal basso era cresciuta in larga parte al di fuori dal suo controllo, con il contrabbando dalla Cina e l’ascesa dei donju. La chiusura totale delle frontiere durante il Covid ha offerto l’occasione per una stretta. Nella fase di ripresa lo stato ha riacquisito un pieno controllo della distribuzione, aprendo negozi e farmacie pubblici destinati a sostituire il mercato nero. Due inchieste di Daily NK di questo agosto misurano però la porosità della ristatalizzazione. I negozi statali di cereali, creati per calmierare i prezzi, sono gestiti dietro le quinte dagli stessi donju che prima commerciavano riso all’ingrosso nei mercati, riammessi a un ruolo importante perché lo stato manca dei fondi e delle reti di approvvigionamento necessari. I prezzi praticati nei negozi statali si sono ormai quasi allineati a quelli dei mercati. Lo scarto, che all’inizio arrivava al 30%, è sceso sotto il 5% e in alcuni casi i prezzi pubblici sono perfino più alti. Lo stesso vale per i punti d’acquisto delle contee. Se pagano troppo poco, i produttori vendono altrove. Se chiedono troppo ai clienti, la merce resta sugli scaffali. Lo stato ha quindi esteso il proprio controllo su una parte crescente del commercio, senza però riuscire a sottrarre al mercato la formazione dei prezzi.

Nelle province lo stato ha avviato un programma che prevede la costruzione, ogni anno e per dieci anni, di nuove fabbriche in 20 città e contee, con l’obiettivo dichiarato di portare industria leggera e ospedali moderni nelle aree rimaste più indietro. Una parte dei proventi della vendita di armi e dei furti informatici viene effettivamente impiegata in cantieri e nuovi posti di lavoro statali. È però ancora difficile capire quanto le nuove fabbriche possano incidere sull’economia locale, in un paese dove spesso mancano sia l’elettricità necessaria a far funzionare gli impianti sia i trasporti per distribuire le merci.

La distanza tra propaganda e vita quotidiana emerge con particolare evidenza nel settore sanitario. La revisione costituzionale di marzo ha eliminato i riferimenti al sistema universale di cure gratuite e al diritto a riceverle senza pagare, sostituendoli con un più generico diritto alle cure. In realtà, la sanità a pagamento esisteva già da tempo e la nuova formulazione si limita a riconoscere una pratica ormai consolidata. Da anni i pazienti devono procurarsi da soli farmaci, siringhe, flebo e biancheria, oltre a pagare visite ed esami in base a tariffari e a portarsi perfino i pasti in ospedale. Un’appendicectomia costa l’equivalente di 30 o 50 chili di riso, mentre un ricovero di un mese può arrivare a un milione di won. Quando una famiglia non riesce più a pagare, le cure vengono interrotte. Nelle interviste raccolte da Daily NK ricorre la constatazione che chi si ammala gravemente spesso rinuncia ormai all’idea di curarsi e cerca semplicemente di andare avanti finché può.

La tecnologia come sintesi

Negli ultimi anni la vita quotidiana dei nordcoreani è cambiata anche per effetto della diffusione di nuove tecnologie. Il regime ha supervisionato questo processo cercando di sfruttarne i vantaggi economici senza allentare il controllo politico. Il cambiamento più visibile riguarda gli smartphone. Gli abbonamenti telefonici hanno superato i sei milioni e i marchi nazionali sono più di venti, con centinaia di applicazioni autorizzate dallo stato. La televisione pubblica è arrivata perfino a trasmettere consigli contro l’affaticamento della vista provocato dall’uso prolungato degli schermi, segno di quanto questi dispositivi siano ormai entrati nella vita quotidiana. Di nazionale, però, i telefoni hanno soprattutto il marchio. Gli apparecchi sono prodotti da aziende cinesi e, più di recente, anche da un produttore indiano, per essere poi dotati di una versione locale di Android che integra censura e sorveglianza. Un modello di fascia alta costa circa 750 dollari, una cifra inaccessibile alla stragrande maggioranza della popolazione, e l’uso resta concentrato soprattutto a Pyongyang e nelle città principali.

Negli anni più recenti si è diffuso anche un sistema di pagamenti elettronici. Una legge del 2021 ha consentito alle società informatiche, e non soltanto alle banche di cui molti diffidano ancora dopo la riforma monetaria, di offrire portafogli digitali. Oggi ne esistono almeno sette in concorrenza reciproca. A Pyongyang i codici QR compaiono anche presso i venditori ambulanti, e le applicazioni permettono inoltre di ordinare a domicilio cibo e farmaci, nonché di pagare un’ampia gamma di altri servizi, dai mezzi pubblici ai cinema. La rete degli sportelli dove si versa il contante per caricare il portafoglio elettronico più diffuso è passata in tre anni da circa 200 sportelli a oltre 700 e raggiunge ormai quasi tutte le contee del paese. Il sistema, però, non funziona soltanto in won. Accanto alla moneta ordinaria esiste un cosiddetto won valutario, fissato dallo stato a circa 110 per dollaro, nel quale vengono convertiti i depositi in valuta estera. I dollari in contanti finiscono così nelle casse pubbliche, mentre al cittadino resta un credito elettronico utilizzabile solo all’interno del circuito. Con un cambio di mercato superiore ai 60.000 won per dollaro, il meccanismo offre allo stato un modo molto efficace per intercettare la valuta estera che circola tra la popolazione.

I vantaggi per lo stato vanno ben oltre gli introiti in denaro. Ogni pagamento elettronico lascia una traccia che può essere usata per tassare i commercianti e seguire l’andamento dei prezzi. Allo stesso tempo permette di ricostruire gli spostamenti, perché ogni acquisto associa una persona a un luogo e a un momento preciso. Anche il sistema giudiziario si sta adeguando. Quest’anno la rivista giuridica dell’Università Kim Il Sung ha dedicato il suo primo articolo monografico alla ‘prova elettronica’ nei procedimenti penali. In questa prospettiva va letto anche il fatto che il regime sta spingendo sempre più verso i pagamenti senza contanti, obbligatori da marzo negli esercizi statali e nelle transazioni tra imprese. La diffusione ricalca tuttavia le profonde differenze tra centro e periferia. Nelle grandi città pagare in contanti è ormai considerato antiquato, mentre nelle città di provincia, dove l’elettricità arriva solo per poche ore al giorno, i terminali possono guastarsi semplicemente perché fa molto caldo e restare inutilizzabili per settimane, come è accaduto in estate a Hoeryong, sul confine cinese, secondo quanto riferito da AsiaPress.

Per anni in Occidente si è pensato che la diffusione delle nuove tecnologie potesse indebolire il controllo dei flussi di informazione. In Corea del Nord è avvenuto in larga misura il contrario e i telefoni scattano automaticamente schermate casuali che la polizia può controllare ai posti di blocco, mentre il correttore automatico sostituisce il nome della Corea del Sud con la denominazione ufficiale imposta dal regime e tutto il traffico resta confinato in una rete nazionale separata da internet. A creare più problemi alle autorità continua a essere una tecnologia molto più semplice, quella delle chiavette USB contenenti serie sudcoreane introdotte di contrabbando dalla Cina, la cui distribuzione può essere punita con la morte. Lo smartphone ha invece consentito di estendere la sorveglianza attraverso un dispositivo che i cittadini acquistano volontariamente e a proprie spese.

La morsa ideologica

Il controllo si estende ormai anche a ciò che le persone dicono e mostrano di pensare. La dottrina dei due stati ostili, resa definitiva dalla revisione costituzionale di marzo con l’abbandono dell’obiettivo dell’unificazione e la definizione della Corea del Sud come paese straniero e nemico, ha introdotto da luglio un nuovo obbligo. I responsabili delle unità di vicinato devono convocare almeno una riunione alla settimana e consegnare alla polizia locale un rapporto scritto sulle parole e sui comportamenti dei residenti del proprio isolato. Finisce sotto osservazione chi parla di una comune nazione coreana o degli anni in cui esistevano scambi tra le due Coree. Anche il responsabile dell’unità rischia conseguenze se omette di segnalare comportamenti che vengono poi giudicati sospetti.

Ci sono però evidenti contraddizioni. Nella sala giochi del nuovo quartiere Hwasong di Pyongyang, secondo Radio Free Asia, i giovani possono giocare a un celebre “sparatutto” americano ambientato nelle due guerre mondiali e impersonare soldati statunitensi, mentre il possesso privato di contenuti stranieri continua a essere punito con grande severità. La distinzione sembra dipendere soprattutto da chi controlla il consumo e ne ricava denaro. Ciò che resta vietato quando circola privatamente può diventare tollerato quando è lo stato a offrirlo e a incassarne i proventi.

Un articolo del Korea Herald sull’economia dei surrogati offre un’utile chiave di lettura dell’intero quadro. Da decenni la Corea del Nord produce versioni locali dei beni che non può o non vuole importare. La finta carne di soia, ricavata dai residui della spremitura dei fagioli, è nata durante la carestia degli anni Novanta ed è poi rimasta nella cucina dei mercati. Il caffè di mais sostituisce da tempo quello vero, mentre quest’anno un’università di provincia ha brevettato un cioccolato senza cacao a base di legumi. Per anni il regime ha combattuto perfino un dolcetto sudcoreano al cioccolato, arrivato nel paese attraverso la zona industriale intercoreana di Kaesong e diventato molto popolare nei mercati, cercando di sostituirlo con imitazioni locali che ne riproducevano la forma senza riuscire a intaccarne il successo. Il principio è sempre lo stesso. Si conserva l’aspetto del prodotto straniero eliminando ciò che viene dall’esterno e sfugge al controllo. In questo senso, lo smartphone senza internet e il cioccolato senza cacao appartengono alla stessa logica. Anche il boom economico degli ultimi anni segue in parte questo modello, con grattacieli e pagamenti digitali che riproducono forme esteriori della modernità contemporanea, ma all’interno di un sistema che filtra e controlla rigidamente ciò che può circolare.

La crescita è reale, anche se ha prodotto benefici concreti solo per la parte più privilegiata della popolazione, in particolare i donju che risiedono nei nuovi quartieri di Pyongyang. Dipende però in larga misura da condizioni che il governo nordcoreano non controlla, come la guerra in Ucraina e la disponibilità della Cina a tollerare il commercio oltre i limiti imposti dalle sanzioni. Ma soprattutto non va dimenticato che la ricchezza esibita a Pyongyang ha come contraltare una società estremamente povera e sottoposta a controlli asfissianti.

*articolo apparso sul blog dell’autore l’11 settembre 2026

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