Xi va a Washington, ma la partita che conta si gioca a Pechino

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Il vertice con Trump serve a Xi soprattutto per rafforzarsi in patria, dove le purghe hanno svuotato l’esercito e la disciplina di Partito viene prima dei problemi economici.

Oggi Xi Jinping arriverà a Washington per incontrare Donald Trump, un vertice molto atteso. I commentatori si stanno concentrando sui riflessi che il summit potrà avere sui rapporti internazionali e sugli equilibri geopolitici. Sotto i riflettori sono soprattutto le trattative sul commercio e quelle sulla gestione delle problematiche relative all’AI. Dal punto di vista cinese però il summit è strettamente legato agli equilibri interni e al rafforzamento della leadership di Xi. A Pechino con ogni probabilità si sta guardando di più a questi aspetti che ai possibili esiti dell’incontro, dal quale non ci si attendono svolte o anche solo risultati di particolare rilievo.

Che il fattore della politica interna sia particolarmente rilevante lo conferma la decisione di anticipare leggermente la tradizionale riunione di fine mese del Politburo del Partito Comunista cinese (Pcc) in modo tale da farla cadere prima del vertice tra i due leader: si è tenuta ieri e ha adottato alcune decisioni particolarmente significative. Innanzitutto ha fissato la data per lo svolgimento del Quinto Plenum del Comitato Centrale del Pcc, che si terrà tra il 26 e il 29 ottobre e sarà uno degli ultimi capitoli prima del Congresso del Pcc che si terrà nell’autunno del 2027 e dovrebbe confermare Xi nuovamente alla guida del Partito, sancendo così definitivamente il suo ruolo di “leader a vita”. L’aspetto ancora più importante però è che il Politburo ha stabilito che il Quinto Plenum di fine ottobre si occuperà di “costruzione del Partito” e di rafforzamento del suo controllo interno. Si tratta di una scelta significativa, perché con l’avvicinarsi del Congresso quinquennale Pechino invia così il messaggio che oggi il controllo interno al Partito ha precedenza rispetto all’economia, che pure è afflitta da mille urgenti problematiche, dal rallentamento della crescita, fino al crollo degli investimenti, alla sovraproduzione industriale, alla deflazione e alla crisi delle finanze locali.

Un prestigio da spendere in casa

Subito dopo il comunicato sulle date del Quinto Plenum, l’annuncio che i due generali Zhang Youxia e Liu Zhenli, già scomparsi di scena da mesi, sono stati espulsi dal Partito ha confermato che la disciplina e il controllo interno sono la preoccupazione suprema. I due sono stati accusati non solo di corruzione, come è prassi quando si procede a epurazioni politiche, ma anche di avere dato vita a “cricche e frazioni” e di essere stati sleali verso il partito – in pratica, si dice senza troppi veli che hanno sfidato la leadership di Xi Jinping, la colpa tra tutte più inaudita. Con il doppio annuncio Xi punta chiaramente a presentarsi sul palcoscenico della politica mondiale come in possesso di un pieno controllo sul sistema politico e burocratico cinese. Non a caso il Quinto Plenum che dovrebbe chiudere il processo di preparazione alla reincoronazione del leader supremo al Congresso dell’anno prossimo si terrà appena prima delle elezioni di midterm negli Usa e a sole tre settimane dal vertice APEC del 18-19 novembre che si terrà a Shenzhen, in Cina, dove Xi oltre a fare gli onori in casa potrebbe incontrare di nuovo Trump.

Tuttavia, la volontà di mostrarsi forte di fronte alle altre potenze mondiali probabilmente non è di per se stessa la priorità del leader cinese e potrebbe essere invece innanzitutto uno strumento per aumentare il proprio prestigio su una scena interna instabile. Che lo sia lo confermano svariati politologi cinesi intervistati da Radio Free Asia, secondo i quali in vista del Congresso dell’anno prossimo nel Partito sono ancora vive le lotte intestine, non tanto per sfidare Xi quanto piuttosto per accaparrarsi le nuove nomine. Va tenuto conto in particolare che le forze armate, il PLA, sono sguarnite di generali in seguito alle purghe e la Commissione Militare Centrale, il loro organo supremo, è passata da sette membri a soli due, di cui uno è lo stesso Xi. Viaggiando fino a a Washington, mostrandosi accanto a Trump e dando prova di essere sufficientemente sicuro da recarsi sul terreno del principale nemico (ricordo che nella prima metà dell’anno il leader cinese praticamente non è uscito dalla Cina, probabilmente a causa delle purghe interne e del rischio di “sgambetti” in sua assenza) proietterebbe nel paese un’immagine di prestigio e sicurezza di sé. Tale immagine sarebbe ulteriormente rafforzata da eventuali accordi, anche non di particolare importanza ma tali da distendere l’atmosfera con gli Usa e da diminuire l’isolamento di Pechino.

Xi porterà probabilmente con sé a Washington una delegazione di dirigenti dei settori della tech, dell’auto elettrica e dell’aerospazio, una scelta insolita rispetto agli incontri dell’ultimo decennio. Dopo il giro di vite del 2020 sull’impresa privata, che aveva portato in carcere imprenditori di primo piano come Ren Zhiqiang e Sun Dawu, il partito aveva smesso di esibire i propri capitalisti come biglietto da visita all’estero. La composizione della delegazione richiamerebbe secondo le indiscrezioni quella dei diciotto dirigenti di grandi aziende americane, da Jensen Huang a Elon Musk, che avevano accompagnato Trump a Pechino. Un consulente vicino al ministero del Commercio la legge come una scelta dettata dalla necessità, perché la formula politica “l’Oriente sale, l’Occidente declina” non appare più efficace. Una fonte del South China Morning Post è stata più netta, definendola “più una questione di immagine che mirata a risultati concreti”. Una immagine che, ancora una volta, potrebbe essere finalizzata a rafforzare il prestigio di Xi più a livello interno, tra le fila del business, che a livello internazionale.

Il comando svuotato

Il leader cinese sbarcherà a Washington con un obiettivo che è per lui di primaria importanza, quello di creare un clima di maggiore distensione con gli Usa. Anche questa esigenza scaturisce dalla situazione interna. Nell’ultimo anno il PLA è stato oggetto della purga più ampia della sua storia recente. Due ex ministri della Difesa sono stati condannati a maggio alla pena di morte con sospensione. He Weidong, vicepresidente della Commissione militare centrale, e Miao Hua, ex capo del dipartimento del lavoro politico, sono stati espulsi dal partito e consegnati ai procuratori militari. A gennaio è toccato ai due ultimi pezzi grossi, già menzionati sopra, vale a dire il generale Zhang Youxia, vicepresidente anziano della Commissione nonché n. 2 del sistema militare dopo Xi, e il generale Liu Zhenli, il massimo comandante operativo. Il 28 agosto scorso il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo li aveva rimossi formalmente dai loro incarichi e ora sono stati espulsi anche dal partito. Secondo i dati raccolti dal Center for Strategic and International Studies, dal 2022 il partito ha epurato ufficialmente una trentina di generali e tenenti generali, mentre molti altri sono semplicemente scomparsi dalla scena senza spiegazioni.

Il sito War on the Rocks descrive l’effetto a cascata che le purghe hanno prodotto. Tra PLA e Polizia armata del popolo, forza militare che si occupa di sicurezza interna e di cui fa parte la Guardia costiera che opera intorno a Taiwan, esistono 27 posti da generale o ammiraglio a quattro stelle, ma soltanto sei hanno un titolare confermato e una ventina sono affidati a tenenti generali ad interim. Un corpo ufficiali cresciuto all’interno di reti di patronato, dove molte promozioni portano la firma di uomini oggi sotto inchiesta, vive così in uno stato di paralisi permanente, tanto che per fare carriera la scelta più prudente oggi è quella di mantenere un profilo basso.

Una distensione nei rapporti con Washington consentirebbe a Pechino di tirare il fiato per riorganizzarsi e ricostruire i propri vertici. Dopo le epurazioni ai vertici militari, il PLA deve ricostruire una catena di comando oggi fortemente indebolita e ridurre il clima di incertezza nei propri ranghi. Non è quindi un caso che le operazioni intorno a Taiwan si siano ridotte negli ultimi mesi. A differenza dei tre anni precedenti, nel 2026 non si è svolta alcuna esercitazione imponente e anche le incursioni aeree sono nettamente diminuite. Pechino continua a esercitare pressione sul paese, ma lo fa sempre più spesso utilizzando la Guardia costiera e con attività meno appariscenti e meno impegnative in termini di coordinamento militare.

Nonostante queste fragilità, che si aggiungono a quelle di natura economica e sociale, le purghe sembrano avere temporaneamente rafforzato la posizione del leader supremo, che è riuscito evidentemente a mettere fuori gioco allo stesso tempo tutti i potenziali concorrenti e insieme a loro le reti su cui facevano affidamento. Tutto ciò è però avvenuto pagando un prezzo importante: non solo Xi non ha alcun successore, ma sono stati sottoposti a una stretta anche gli ambienti da cui avrebbe potuto emergere, e i controlli sempre più duri che negano ogni autonomia ai quadri fanno sì che anche in futuro sia estremamente difficile che ne emerga uno. Il sistema politico della seconda potenza mondiale, così come tra l’altro quello di un’altra grande potenza, la Russia, è allo stesso tempo interamente dipendente da un unico leader su cui si è accentrato il potere e incapace di garantire una transizione futura che possa svolgersi senza sconvolgimenti. E’ qualcosa di molto diverso dalla situazione della Cina di Mao negli ultimi anni prima della sua morte, nella quale c’era un Deng Xiaoping pronto a essere tirato fuori dal cassetto, e che ricorda piuttosto l’ultimo Stalin.

Fedeltà a ogni livello

Mentre si pensa a ricostruire i vertici militari, il rafforzamento del controllo politico centrale viene ampliato anche nei livelli inferiori della macchina dello stato e delle istituzioni pubbliche. Il 13 settembre la Xinhua ha annunciato la revisione delle norme che regolano la nomina e la gestione dei dirigenti in cinque grandi settori, dalla propaganda alle università, dalle scuole agli istituti di ricerca fino agli ospedali pubblici. Il sistema normativo, introdotto nel 2015 e successivamente aggiornato, è stato ora ulteriormente perfezionato ponendo maggiormente l’accento sull’adesione ai requisiti politici e sulla supervisione del Partito. In concreto, chi guida un’università, un ospedale, un giornale o un centro di ricerca dovrà dimostrare non soltanto competenza professionale, ma anche un’affidabilità politica che verrà valutata in modo molto più rigoroso che in passato. Due giorni dopo, il 15 settembre, il Quotidiano del Popolo ha pubblicato un lungo articolo teorico, ripreso poi da Qiushi, l’organo ideologico del regime, sulla necessità di formare una classe di quadri “di alta qualità” in grado di mettere in atto il rinnovamento della nazione, uno dei cardini del Xi-pensiero. Il messaggio è molto netto: nella scelta del personale ciò che conta più di ogni altra cosa è il profilo politico. L’articolo afferma che i quadri devono essere anzitutto “politicamente avveduti e decisi” e che chi non soddisfa tali requisiti va escluso senza esitazioni. La competenza professionale resta importante, ma passa in secondo piano.

Un altro segnale viene dalle promozioni generazionali. Du Shangze, 44 anni, è stata nominata vicedirettrice del Quotidiano del Popolo, incarico di rango viceministeriale. Si tratta della più giovane funzionaria cinese a raggiungere tale livello e la prima nata negli anni Ottanta, in un sistema in cui l’età media dei viceministri è di 57 anni. Il suo percorso passato è di per se stesso eloquente. Per vent’anni ha seguito da vicino i massimi dirigenti, ha raccontato gli incontri informali tra Xi e Obama durante l’APEC del 2014 e nel 2019 ha firmato il reportage sul viaggio europeo di Xi da cui è scaturita la sua frase “rinuncerò a me stesso pur di non deludere il popolo”. La sua è una carriera costruita interamente nell’ambito della gestione politica dell’informazione.

Taiwan, la linea rossa

È proprio perché ha bisogno di stabilità a livello internazionale per ricucire i dissesti interni che Pechino, con debito anticipo rispetto al vertice, ha messo in guardia gli Usa, minacciando di cancellare la visita se Washington dovesse approvare le forniture di armi a Taiwan rimandate da lunghi mesi. Trump si è dimostrato subito più che disponibile, annunciando che la decisione riguardo alle forniture a Taipei verrà presa non solo dopo il summit di questa settimana, ma addirittura dopo il vertice APEC di metà novembre. La Cina è già molto esposta in termini di guerra commerciale con l’Ue e di campagna politica contro il Giappone, ed essere costretta a muoversi anche sul fronte Usa-Taiwan la costringerebbe a un logorante tour-de-force su ben tre fronti contemporanei, effettuando tra le altre cose le inevitabili grandi manovre intorno all’isola che al momento sembra voler evitare per i motivi descritti sopra.

Pechino continua a puntare a un’annessione di Taiwan, ma non è ancora pronta a farlo e ha bisogno di tempo per prepararsi. Qualsiasi tipo di annessione di Taiwan, con la forza delle armi o con il solo ricatto, presuppone una Cina che sia sufficientemente stabile sia sul piano militare, sia su quello economico, e oggi il Dragone di sicuro non lo è. Se il sempre ondivago Trump effettivamente rimanderà ogni decisione sulla vendita di armi a dopo il vertice APEC, Xi potrà presentare internamente questo risultato come ottenuto grazie alla sua fermezza. Se poi Trump rinuncerà definitivamente a fornire le armi a Taipei per Xi sarebbe un vero e proprio trionfo, sia per il risultato concreto di avere privato Taiwan di risorse per difendersi un domani da un’aggressione di Pechino, sia perché ciò segnalerebbe nei fatti la rinuncia da parte di Washington a proteggere l’isola. È una prospettiva per nulla improbabile. Se fin qui infatti ho parlato del bisogno di Xi di rafforzare la presa sul suo paese mediante le manovre di politica estera, lo stesso vale altrettanto per Trump, che tra guerra contro l’Iran e un’economia che regge nei fatti solo grazie alla bolla AI, ha anch’egli un gran bisogno di stabilità. E potrebbe essere disponibile a qualche scambio, probabilmente non al vertice di questi giorni ma più in là, cedendo su Taiwan a fronte di concessioni o aiuti della Cina su altri dossier, per esempio con pressioni di Pechino sull’Iran o una mediazione per ottenere qualche apertura della Corea del Nord nei confronti di Washington.

*articolo apparso sul blog dell’autore il 23 settembre 2026

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