La Confederazione ha annunciato il 29 settembre il nuovo aumento dei premi dell’assicurazione malattia: +5%. Una famiglia con due figli, di cui uno con più di 18 anni, dovrà sborsare in media 1442 franchi al mese. E può essere nettamente di più, a seconda del cantone di domicilio e del modello assicurativo.
Per un numero crescente di persone, tutto ciò è insopportabile. Che cosa viene proposto per porvi rimedio? «Invito ciascuna e ciascuno ad assumersi le proprie responsabilità per frenare l’aumento dei costi della sanità», ha proclamato solennemente la consigliera federale, esponente del Partito socialista, Elisabeth Baume-Schneider (Le Temps, 30.09.2026). E quasi tutti, dai media ai «responsabili» politici, si sono accodati: il problema sarebbero i costi della sanità e «tutti» dovrebbero fare uno sforzo per «frenarli».
È un inganno, ripetuto ad nauseam da anni, che impedisce di mettere in atto una risposta sociale al finanziamento dell’assicurazione malattia e che serve gli interessi di chi fa affari con la sanità.
Qui di seguito, un’illustrazione in tre punti.
1. Il problema non sono i costi, ma i premi pro capite. Con un finanziamento sul modello AVS, nessuno sarebbe schiacciato dai premi malattia.
Pubblichiamo qui sotto una tabella, basata sui dati ufficiali dell’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) per l’assicurazione malattia e su quelli dell’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS) per l’AVS. Essa dimostra che il problema non risiede nei costi, ma nell’attuale sistema dei premi pro capite.
Nel 2025, le assicurazioni malattia hanno rimborsato 44,8 miliardi di franchi di prestazioni lorde. Le prestazioni nette, una volta dedotte le franchigie e le partecipazioni ai costi pagate direttamente dalle persone assicurate, ammontavano a 38,9 miliardi. 7,3 miliardi di queste prestazioni nette sono stati finanziati dai sussidi federali e cantonali all’assicurazione malattia. Sono quindi rimasti 31,6 miliardi di franchi di prestazioni nette pagate attraverso i nostri premi assicurativi.
Una famiglia con due figli, di cui uno con più di 18 anni, ha pagato in media un premio di 1312 franchi al mese nel 2025. Nello stesso anno, un punto percentuale di contributi all’AVS corrispondeva a circa 4,5 miliardi di franchi. Ciò significa che un contributo salariale, sul modello dell’AVS, del 7,0% (3,5% trattenuti sul salario lordo e 3,5% versati direttamente dal datore di lavoro) avrebbe permesso di finanziare tutte le prestazioni finanziate dai nostri premi malattia (si tratta di una stima prudenziale, poiché anche le persone pensionate dovrebbero contribuire proporzionalmente ai propri redditi al finanziamento dell’assicurazione malattia, cosa che non avviene per l’AVS).
Ciò rappresenta una somma di 350 franchi al mese per la stessa famiglia con due figli. Se si eliminassero completamente la franchigia e la partecipazione ai costi, questa famiglia dovrebbe pagare 415 franchi al mese per una copertura completa delle proprie spese sanitarie.
350 contro 1312 franchi: ecco la differenza che fa, per una famiglia popolare, un finanziamento sociale sul modello dell’AVS rispetto all’attuale e iniquo finanziamento attraverso premi pro capite. Dal 2010, questa famiglia avrebbe visto aumentare la propria spesa sanitaria di 126 franchi al mese con un finanziamento di tipo AVS. Non abbastanza da sconvolgere il suo bilancio.

2. Gli argomenti che attribuiscono ai singoli assicurati una presunta responsabilità nell’aumento delle spese sanitarie sono fuorvianti. Servono soltanto a giustificare il trasferimento diretto dei costi sugli assicurati, in particolare attraverso il progetto di aumento della franchigia minima da 300 a 400, o addirittura 500 franchi. Una situazione che spinge una parte della popolazione a rinunciare alle cure di cui avrebbe bisogno.
Durante un dibattito nel corso della trasmissione Forum de La Première, il 29 settembre, il portavoce dell’associazione degli assicuratori malattia, prioswiss, ha ripreso il vecchio argomento secondo cui premi proporzionali al reddito rischierebbero di rendere gli assicurati «meno consapevoli» dei costi e di favorire così un consumo «meno responsabile», alimentando l’aumento dei costi della sanità.
Anche il Dipartimento della consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider alimenta questa narrazione: «Si osserva inoltre un aumento dei costi per persona malata. Ciò deriva principalmente dall’aumento del numero dei trattamenti, mentre la frequenza delle malattie rimane relativamente stabile.» (Comunicato stampa del 29.09.2026). Il sottinteso è: ci si fa curare di più, pur non essendo più malati, quindi si spreca.
La realtà è questa. Il ricorso a cure importanti, associate a spese elevate, non dipende dai capricci o dalle fissazioni degli assicurati, ma deriva da gravi problemi di salute che richiedono cure intensive e continuative.
L’Ufficio federale di statistica (UST) ha pubblicato nel 2021 uno studio sulla durata dei ricoveri ospedalieri: il 10% delle persone ricoverate nel 2017 ha accumulato la metà delle giornate di ricovero nei due anni successivi. I costi sono direttamente proporzionali alla durata delle degenze. (UST, Statistica medica degli ospedali 2017–2019. Le persone che concentrano un numero elevato di giornate di ricovero, 2021).
Nel 2025, il 45% dei costi rimborsati dall’assicurazione malattia corrispondeva a cure fornite a persone di 66 anni e più, che rappresentano soltanto il 18,6% della popolazione. Le cure si concentrano negli ultimi anni di vita: non sono il risultato di scelte, ma di necessità.
In realtà, il vero problema sociale e sanitario in Svizzera è quello della rinuncia alle cure: nel 2023, secondo l’indagine della fondazione statunitense Commonwealth Fund, il 18,8% delle persone intervistate aveva avuto un problema medico nei dodici mesi precedenti l’indagine ma non aveva consultato un medico per motivi finanziari. Nel 2010 questa percentuale era di circa il 6%. È il secondo livello più elevato tra i dieci Paesi confrontati, dopo gli Stati Uniti (27,1%). In Germania, questo valore non supera il 4%.
Le ragioni sono note: le persone assicurate devono pagare direttamente di tasca propria importi molto elevati, in particolare sotto forma di franchigia e partecipazione ai costi. Ciò rappresentava il 22% della spesa sanitaria nel 2023 secondo l’OCSE, contro, per esempio, l’11% in Germania, il 9% in Francia e il 12% nei Paesi Bassi. Inoltre, i modelli assicurativi alternativi, ormai largamente maggioritari, moltiplicano gli ostacoli all’accesso alle cure.
3. La salute è effettivamente considerata da importanti settori economici come un mercato nel quale si possono realizzare buoni affari, e ciò accelera l’aumento della spesa sanitaria. Ma è quanto viene voluto dalle politiche borghesi maggioritarie ed è quanto è stato istituzionalmente messo in atto con la Legge federale sull’assicurazione malattie (LAMal). Non è moltiplicando i regolamenti né le tariffe, né mantenendo i premi pro capite, che si porrà fine a questa dinamica. Ma scegliendo un sistema sanitario organizzato e gestito come un servizio pubblico.
È la LAMal che, fin dalla sua origine nel 1994, promuove la trasformazione della sanità in un doppio mercato: quello dei fornitori di cure e quello degli assicuratori, che dovrebbero garantire la migliore «efficienza» nell’utilizzo delle risorse.
È il finanziamento ospedaliero attraverso i DRG, entrato in vigore nel 2012, ad aver spalancato le porte alle catene ospedaliere private.
È il finanziamento delle cure di lunga durata, entrato in vigore nel 2011, ad aver steso il tappeto rosso alle imprese private nell’assistenza domiciliare, imprese che sono all’origine di un’esplosione della spesa in questo settore.
È l’EFAS, il finanziamento uniforme delle cure ambulatoriali e stazionarie, che entrerà in vigore nel 2028 e che crea un formidabile incentivo per le catene private di studi medici ambulatoriali, come Medbase di Migros, o di centri di radiologia e ancora di oftalmologia.
Senza nemmeno parlare del ruolo delle aziende farmaceutiche, potentissime, che impongono le proprie condizioni e le proprie tariffe all’amministrazione federale.
Tutto ciò alimenta un aumento non necessario della spesa sanitaria: si è mai vista un’impresa orientata al profitto limitare spontaneamente il proprio volume d’affari per contribuire al «bene comune»? E la caratteristica di un mercato è che ogni regolamentazione e ogni tariffa pensata per frenare lo sviluppo degli affari suscita immediatamente nuove strategie per aggirarne gli effetti.
Solo in un contesto assimilabile a un servizio pubblico è possibile rompere con queste logiche inflazionistiche e sviluppare cure integrate, gestite sulla base di obiettivi di salute e non di obiettivi di redditività.
Senza questi tre semplici punti di riferimento, sarà molto difficile avviare una battaglia efficace per una politica sanitaria e un’assicurazione malattia sociali.
*articolo apparso sul sito www.alencontre.org il 30 settembre 2026
