Avete detto “interesse generale”?

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In questi giorni, a proposito della distribuzione dei Dipartimenti del Consiglio di Stato, abbiamo sentito parlare di stabilità, continuità, concordanza e, naturalmente, di «interesse generale». La formula è ormai talmente abituale da sembrare quasi ovvia: i membri del Governo discutono, trovano un accordo e distribuiscono i Dipartimenti nell’interesse dell’intera collettività.
Ma è davvero così?
Il problema è che questa idea di «interesse generale» presuppone una società che non esiste. Una società nella quale, al di là delle differenze e delle opinioni, tutti avrebbero in fondo lo stesso interesse e nella quale la politica avrebbe semplicemente il compito di trovare il modo migliore per realizzarlo.
A noi pare invece che la società è attraversata da interessi diversi, spesso contrapposti. Lo è quando si parla di salari, di condizioni di lavoro, di pensioni, di fiscalità, di abitazione, di servizi pubblici. Lo è quando si discute di ambiente, di mobilità, di territorio, di energia. Lo è quando si decide come utilizzare le risorse pubbliche.
Un aumento dei salari può rappresentare un interesse per chi vive del proprio lavoro e, nello stesso tempo, un costo per un’impresa che cerca di ridurre il costo del lavoro per aumentare profitti e redditività. Una maggiore fiscalità sui redditi elevati può rispondere alle esigenze di finanziamento dei servizi pubblici e, nello stesso tempo, entrare in contrasto con gli interessi di chi quei redditi li percepisce. Una politica ambientale più rigorosa può tutelare la salute e il territorio e, nello stesso tempo, limitare determinate attività economiche.
Non c’è nulla di scandaloso in tutto questo. È semplicemente la realtà di una società divisa in classi, gruppi e interessi differenti.
Per questo anche la politica non può essere descritta come il luogo nel quale interessi diversi vengono magicamente ricomposti in un unico «interesse generale». La politica è, prima di tutto, il terreno nel quale questi interessi si confrontano e nel quale si decide quali debbano prevalere.
Ed è proprio qui che la retorica della concordanza rischia di diventare fuorviante.
Quando si dice che i partiti devono trovare un accordo «nell’interesse generale», si tende a nascondere una domanda molto più concreta: nell’interesse di chi viene raggiunto quell’accordo?
Anche la distribuzione dei Dipartimenti non è, in questo senso, una questione puramente tecnica o istituzionale. Ogni Dipartimento concentra competenze, risorse e capacità di intervento su settori che toccano direttamente interessi sociali ed economici differenti. Decidere chi li dirige significa anche decidere quali sensibilità politiche avranno maggiore influenza su determinate scelte.
La discussione sulla distribuzione dei Dipartimenti viene invece spesso presentata come una questione di equilibrio tra persone, partiti e istituzioni: bisogna garantire la stabilità, evitare conflitti, assicurare la continuità. Il risultato viene così presentato come se fosse, appunto, nell’interesse di tutti. La notizia di questi giorni è che la distribuzione precedente è stata sostanzialmente confermata, con Piero Marchesi al Dipartimento del territorio, proprio nel nome della stabilità e della continuità.
Ma la stabilità non è un valore neutro. E nemmeno la continuità. Stabilità e continuità di che cosa? Delle politiche precedenti? Dei rapporti di forza esistenti? Degli equilibri tra i partiti di governo? Degli interessi che quelle politiche hanno finora favorito?
Questo non significa sostenere che non esistano interessi comuni o bisogni condivisi, ma che esistono interessi preminenti, cioè bisogni, aspettative e rivendicazioni che riguardano la stragrande maggioranza della popolazione: avere un salario sufficiente per vivere, poter trovare un’abitazione a prezzi accessibili, disporre di servizi pubblici adeguati, avere condizioni di lavoro dignitose, poter contare su pensioni e prestazioni sociali sufficienti, vivere in un ambiente sano.
Questi bisogni non cadono dal cielo e non sono il prodotto di una fantomatica «volontà generale». Sono il risultato delle condizioni materiali nelle quali vive la maggioranza della popolazione.
E, soprattutto, non sono sempre compatibili con gli interessi di chi dispone di maggiore ricchezza, di maggiore potere economico o di maggiore capacità di condizionare le decisioni politiche.
La questione, dunque, non è trovare un impossibile punto di equilibrio tra tutti gli interessi. La questione è decidere quali interessi debbano essere messi al centro dell’azione politica.
È una differenza tutt’altro che terminologica.
Perché se partiamo dall’idea che esista un interesse generale al di sopra dei conflitti sociali, ogni compromesso può essere presentato come una vittoria della concordanza e ogni opposizione come un ostacolo alla ricerca dell’interesse comune.
Se invece riconosciamo che la società è attraversata da interessi differenti e spesso contrapposti, allora la politica torna a essere ciò che dovrebbe essere: una scelta. Una scelta sulle priorità, sulle risorse, sui diritti e sulla loro distribuzione.
E sarebbe già un bel passo avanti rispetto alla palude nella quale oggi è ridotto il dibattito politico.

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