Europa. Il ritorno della lotta di classe

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Nel corso dell’ultimo anno, una successione di rivolte giovanili ha scosso paesi molto diversi tra loro, come Nepal, Marocco, Madagascar, Indonesia e India. Mobilitazioni contro la corruzione, il deterioramento dei servizi pubblici, la disoccupazione, la precarietà e le crescenti disuguaglianze sociali. Proteste che, in alcuni casi, hanno provocato la caduta di governi e che, in altri, sono riuscite ad aprire importanti crisi politiche. Buona parte di queste mobilitazioni è stata raggruppata dai media sotto l’etichetta di rivolte della Generazione Z, sebbene le loro cause, dinamiche e risultati siano considerevolmente diversi. Una denominazione che, pur permettendo di identificare il protagonismo di una nuova generazione, rischiava anche di nascondere le contraddizioni sociali e politiche che hanno attraversato queste mobilitazioni.

Un fenomeno che sembrava concentrato soprattutto nei paesi del Sud globale comincia ora a trovare le proprie espressioni anche in Europa. Dai licei francesi agli accampamenti di protesta per il diritto alla casa in Spagna e Portogallo, passando per le mobilitazioni studentesche italiane, le proteste contro l’austerità in Belgio e le rivolte contro la corruzione in Albania. Non siamo di fronte a movimenti identici, né necessariamente collegati tra loro, ma tutti condividono un malessere che sembra estendersi su scala internazionale: l’impossibilità, per una parte crescente della popolazione — soprattutto per i giovani —, di accedere alle condizioni materiali minime necessarie per costruire un proprio progetto di vita.

Sebbene sia ancora presto per affermare che stiamo assistendo all’apertura di un nuovo ciclo internazionale di lotte sociali, le somiglianze tra molte di queste proteste invitano a formulare questa ipotesi. Non sarebbe la prima volta che mobilitazioni nate in contesti molto diversi finiscono per alimentare un medesimo clima internazionale di contestazione sociale. È accaduto nel 2011, quando le primavere arabe aprirono un ciclo di rivolte che trovò espressione nel movimento degli indignados in Spagna, nelle proteste contro l’austerità in Grecia, nella Geração à Rasca portoghese e nel movimento Occupy Wall Street. Quell’ondata fu segnata dalle conseguenze della Grande Recessione e da una profonda crisi di legittimità delle istituzioni politiche. La sua espressione più riconoscibile fu la contestazione della rappresentanza politica e la rivendicazione di una democrazia reale.

Quindici anni dopo, il contesto è cambiato considerevolmente. E sembrano cambiare anche le forme attraverso cui si esprime il malessere sociale. Se allora la critica al sistema politico e la richiesta di democratizzazione delle istituzioni costituivano alcuni dei principali elementi unificanti delle proteste, oggi le rivendicazioni materiali e i conflitti di classe sembrano occupare un posto molto più esplicito. La casa, i salari, l’istruzione pubblica, la sanità e l’aumento del costo della vita emergono come elementi centrali di mobilitazioni che, in buona parte dell’Europa, cominciano a mettere direttamente in discussione chi tragga beneficio dall’attuale modello economico.

Perché non stiamo più parlando soltanto di giovani che non trovano lavoro o che sono costretti a emigrare. Stiamo parlando di una generazione cresciuta attraversando una crisi economica dopo l’altra, un’emergenza climatica sempre più evidente, una pandemia, guerre e una crescente mercificazione di praticamente tutti gli aspetti della vita quotidiana. Avere un lavoro non garantisce la possibilità di accedere a un’abitazione, di rendersi indipendenti dalla famiglia o di usufruire di servizi pubblici capaci di assicurare condizioni minime di benessere. Persino nei paesi in cui gli indicatori macroeconomici mostrano un andamento relativamente positivo, una parte importante della popolazione constata che la crescita economica non si traduce necessariamente in un miglioramento delle proprie condizioni di vita.

Queste proteste nascono inoltre in un contesto politico caratterizzato dall’avanzata internazionale dell’estrema destra, dalle sconfitte sociali e dall’arretramento delle sinistre. In questo periodo, le forze reazionarie sono riuscite a presentarsi come le principali rappresentanti del malessere popolare, trasformando buona parte dell’insicurezza economica e della frustrazione sociale in carburante elettorale per le proprie proposte xenofobe e razziste. Questa è probabilmente una delle differenze più importanti rispetto al ciclo del 2011.

In questo senso, uno degli aspetti più incoraggianti delle attuali mobilitazioni in Europa è che il malessere provocato dalla precarietà, dalle disuguaglianze e dalla perdita di prospettive può trovare anche un’espressione politica diversa dalla protesta reazionaria. Di fronte a chi indica gli immigrati come responsabili della mancanza di alloggi, i sindacati degli inquilini puntano il dito contro la rendita immobiliare. Di fronte a chi spiega il deterioramento dei servizi pubblici attraverso una presunta competizione tra cittadini nazionali e stranieri, gli studenti francesi denunciano le politiche di austerità e le priorità di spesa militare nei bilanci dello Stato.

In questa contesa per spiegare le origini del malessere sociale e individuare le possibili soluzioni, il conflitto sociale riesce a spezzare la logica della guerra tra gli ultimi e i penultimi per accaparrarsi risorse scarse, cominciando invece a rivolgere lo sguardo verso l’alto, in una prospettiva di conflitto di classe e non di scontro tra identità. Le mobilitazioni aprono la possibilità di ricostruire solidarietà collettive a partire dalle condizioni materiali condivise.

In effetti, in Spagna il movimento per il diritto alla casa è riuscito a spostare, sia pure temporaneamente, il dibattito pubblico dominato dai discorsi reazionari sull’immigrazione, riportando l’attenzione sulle condizioni materiali di vita della classe lavoratrice. Perché la crisi abitativa non può essere separata dalla questione di classe. L’affitto è una delle principali forme di espropriazione della ricchezza della classe lavoratrice, nella misura in cui una parte sostanziale del salario finisce per essere trasferita direttamente ai proprietari immobiliari. La lotta per la casa diventa così una lotta per la distribuzione della ricchezza e permette di collegare conflitti che per troppo tempo sono rimasti separati. In questo senso, la convocazione dello sciopero generale per il prossimo 11 novembre svolgerà un ruolo centrale nel portare il conflitto abitativo all’interno dell’intero mondo del lavoro.

In Francia, questa possibilità comincia già a manifestarsi attraverso la convergenza tra la rivolta studentesca, le organizzazioni sindacali e alcuni settori del movimento dei gilet gialli. Le mobilitazioni iniziate nei licei hanno finito per andare oltre le rivendicazioni legate all’istruzione, trasformandosi in una protesta generale contro l’austerità e il deterioramento delle condizioni di vita, che si esprime nel rifiuto del macronismo. L’adesione della CGT e di diversi collettivi di lavoratori dimostra che le rivendicazioni giovanili possono trasformarsi in un elemento capace di aggregare un malessere sociale molto più ampio.

Anche in Italia emergono elementi di questa possibile convergenza. Le proteste studentesche contro il deterioramento dell’istruzione e l’aumento del costo della vita coincidono con mobilitazioni sindacali che rivendicano salari migliori, servizi pubblici e una fiscalità più equa. La convocazione dello sciopero generale della CGIL per il 20 novembre, in concomitanza con le mobilitazioni europee nel settore dell’istruzione, apre la possibilità di collegare le rivendicazioni giovanili a quelle del movimento operaio organizzato. Anche in Portogallo le proteste per il diritto alla casa coincidono con mobilitazioni sindacali contro la perdita di potere d’acquisto. Sono segnali ancora embrionali, ma indicano una questione centrale: la possibilità che i giovani agiscano da catalizzatori di un malessere sociale che attraversa settori molto più ampi della popolazione.

Occorre, in ogni caso, evitare un’interpretazione meccanica. Le rivolte non producono necessariamente trasformazioni immediate, né l’indignazione sociale si traduce automaticamente in organizzazione politica. Eppure, se queste proteste stanno dimostrando qualcosa, è che l’iniziativa politica non appartiene esclusivamente alle forze reazionarie. Che, anche dopo anni di sconfitte sociali e di arretramento delle sinistre, possono emergere eventi capaci di modificare scenari che sembravano ormai consolidati. Non perché le mobilitazioni producano automaticamente maggioranze elettorali di sinistra — un avvertimento per chi punta tutto sul 29 novembre —, ma perché permettono di contendere l’egemonia del senso comune reazionario, alimentato dalle nevrosi identitarie, attraverso la costruzione di un’identità di classe meticcia.

*Miguel Urban è un attivista e politico spagnolo, militante di Anticapitalistas (la sezione spagnola della Quarta Internazionale). È stato tra i fondatori di Podemos e deputato al Parlamento europeo dal 2015 al 2024. Questo articolo è apparso il 23 ottobre 2026 su Publico.es

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