In poche parole

Bellinzona. Non resta che Lourdes

Il futuro di Bellinzona si fa sempre più nebuloso. I “successi” di cui il Municipio ama vantarsi non sembrano tradursi in un reale miglioramento del benessere dei cittadini, quella “qualità delle vita” di cui Bellinzona va fiera.
Prendiamo la crescita demografica degli ultimi anni, spesso presentata come un grande risultato. Peccato che, finora, più abitanti non abbiano portato né più gettito fiscale né una base imponibile più solida.
Nemmeno i commerci ne beneficiano: i negozi chiudono uno dopo l’altro e il centro perde attrattiva. Persino la presidente della Società dei commercianti ha deciso di abbassare la serranda del suo negozio in centro. Non proprio un segnale incoraggiante.
Intanto i “progetti strategici” si susseguono con regolarità, ma molti marciano sul posto da anni: dall’ospedale al quartiere Officina. Più che strategie di sviluppo, sembrano esercizi di pazienza.
Ora la città si aggrappa all’ennesima promessa: il progetto Fortezza, che dovrebbe fare dei castelli il motore del futuro cittadino. Ma è difficile immaginare che questo produrrà molto più di qualche turista in più — e anche sul famoso “indotto” è lecito dubitare.
Basta passare dalla stazione: frotte di pensionati scendono dai treni dalla Svizzera tedesca per una gita di giornata, con il sacco del picnic già pronto. Difficile pensare che da lì passerà lo sviluppo economico della città!
Che fare? A questo punto alla compagine municipale resta forse una sola strategia: Lourdes.

“Compromesso” sul salario minimo ed esigenze sindacali

La trattativa e il “compromesso” attorno all’iniziativa sul salario minimo interessa – o dovrebbe interessare – direttamente le organizzazioni sindacali. Non solo perché riguarda la fissazione del nuovo salario minimo legale, ma perché le decisioni prese attorno a questo tema incidono e incideranno sull’intera dinamica del sistema salariale.
Fin dall’inizio di questa “trattativa”, avviata in vista di un “compromesso” tra PS e i maggiori partiti di governo stimolati dalle organizzazioni padronali (le vere ispiratrici del negoziato, convinte che una votazione sull’iniziativa le vedrebbe soccombere), la posizione dei sindacati – e in particolare di un importante sindacato come UNIA – è apparsa piuttosto prudente. Una prudenza che il segretario di UNIA, Giangiorgio Gargantini, ha confermato nel dibattito andato in onda su Teleticino la sera del 1° marzo.
Del resto, Gargantini aveva già posto condizioni precise per un’eventuale adesione della sua organizzazione al “compromesso”. Aveva infatti dichiarato (CdT, 1° marzo) che «se si decidesse di permettere deroghe ai salari minimi senza che ci sia l’accordo unanime della commissione tripartita, per noi è un “no way”».
Ora, da quanto emerso negli ultimi giorni sui dettagli del “compromesso” – i punti ancora aperti sarebbero stati appianati, secondo le dichiarazioni del presidente del PS, nella riunione della Commissione della gestione del 2 marzo – sembrerebbe proprio che questa condizione, cioè l’unanimità, non sia stata accolta.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: per UNIA resta davvero un “no way”? Oppure quella linea rossa era meno invalicabile di quanto lasciato intendere?

Salario minimo e “compromessi”: promesse e calcoli reali

L’iniziativa del PS “per un salario minimo sociale” aveva due meriti: fissava un salario minimo legale al massimo consentito dalla giurisprudenza nel rispetto della “libertà economica” e impediva deroghe tramite contratti collettivi o aziendali con salari inferiori.
Parliamo all’imperfetto perché la direzione del PS, in nome della concertazione, ha accettato un “compromesso” al ribasso con destra e padronato. Un esempio concreto chiarisce la portata della scelta.
Il terzo punto dell’accordo prevede che nel calcolo del salario minimo rientrino anche i “benefit” riconosciuti come salario secondo i parametri AVS. In altre parole, il minimo non sarà calcolato sul solo stipendio di base, riducendone l’impatto.
Il caso dell’industria orologiera cantonale, soggetta a un CCL nazionale non di forza obbligatoria, è emblematico. Oggi una lavoratrice non qualificata guadagna 20,85 franchi l’ora, pari a 3’607 franchi lordi mensili. Con il minimo a 22,25 franchi (nel 2029), il salario dovrebbe salire a 3’849 franchi: +242 franchi al mese, un aumento “a regime” simile a quello citato in questi giorni dai difensori del compromesso.
Ma il CCL prevede anche un contributo di 195 franchi mensili per la cassa malati, importo soggetto ad AVS. Includendolo nel calcolo, il salario minimo effettivo sale a 21,98 franchi l’ora, cioè 3’802 franchi mensili, non 3’849. L’aumento reale “a regime” (e solo nel 2029) si riduce così a 47 franchi al mese.
Certo, una lavoratrice con un salario così basso non sputa su 47 fr al mese; ma siamo ben lontani dagli aumenti evocati per giustificare un accordo che, attraverso le concessioni fatte al padronato, riprende con una mano ciò che sembra concedere con l’altra.

PSE e riscatto del palazzetto dello sport. Pacche sulle spalle, soddisfazione, champagne e cotillons…

Il Consiglio comunale di Lugano ha votato il riscatto del palazzetto dello sport per 80,2 milioni di franchi. Prima di trarre conclusioni definitive, conviene però attendere la fine dei lavori. La decisione è stata presentata come una significativa operazione di risparmio dei fondi pubblici: 18 milioni di franchi rispetto al leasing. Ancora una volta, come già avvenuto per l’Arena sportiva, si tende tuttavia a sorvolare su un aspetto essenziale: il risparmio sarebbe stato ben maggiore se, fin dall’inizio, l’operazione fosse stata finanziata direttamente dalla città tramite un prestito obbligazionario, come richiesto dai promotori del referendum contro il PSE. Nel 2021 tale prestito sarebbe stato praticamente a costo zero, mentre oggi si parla di un tasso d’interesse dell’1,2%.
Le parole del sindaco Foletti sollevano più di una perplessità: «È vero, quando siamo partiti c’erano tassi negativi, ma volevamo garantire un sistema finanziario chiaro, sapendo dove saremmo andati a finire. (…) Con il senno di poi tutti sono più bravi». Non si tratta però di valutazioni fatte a posteriori: la questione era chiara sin dall’inizio ed era stata espressa con altrettanta chiarezza. Le alternative non mancavano. Ma ormai a Lugano, come altrove, l’inettitudine si è issata al posto di comando

Personale sanitario, “eroi” da continuare a pagare poco

Sono stati pubblicati i nuovi salari in vigore presso l’Ente Ospedaliero Cantonale (EOC) dopo il recente rinnovo del contratto collettivo di lavoro (ROC).
Ebbene, un’infermiera qualificata assunta all’inizio del 2017 aveva diritto, secondo il ROC, a un salario minimo annuo di 64’376 franchi (4’952 franchi al mese). La stessa infermiera che iniziasse oggi a lavorare presso l’EOC percepirebbe un salario annuo di 66’651 franchi (5’127 franchi al mese).
L’aumento è quindi stato, in una decina d’anni, di 175 franchi mensili, pari a poco più del 3% rispetto al 2017. Scarti analoghi emergono anche per le altre figure professionali degli ospedali pubblici cantonali, sia nel settore delle cure sia in quello amministrativo.
In termini reali significa un impoverimento salariale. Tra il 2017 e il 2026 l’indice dei prezzi al consumo in Svizzera è infatti cresciuto di circa l’8%, determinando una perdita di potere d’acquisto di circa il 5%, verosimilmente maggiore se si considera che l’indice non include l’aumento dei premi della cassa malati, che negli ultimi anni ha inciso pesantemente sui salari.
Proprio non ci siamo!

Due mensilità in meno rispetto a Oltralpe: e i giovani se ne vanno

In Ticino, per lo stesso lavoro e con le stesse qualifiche, si guadagna fino a due mensilità in meno rispetto al resto della Svizzera.
Non è poco, è una differenza che pesa a fine annno e che condiziona le scelte di vita, i progetti, il futuro dei giovani.
Così, molti giovani che studiano e si formano in Ticino sono costretti a emigrare, come si faceva un secolo fa,  non perché non vogliono vivere in questo Cantone, ma perché qui il loro lavoro vale meno.
Lo stesso hanno fatto e continuano a fare i e le ticinesi che studiano e si formano nelle università degli altri Cantoni: per le stesse ragioni rinunciano a ritornare. Negli ultimi 20 anni 8 mila giovani ticinesi sono emigrati in altri cantoni. Attualmente si calcola che i due terzi dei laureati ticinesi non rientrano in Ticino.
È chiaro, il dumping salariale impoverisce i giovani e tutto il Cantone. Dire No al dumping significa dare una speranza ai giovani e al futuro di questo Cantone.
Per questo il prossimo 8 marzo votiamo SI all’iniziativa “Per la difesa dei diritti di chi lavora e contro il dumping salariale e sociale”.

Venezuela. Il governo di Delcy Rodríguez e i rapporti con gli USA: verso un madurismo senza Maduro?

Il rapimento di Maduro e di sua moglie da parte di Trump ha riattivato riflessi ideologici novecenteschi – di tipo stalinista e “campista” – che riducono tutto a uno schema automatico: «è per il petrolio», «è come l’Iraq», «è l’imperialismo USA». Questa visione non aiuta il popolo venezuelano: serve piuttosto a disarmare la resistenza dei lavoratori e delle lavoratrici.
La realtà che sta emergendo è un’altra: a Trump va bene preservare il regime madurista senza Maduro, con la complicità dello Stato, dell’esercito e dell’élite del partito al potere. La “boliborghesia”, che vive di rendita e controllo militare, mira a mantenere il potere reprimendo il paese anche attraverso un’intesa con Washington.
Non è una questione di petrolio. Chevron già operava in Venezuela ed era quotata a Wall Street; al massimo le imprese vicine a Trump beneficeranno di eventuali investimenti se il governo riuscirà a “stabilizzare” il paese con la repressione. Il nodo centrale è il potere globale: la spartizione del mondo tra Trump, Putin e Xi, con il consenso di Mosca in questo caso, in un’operazione controrivoluzionaria e antidemocratica che colpisce i popoli di tutto il mondo, compreso quello statunitense.
Difendere il popolo venezuelano non significa schierarsi con il vecchio imperialismo contro il nuovo, ma opporsi a entrambi e alla guerra permanente contro i popoli.

Dall’asfissia burocratica dell’amministrazione a quella mortale di Crans Montana

La lotta alla burocrazia dell’amministrazione pubblica, lo sappiamo, è uno dei tormentoni ricorrenti del pensiero politico dei principali partiti di governo e della destra estrema. Lo Stato viene presentato come un mostro soffocante: una burocrazia fatta di regolamenti, controlli, richieste e procedure che mortificano l’economia, lì pronta — ci viene detto — a svilupparsi e a creare un futuro radioso per tutti e tutte, se solo non fosse costretta a respirare a fatica sotto il peso delle norme.
Sono le stesse persone e le stesse forze politiche che oggi piangono e si dicono sconvolte per la strage di Crans Montana.
Eppure, ad asfissiare e uccidere quaranta giovani a Crans Montana non è stata un’eccessiva presenza dello Stato, bensì esattamente il contrario: la mancanza di controlli seri, l’assenza di misure di protezione adeguate, il mancato rispetto di prescrizioni e regolamenti. Proprio quegli strumenti che costituiscono il cuore del compito di un’amministrazione pubblica al servizio di un prezioso bene comune: tutelare la sicurezza, la salute — e, in ultima istanza, la vita — delle cittadine e dei cittadini.
Qui sta la contraddizione profonda: ciò che viene liquidato come “asfissia burocratica” è spesso ciò che separa una società che protegge i più vulnerabili da una in cui l’assenza di regole può diventare, letteralmente, mortale.

Ucraina, lotta alla corruzione e all’imperialismo russo

Alcuni mesi fa avevamo pubblicato articoli sulle proteste che si svolgevano in tutta l’Ucraina – nonostante la guerra scatenata da Putin – contro il progetto di smantellare gli organismi indipendenti anticorruzione (NABU e SAPO).
La mobilitazione fu così ampia che la classe politica, a partire da Zelensky, fu costretta a fare marcia indietro, mantenendo attive queste strutture di indagine.
Proprio da tali inchieste è emersa in questi giorni una vasta rete di corruzione che arriva ai vertici del governo, coinvolgendo ministri vicini a Zelensky.
Mentre migliaia di persone vivono nel freddo a causa dei bombardamenti e i soldati resistono al fronte, alcuni sottraevano risorse cruciali alla protezione delle infrastrutture.
La lotta del popolo ucraino per i propri diritti nazionali, contro l’imperialismo russo, può avere successo solo se affiancata da un conflitto sociale contro le politiche neoliberali che alimentano la corruzione.
È ciò che abbiamo sempre sostenuto nella nostra campagna di solidarietà al popolo ucraino: la bussola deve essere quella dei diritti dei popoli, non di miopi calcoli geostrategici.

Hospita, la Lega e gli altri…

Il caso Hospita, come ha detto efficacemente qualcuno, sta rivelando come “il più pulito abbia la rogna”. Siamo di fronte a una vicenda che mette in luce la profondità degli intrecci tra classe politica, mondo degli affari e sistema giudiziario.
Hospita non nasce certo negli ultimi mesi – anche se qualcuno vorrebbe far risalire tutto alla nostra interrogazione dello scorso giugno. Bisognerebbe ricordare che già nell’autunno del 2023 (oltre due anni fa) i deputati MPS avevano chiesto di rinviare le nomine del CdA dell’EOC, ritenendo inadeguata la candidatura, proposta dal governo, di Eolo Alberti.
Poi è arrivato il suo arresto, seguito da un susseguirsi di pressioni, intrallazzi e combinazioni in cui ricorrono, tra gli altri, i nomi di diversi esponenti di primo piano della Lega: Gobbi, Piccaluga, Mazzoleni, Petrini, Zali, Aldi. Altro che “la Lega non c’entra”, come ha avuto l’ardire di affermare Boris Bignasca.
Ma in questi due anni tutti gli altri partiti – in particolare PLRT, Centro e UDC – sono rimasti in silenzio quando il governo ha ripetutamente rifiutato di rispondere alle interrogazioni dell’MPS sugli stessi temi per cui oggi, improvvisamente, si pretende chiarezza. Un atteggiamento semplicemente inqualificabile.