In poche parole

Le FFS come Don Vito Corleone: fanno offerte che non si possono rifiutare

«Se non dovesse accettare nessuna delle due offerte (opzione 1 o opzione 2), oppure non dovesse restituire la lettera firmata entro il […] luglio 2026, scioglieremo il suo contratto di lavoro nel rispetto del termine di disdetta di sei mesi.»
Così si concludono le lettere che la direzione di FFS Cargo ha inviato ai lavoratori coinvolti nell’ultima riorganizzazione, al termine dei colloqui individuali svoltisi in questi giorni.
Quali sono le due “opzioni” offerte dalle FFS, alle quali il lavoratore è chiamato a rispondere entro otto giorni, pena il licenziamento? La prima consiste nel trasferimento alla Divisione Viaggiatori delle FFS, con sede di lavoro a Zugo, Lucerna o Goldau. La seconda prevede il trasferimento a TILO, con una riduzione salariale che, dopo i primi due anni, supera i 1’000 franchi al mese.
Questa è l’”offerta” di un’azienda che continua a ripetere che a tutti sarà data la possibilità di continuare a lavorare in Ticino e che non è previsto alcun licenziamento.
Tutte balle, come il Comitato contro lo smantellamento di FFS Cargo denuncia da mesi. A questo, ora, si aggiunge un atteggiamento che ricorda quello di Don Vito Corleone: un’offerta che non si può rifiutare, pena non la morte fisica, ma certamente quella professionale e sociale.

Claudio Zali e l’intermittenza dei diritti umani

Claudio Zali, che oggi dichiara su La Regione di conoscere la madre del giovane quattordicenne rimasto alla Farera per quasi un mese, afferma che a farlo intervenire, oltre alla richiesta della madre, è stato l’aspetto umano, non tollerando che un giovane possa rimanere in una struttura detentiva per più di una settimana (come d’altronde prevede la legge).
Nessuno nega che esista un problema strutturale nella gestione dei collocamenti dei minori entrati in conflitto con la giustizia: è un tema noto, vecchio, insoluto, aggravato da politiche di contenimento della spesa pubblica difese con fermezza dal governo, soprattutto negli ultimi anni.
Ma il punto vero resta un altro e riguarda la coerenza. Perché se i diritti – dei giovani e meno giovani – sono davvero un principio fondante, allora devono valere sempre.
Così, viene spontaneo chiedersi come mai, nelle ultime settimane, sulla vicenda dei due giovani curdi (Zelal e Yekta Pokerce) a rischio espulsione verso la Turchia, lo stesso slancio umanitario non abbia prodotto analoga iniziativa. Lì il conflitto tra norme e diritti fondamentali è altrettanto evidente, eppure non si è visto alcun particolare fervore nel chiedere “soluzioni alternative”, né alcuna pressione politica per esplorarle.
Al contrario, il silenzio è stato pressoché totale, accompagnato semmai da riflessioni rigidamente formalistiche sulla necessità di non creare precedenti e sull’impossibilità di interventi governativi.
Certo, i casi non sono identici. Ma proprio per questo la differenza di trattamento pesa ancora di più e finisce per delineare un quadro difficile da ignorare: quello di una sensibilità istituzionale che, nel caso del ministro leghista, sembra attivarsi a intermittenza.

Della serie: il settore della moda tiene…

Non sono passate 24 ore da quando Marina Masoni, presidente di quel guscio vuoto che è TicinoModa, ci ha assicurato sulle magnifiche sorti e progressive della Fashion Valley ticinese, ed ecco annunciata la soppressione dei 60 posti di lavoro della Auriel Investment Sa di Paradiso.
Interessante, perché questa azienda, come la stragrande maggioranza di quelle che compongono il settore in Ticino, non è un’azienda produttiva nel senso tradizionale del termine, né un fiore all’occhiello di un settore industriale d’avvenire. È invece un’azienda sostanzialmente commerciale (i lavoratori licenziati sono “tutti attivi nel settore amministrativo”).
Il nuovo fondo – americano, naturalmente – che rileverà il marchio Roberto Cavalli affiderà inoltre a The Level Group, società di e-commerce con sede a Milano, la “gestione delle operazioni nei canali e-commerce, wholesale e retail”.
Nulla di nuovo: la Fashion Valley ticinese continua a essere quella del modello Gucci e Kering. Cosa costoro abbiano lasciato in Ticino è sotto gli occhi di tutti (a cominciare dalle mastodontiche infrastrutture). Quello che invece si sono portati via – in particolare sotto forma di sgravi e aggiramenti fiscali – è nelle carte delle diverse condanne subite in Italia e in Francia.
Cose che il governo di questo Cantone continua a ignorare.

Consiglio di Stato e sostegno alle università, tutto e il contrario di tutto!

Rispondendo alla consultazione sul “pacchetto di sgravio 27”, relativamente ai tagli al sistema universitario, il Governo ticinese scriveva: «Il taglio dei contributi di base LPSU avrebbe un impatto negativo significativo sulla qualità dell’insegnamento e della ricerca svolti dalle scuole universitarie, minandone la stabilità nel medio lungo termine. (…) Non potendo coprire i minori contributi secondo la LPSU con l’aumento delle tasse, il Cantone Ticino, come altri cantoni, sarebbe chiamato a intervenire direttamente per compensare le minori entrate, con pesanti conseguenze sulle finanze cantonali».
Questa posizione è però cambiata rapidamente. Per finanziare le iniziative sui premi di cassa malati, il Consiglio di Stato propone ora tagli anche al settore universitario: 5,5 milioni l’anno ai contratti di prestazione con l’USI e 1,3 milioni a quelli della SUPSI. Come già fatto dal Consiglio federale, il Governo suggerisce agli istituti di compensare con misure di risparmio o aumentando le rette per studenti stranieri, in una evidente contraddizione rispetto alle posizioni precedenti.
Nel mirino finiscono anche le indennità di stage per ergoterapia e fisioterapia alla SUPSI, abolite per i nuovi studenti dal 2026, con risparmi previsti fino a oltre 1,2 milioni nel 2029. Dal 2027 sarà inoltre eliminato il contributo annuo di 250’000 franchi al DFA/ASP della SUPSI.
Una cosa appare chiara: il taglio ai finanziamenti universitari è ormai entrato stabilmente tra le opzioni politiche del Governo ticinese.

Bellinzona. Non resta che Lourdes

Il futuro di Bellinzona si fa sempre più nebuloso. I “successi” di cui il Municipio ama vantarsi non sembrano tradursi in un reale miglioramento del benessere dei cittadini, quella “qualità delle vita” di cui Bellinzona va fiera.
Prendiamo la crescita demografica degli ultimi anni, spesso presentata come un grande risultato. Peccato che, finora, più abitanti non abbiano portato né più gettito fiscale né una base imponibile più solida.
Nemmeno i commerci ne beneficiano: i negozi chiudono uno dopo l’altro e il centro perde attrattiva. Persino la presidente della Società dei commercianti ha deciso di abbassare la serranda del suo negozio in centro. Non proprio un segnale incoraggiante.
Intanto i “progetti strategici” si susseguono con regolarità, ma molti marciano sul posto da anni: dall’ospedale al quartiere Officina. Più che strategie di sviluppo, sembrano esercizi di pazienza.
Ora la città si aggrappa all’ennesima promessa: il progetto Fortezza, che dovrebbe fare dei castelli il motore del futuro cittadino. Ma è difficile immaginare che questo produrrà molto più di qualche turista in più — e anche sul famoso “indotto” è lecito dubitare.
Basta passare dalla stazione: frotte di pensionati scendono dai treni dalla Svizzera tedesca per una gita di giornata, con il sacco del picnic già pronto. Difficile pensare che da lì passerà lo sviluppo economico della città!
Che fare? A questo punto alla compagine municipale resta forse una sola strategia: Lourdes.

“Compromesso” sul salario minimo ed esigenze sindacali

La trattativa e il “compromesso” attorno all’iniziativa sul salario minimo interessa – o dovrebbe interessare – direttamente le organizzazioni sindacali. Non solo perché riguarda la fissazione del nuovo salario minimo legale, ma perché le decisioni prese attorno a questo tema incidono e incideranno sull’intera dinamica del sistema salariale.
Fin dall’inizio di questa “trattativa”, avviata in vista di un “compromesso” tra PS e i maggiori partiti di governo stimolati dalle organizzazioni padronali (le vere ispiratrici del negoziato, convinte che una votazione sull’iniziativa le vedrebbe soccombere), la posizione dei sindacati – e in particolare di un importante sindacato come UNIA – è apparsa piuttosto prudente. Una prudenza che il segretario di UNIA, Giangiorgio Gargantini, ha confermato nel dibattito andato in onda su Teleticino la sera del 1° marzo.
Del resto, Gargantini aveva già posto condizioni precise per un’eventuale adesione della sua organizzazione al “compromesso”. Aveva infatti dichiarato (CdT, 1° marzo) che «se si decidesse di permettere deroghe ai salari minimi senza che ci sia l’accordo unanime della commissione tripartita, per noi è un “no way”».
Ora, da quanto emerso negli ultimi giorni sui dettagli del “compromesso” – i punti ancora aperti sarebbero stati appianati, secondo le dichiarazioni del presidente del PS, nella riunione della Commissione della gestione del 2 marzo – sembrerebbe proprio che questa condizione, cioè l’unanimità, non sia stata accolta.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: per UNIA resta davvero un “no way”? Oppure quella linea rossa era meno invalicabile di quanto lasciato intendere?

Salario minimo e “compromessi”: promesse e calcoli reali

L’iniziativa del PS “per un salario minimo sociale” aveva due meriti: fissava un salario minimo legale al massimo consentito dalla giurisprudenza nel rispetto della “libertà economica” e impediva deroghe tramite contratti collettivi o aziendali con salari inferiori.
Parliamo all’imperfetto perché la direzione del PS, in nome della concertazione, ha accettato un “compromesso” al ribasso con destra e padronato. Un esempio concreto chiarisce la portata della scelta.
Il terzo punto dell’accordo prevede che nel calcolo del salario minimo rientrino anche i “benefit” riconosciuti come salario secondo i parametri AVS. In altre parole, il minimo non sarà calcolato sul solo stipendio di base, riducendone l’impatto.
Il caso dell’industria orologiera cantonale, soggetta a un CCL nazionale non di forza obbligatoria, è emblematico. Oggi una lavoratrice non qualificata guadagna 20,85 franchi l’ora, pari a 3’607 franchi lordi mensili. Con il minimo a 22,25 franchi (nel 2029), il salario dovrebbe salire a 3’849 franchi: +242 franchi al mese, un aumento “a regime” simile a quello citato in questi giorni dai difensori del compromesso.
Ma il CCL prevede anche un contributo di 195 franchi mensili per la cassa malati, importo soggetto ad AVS. Includendolo nel calcolo, il salario minimo effettivo sale a 21,98 franchi l’ora, cioè 3’802 franchi mensili, non 3’849. L’aumento reale “a regime” (e solo nel 2029) si riduce così a 47 franchi al mese.
Certo, una lavoratrice con un salario così basso non sputa su 47 fr al mese; ma siamo ben lontani dagli aumenti evocati per giustificare un accordo che, attraverso le concessioni fatte al padronato, riprende con una mano ciò che sembra concedere con l’altra.

PSE e riscatto del palazzetto dello sport. Pacche sulle spalle, soddisfazione, champagne e cotillons…

Il Consiglio comunale di Lugano ha votato il riscatto del palazzetto dello sport per 80,2 milioni di franchi. Prima di trarre conclusioni definitive, conviene però attendere la fine dei lavori. La decisione è stata presentata come una significativa operazione di risparmio dei fondi pubblici: 18 milioni di franchi rispetto al leasing. Ancora una volta, come già avvenuto per l’Arena sportiva, si tende tuttavia a sorvolare su un aspetto essenziale: il risparmio sarebbe stato ben maggiore se, fin dall’inizio, l’operazione fosse stata finanziata direttamente dalla città tramite un prestito obbligazionario, come richiesto dai promotori del referendum contro il PSE. Nel 2021 tale prestito sarebbe stato praticamente a costo zero, mentre oggi si parla di un tasso d’interesse dell’1,2%.
Le parole del sindaco Foletti sollevano più di una perplessità: «È vero, quando siamo partiti c’erano tassi negativi, ma volevamo garantire un sistema finanziario chiaro, sapendo dove saremmo andati a finire. (…) Con il senno di poi tutti sono più bravi». Non si tratta però di valutazioni fatte a posteriori: la questione era chiara sin dall’inizio ed era stata espressa con altrettanta chiarezza. Le alternative non mancavano. Ma ormai a Lugano, come altrove, l’inettitudine si è issata al posto di comando

Personale sanitario, “eroi” da continuare a pagare poco

Sono stati pubblicati i nuovi salari in vigore presso l’Ente Ospedaliero Cantonale (EOC) dopo il recente rinnovo del contratto collettivo di lavoro (ROC).
Ebbene, un’infermiera qualificata assunta all’inizio del 2017 aveva diritto, secondo il ROC, a un salario minimo annuo di 64’376 franchi (4’952 franchi al mese). La stessa infermiera che iniziasse oggi a lavorare presso l’EOC percepirebbe un salario annuo di 66’651 franchi (5’127 franchi al mese).
L’aumento è quindi stato, in una decina d’anni, di 175 franchi mensili, pari a poco più del 3% rispetto al 2017. Scarti analoghi emergono anche per le altre figure professionali degli ospedali pubblici cantonali, sia nel settore delle cure sia in quello amministrativo.
In termini reali significa un impoverimento salariale. Tra il 2017 e il 2026 l’indice dei prezzi al consumo in Svizzera è infatti cresciuto di circa l’8%, determinando una perdita di potere d’acquisto di circa il 5%, verosimilmente maggiore se si considera che l’indice non include l’aumento dei premi della cassa malati, che negli ultimi anni ha inciso pesantemente sui salari.
Proprio non ci siamo!

Due mensilità in meno rispetto a Oltralpe: e i giovani se ne vanno

In Ticino, per lo stesso lavoro e con le stesse qualifiche, si guadagna fino a due mensilità in meno rispetto al resto della Svizzera.
Non è poco, è una differenza che pesa a fine annno e che condiziona le scelte di vita, i progetti, il futuro dei giovani.
Così, molti giovani che studiano e si formano in Ticino sono costretti a emigrare, come si faceva un secolo fa,  non perché non vogliono vivere in questo Cantone, ma perché qui il loro lavoro vale meno.
Lo stesso hanno fatto e continuano a fare i e le ticinesi che studiano e si formano nelle università degli altri Cantoni: per le stesse ragioni rinunciano a ritornare. Negli ultimi 20 anni 8 mila giovani ticinesi sono emigrati in altri cantoni. Attualmente si calcola che i due terzi dei laureati ticinesi non rientrano in Ticino.
È chiaro, il dumping salariale impoverisce i giovani e tutto il Cantone. Dire No al dumping significa dare una speranza ai giovani e al futuro di questo Cantone.
Per questo il prossimo 8 marzo votiamo SI all’iniziativa “Per la difesa dei diritti di chi lavora e contro il dumping salariale e sociale”.