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Che l’interazione tra un embargo vecchio di sessant’anni (e l’attivazione per la prima volta, dei capitoli II e III della legge Burton-Holmes[i] da parte dell’amministrazione Trump – e mai revocata da quel signore “più frequentabile” che è Joe Biden) e una pandemia mondiale che ha privato l’isola della manna del turismo e la riduzione degli introiti risultanti dall’esportazione di personale medico giochi un ruolo decisivo nell’impoverimento della popolazione cubana è un fatto indiscutibile.

E, indiscutibile pure è il suo combinarsi con un’agricoltura dai livelli di produttività precapitalistici e una burocrazia incompetente che, forte dell’assenza di libertà pubbliche, estende, quale un tumore maligno, le sue metastasi all’intera attività economica.

Ma tutto ciò non deve esimere chi guarda ai fatti recenti di Cuba da un certo distacco critico, dal far prova di un minimo di acume… E di responsabilità.

Cuba per noi…

Per la generazione come la mia, quella che si politicizzò alla fine degli anni Sessanta, inizio dei settanta, Cuba resta un fatto a parte, la rivoluzione a suon di salsa quando il cosiddetto mondo socialista “normalizzava” a Praga. Ma, anche dopo l’implosione alla fine degli anni Ottanta di quelle società che si spacciavano per quello che non erano, l’isola caraibica è rimasta un punto di riferimento.

E lo è stata anche per le nuove generazioni, simbolo della resistenza, a 70 miglia dalle sue coste, contro l’imperialismo statunitense.

Ed è certamente la ragione per la quale risulta a prima vista difficile ammettere che, come sta succedendo dallo scorso undici luglio, una parte della popolazione cubana scenda in strada gridando “Abbiamo fame”, “Vogliamo vaccini” e “Libertà”.

Ma come? Nel paradiso tropicale? Nella patria del Che, di Fidel e di Camilo Cienfuegos?

Tranne per i pochi che hanno fatto prova di spirito critico – e in quanto redazione di Solidarietà ci piace annoverarci fra questi -, le proteste di questo mese di luglio sembrano colpire come il classico fulmine a ciel sereno.

Ti tirano le pietre…

Di fronte a tale sconvolgente spettacolo, la prima tentazione dei nostri un po’ grezzi irriducibili sostenitori del governo cubano è stata di attribuire alle dimostrazioni di piazza una dimensione antimperialista.

È stato così che, sui cosiddetti socials networks, le manifestazioni sono state presentate come l’atto eroico e patriottico del popolo cubano sceso in strada per denunciare il blocco statunitense, blocco interpretato quale ragione unica del fatto che, per poter sperare comprare quel che, forse, c’è in negozio si è costretti a fare sei ore di coda, che piova o che il sole cocente bruci la pelle.

Il problema però era di capire contro chi, quelle migliaia di persone scese in piazza, scagliassero le pietre, visto che le coste statunitensi, cioè dell’imperialismo contro il quale quella gente si presumeva manifestasse, stanno a più di settanta miglia di là dal mare.

Che le scagliassero contro il governo rivoluzionario? Solo a pensarci…

Oggettivamente col nemico

Ed è proprio quanto confermato dal presidente Diaz-Canel il quale nelle prime ore che hanno fatto seguito alle manifestazioni in una quarantina di località ne ha parlato come del risultato di una politica di strangolamento economico destinata a provocare il sollevamento della popolazione contro le autorità.

Ammettendo di fatto che oramai una parte cospicua della popolazione – nemmeno in occasione delle proteste del Maleconazo nel 1994 la portata della contestazione era stata tanto ampia- si è oramai allontanata dal governo, Diaz-Canel metteva in guardia la popolazione contro l’utilizzazione delle proteste da parte dell’imperialismo, chiamando poi i “veri rivoluzionari” a scendere in piazza in difesa della rivoluzione.

E in fatto di “veri rivoluzionari”, sono le “avispas negras”, le “vespe nere”, veri distaccamenti teppistici anti-sommosse che si son presentate in strada.

In tal modo, è quale alleato oggettivo del nemico, e quindi nemico lui stesso, che il governo caratterizza chi manifesta, cioè quelle migliaia di persone che lui stesso definisce come vittime del blocco organizzato proprio dal nemico…

Non si tratta di una scelta da poco: nel 1994 durante il Maleconazo, Fidel non trattò i manifestanti da nemici e scese lui stesso fra la folla, sul Malecon dell’Avana, per discutere.

Oggi, malgrado un vago tentativo di incontro con un gruppo di manifestanti, Diaz-Canel li trasforma tutti in alleati oggettivi del nemico, una posizione che suscita addirittura le riserve di Joven Cuba, un sito prudentemente riformista.

Teleguidati?

Eppoi, chiaramente, l’appropriarsi delle proteste da parte delle radio e dei siti cubani di Miami diventa l’occasione per denunciarne il ruolo sovversivo dirigente. Che gli anticastristi di Miami s’entusiasmino per le manifestazioni a Cuba non dovrebbe stupire nessuno.

Simmetricamente, facemmo lo stesso quando, nel 1974, il Movimento delle forze armate in Portogallo rovesciò il regime di Caetano: non é però perché inneggiammo sui nostri giornali – ancora non c’era Internet- a quell’insurrezione che l’abbiamo organizzata noi. Così come non ebbimo nessunissimo merito nel rovesciamento, da noi salutato e festeggiato, di Somoza in Nicaragua nel luglio del 1979.

Non fu il nostro entusiasmo a guidare i capitani del MFA come non fu la nostra solidarietà che prese la direzione dell’insurrezione del FSLN. Per analogia, e malgrado i tentativi più che presumibili da parte di settori dell’emigrazione, non è Miami che dirige, per intanto, la rivolta di parte della popolazione cubana.

E se, per delirio d’ipotesi, questo fosse, non si tratterebbe di una costatazione di fallimento del progetto della direzione cubana? Che una parte cospicua di una popolazione che ha potuto beneficiare per più di sei decenni delle politiche sanitarie, educative, sociali del governo si presti così facilmente alla manipolazione di chi quelle politiche le ha sempre osteggiate?

Misurare la profondità della crisi

Ricorrere come tanti lo fanno alla spiegazione più che facile della manipolazione da Miami impedisce di capire la portata e la profondità della crisi che Cuba sta vivendo.

Dall’arrivo alle leve del potere, dopo la rinuncia di Fidel nel 2004, di suo fratello Raul e della direzione dell’esercito e con la recente nomina di Diaz-Canel alla presidenza, sono state prese una serie di misure economiche che rompono sempre più con la logica ungualitaria che fu quella della rivoluzione cubana.

L’adozione della nuova Constituzione tre anni or sono e le ultime misure economiche – le 201 proposte di riforma adottate dal recente ottavo congresso del Partito Comunista Cubano, favoriscono in questo senso lo svilupppo da un lato di un settore privato sempre più ampio – le attività economiche che possono essere esercitate da privati son passate da 127 a più di 2000 in pochi mesi- e dall’altro un controllo centralizzato dei settori decisivi dell’economia da parte del potere statale.

L’adattamento poi del Codice del lavoro che autorizza i licenziamenti, il superamento senza compensazioni delle otto ore lavorative giornaliere e la fissazione di un obbligo di sette giorni di vacanze nel settore privato – contro i trenta nel settore pubblico – tutto ciò contribuisce ad accrescere numericamente e economicamente il peso del settore privato, dei cuentapropistas che rappresentavano nel 2020 il 13% della popolazione attiva.

È difficile, dall’esterno, affermare empiricamente se questo nuovo strato sociale che tende a cristallizzarsi giochi un ruolo nelle manifestazioni, ma è chiaro che i limiti legali impostigli sono vissuti, sopratutto nel momento in cui il turismo è stato bloccato, come limitativi al “diritto di arricchirsi”.

Ma la responsabilità di tutto ciò non risiede nella volontà popolare, ma in coloro che dirigono la società cubana, il governo e le Forze armate che, parallelamente alla creazione di condizioni favorevoli al settore privato, continua ad esercitare il monopolio sui settori della sanità, dell’educazione, delle forze armate e sopratutto sul più che lucrativo e privilegiante “settore strategico”[ii].

È anche da quest’angolo che le privazioni subite dalla popolazione devono essere osservate, capite ed interpretate. Sono loro, le privazioni che spingono parte del popolo, los Cubanos que van a pié, in piazza.

Certo, però…

L’altro giorno, un compagno che fu attivo per anni nella solidarietà medica con Cuba, mi faceva osservare che, “malgrado tutto, a Cuba il sistema scolastico e la sanità restano ben superiori a quanto si può vedere nel resto dell’America latina. Non sono un po’ingrati?

Certo, a Cuba si va a scuola fino a diciott’anni e la salute pubblica è protetta anche se la trasformazione del personale medico in merce da esportazione ha fortemente ridotto le disponibilità locali. Ma come mi diceva un ragazzo a Camaguey, “non è il diploma di studio che ti fa avanzare più in fretta nelle code alimentari” …

Nei primi anni della rivoluzione, molte privazioni furono accettate dal popolo cubano, la minaccia yankee essendo sempre presente e percepita.

Ma il ricorso alla teoria della responsabilità unica del blocco per coprire le responsabilità locali non ha più l’effetto scontato, sopratutto per una popolazione di cui la maggior parte non ha conosciuto altro perché nata dopo la rivoluzione.

Una grande parte di questa popolazione, della rivoluzione non ha conosciuto altro che gli ultimi tre decenni, non i primi, quelli delle conquiste rivoluzionarie, la casa, la scuola, la salute, ma quelli del periodo speciale, delle interruzioni dell’elettricità, della difficoltà a trovare tanti prodotti…

È questa popolazione che, in parte, protesta per strada. È questa popolazione che il governo invita i propri seguaci a combattere. È la repressione di questi uomini e donne che i nostrani difensori incondizionati di Cuba stanno legittimando scegliendo il loro campo, quello del governo.

E la portata di tale repressione, proprio perché si tratta di Cuba, rischia di essere deterrente, ben al di là dei Caraibi.

E di questo, No, la Storia non vi assolverà[iii](20 luglio 2021)

*articolo apparso sul sito www.rproject.it


[i] Questi due capitoli della legge adottata già nel 1996 dal Congresso degli Stati Uniti e attivati sotto l’amministrazione Trump autorizzano misure di ritorsione contro chiunque intrattenga contatti economici con Cuba in merito a proprietà espropriate a cittadini o società statunitensi.
[ii] La gestione degli investimenti internazionali nel settore dei trasporti, del turismo, delle tecnologie implica la creazione di uno strato di burocrati -specialisti, esperti- che dispongono oramai dei privilegi che consente la partecipazione a delegazioni ed incontri internazionali.
[iii] E’ con la frase « La Storia mi assolverà » che Fidel Castro aveva concluso la sua difesa durante il processo per l’attacco alla caserma della Moncada a Santiago de Cuba il 26 luglio del 1953

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