Italia e armamenti. Dell’importanza del profitto, non del prodotto

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All’inizio di questo mese i principali sondaggi hanno rilevato che la maggior parte della popolazione italiana è contraria all’invio di armi in Ucraina e all’aumento delle spese militari. Tre cittadini su quattro non vogliono più spese in armi. Il 70% è pure contrario all’invio di armi a Kiev, per paura di un’escalation militare. Dopo la luna di miele del matrimonio perfetto con Draghi si scoprono i difetti di un governo che ha l’appoggio del 98% dei parlamentari, e il gradimento del Presidente del consiglio scricchiola. Evidente la distanza di interessi tra governo, forze di centrodestra e centrosinistra con il sentire popolare, in attesa che al prossimo turno elettorale vada a votare il 40% degli aventi diritto, sempre secondo i sondaggi. Altri studi evidenziano il calo verticale degli spettatori e delle spettatrici di telegiornali e talk show, perché ritenuti inaffidabili, specializzati nel fare delle tragedie spettacolo.

La propaganda dei mass media a sostegno delle scelte governative, pesantissima, denigrante e “aggressiva” verso chi non si allinea al coro, per ora non ottiene gli effetti voluti: il pubblico si difende. Lo fa però senza una mobilitazione organizzata per cui a lungo andare, la “minoranza” unita della politica e dello spettacolo potrebbe avere la meglio sulla spontaneità disorganizzata. È quanto stanno facendo per conquistare l’opinione pubblica, usando i moderni dettami della post-verità, secondo la quale non interessa la dimensione storico sociale di un fatto, conta il volume d’opinione che da esso si può ricavare, a scapito dei dati reali, ridotti a opinioni fra le tante e quindi confutabili con un potente “secondo me”.

Un dato reale era ed è l’intreccio tra potere economico, militare e politico che si registra tra la Fondazione Med-Or del gruppo Leonardo S.p.A. (ex Finmeccanica), la politica estera, la difesa, l’ordine pubblico, e la ricerca scientifica, nel quale compaiono figure di alto livello del/o vicine al Partito democratico, come descritto nell’articolo del Fatto Quotidiano del 1° aprile, di Tommaso Rodano, “Armi e politici: una sola grande famiglia”. Intrecci coinvolti nella produzione di armi e profitti, una cuccagna stimolata ora dall’aumento al 2% della spesa militare introdotta dal governo. Una spesa “necessaria e produttiva” l’ha definita Antonio Polito sul Corriere della Sera del 30 marzo, ricordandoci che più della metà del totale, serve a pagare stipendi e sedi di circa 170 mila militari, più 20 mila civili. Un’altra parte finanzia il funzionamento dei mezzi e delle strutture e l’addestramento del personale. Il rimanente 25% attiene agli investimenti nella ricerca e nella produzione, un settore di 16 miliardi di fatturato con 50 mila addetti. Una progressione di spesa già antecedente all’incremento attuale: dal 2018 al 2021, si è passati da quasi 21 miliardi annui a circa 25 miliardi e mezzo, ora con l’aumento al 2% si prevedono circa 35 miliardi l’anno (104 milioni al giorno).

In questo ambito, a Torino sta per iniziare la costruzione della Città dell’Aerospazio, un centro di eccellenza per l’industria bellica aerospaziale promosso dal colosso Leonardo, dal Politecnico e altri settori della formazione, Regione, Comune, Camera di Commercio, Unione Industriale. Ospiterà la sede di un acceleratore d’innovazione nel campo della Difesa e l’ufficio regionale per l’Europa del Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic (D.I.A.N.A) della NATO. La città dell’aerospazio è un nuovo polo tecnologico dedicato all’industria di guerra, collocato in una città già sede di centri della progettazione e produzione bellica. Una parte consistente delle aziende dell’aerospazio si trova in Piemonte, con un giro d’affari annuale di 5 miliardi di euro di fatturato e 15 mila addetti ai lavori.                        

*articolo apparso sul mensile Solidarietà

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