Ci risiamo, e il copione è sempre lo stesso. Ignorare i colpi inferti al servizio pubblico radiotelevisivo negli ultimi anni non ha funzionato. Illudersi che un atteggiamento “prudente”, “collaborativo” o addirittura “filoaziendale” potesse proteggere qualcosa si è rivelato un errore.
L’ultimo progetto di ristrutturazione e l’annuncio del taglio di centinaia di posti alla SSR rappresenta un punto di non ritorno nello smantellamento del servizio pubblico e dei suoi valori fondamentali. Una lenta erosione in atto da anni, che ha plasmato anche il modo di lavorare del personale, convinto – ingenuamente – che tenere un “profilo basso” fosse sufficiente a evitare il peggio. Ma il peggio è arrivato, in un contesto in cui – basti pensare al clima alla RSI negli ultimi anni – la capacità di resistere e opporsi si è indebolita.
In questo quadro, l’iniziativa “200 franchi bastano” è solo un tassello. Che venga accolta o meno, il processo di smantellamento andrà avanti. Non per questo va ignorata: va combattuta, certo. Ma con consapevolezza di chi e cosa si sta contrastando. Perché è evidente che attorno alla SSR si sta riproponendo uno schema già visto in altri ambiti: la volontà del padronato e dei suoi partiti di demolire il servizio pubblico, l’offensiva della destra estrema, il tutto alla fine risolto in un compromesso fondato sulla soluzione del “meno peggio”, siglato, spesso, da un fronte politico “anti-UDC” che tuttavia finisce per legittimare i tagli.
Il risultato? Un progressivo indebolimento del servizio pubblico in ogni settore: ferrovie, poste, telecomunicazioni, comunicazione. Quanto sta succedendo con FFS Cargo, è l’attualità degli scorsi giorni, ne è una ulteriore conferma.
E allora, cosa fare? Cominciamo a dire No!
Ogni opposizione credibile deve partire da un rifiuto netto di questo ennesimo, sciagurato piano di ristrutturazione. A dirlo per primi dovrebbero essere lavoratrici e lavoratori della SSR, e dei loro sindacati, troppo spesso apparsi passivi e vicini alla logica aziendale, più simili a un reparto risorse umane che a soggetti impegnati a difendere condizioni e qualità del lavoro, posti e indipendenza professionale. La opposizione risoluta dei lavoratori e delle lavoratrici dovrebbe muovere dalla consapevolezza di avere in mano gli strumenti della comunicazione, di sapere e poter fare sentire la propria voce e le proprie ragioni. E troverebbero una cittadinanza pronta ad ascoltare. Anche tra coloro che non apprezzano il modo in cui oggi la RSI, ad esempio, assolve al suo mandato di servizio pubblico. E noi siamo sicuramente tra questi: una forza politica, la nostra, di fatto bandita dagli schermi negli ultimi due-tre anni. Ma questa è un’altra storia.
Si potrebbe iniziare contestando le incredibili dichiarazioni del direttore della RSI, Mario Timbal, che ha affermato – senza alcun senso del ridicolo – che, nonostante 270 milioni di tagli, per il pubblico non cambierà nulla: stesso servizio, stessa qualità. Come dire: 200 franchi bastano… e avanzano!
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