Martedì 14 ottobre una marea umana ha nuovamente invaso le strade di Bruxelles. Nessun aereo in partenza o in arrivo dagli aeroporti, scuole chiuse, aziende bloccate, trasporti pubblici paralizzati; c’erano solo i treni, il cui traffico era aumentato per trasportare i manifestanti a Bruxelles. La mobilitazione indetta dal fronte sindacale comune (FGTB socialista, CSC cristiana e CGSLB liberale) e da numerose associazioni (OXFAM, Greenpeace, Réseau de lutte contre la pauvreté, ONG di sviluppo…) è riuscita ad avere un’ampia risonanza. I manifestanti, ben oltre 100’000, erano questa volta ancora più numerosi rispetto alle mobilitazioni precedenti.
Il rifiuto del governo
Le mobilitazioni, gli scioperi e le manifestazioni sono stati numerosi da quando, nove mesi fa, è stato formato il governo presieduto dal nazionalista fiammingo Bart de Wever e composto da due grandi formazioni di destra, la Nuova Alleanza Fiamminga (NVA) e i liberali conservatori francofoni del Movimento Riformatore (MR), nonché da tre formazioni di centro, i democratici cristiani fiamminghi del CD&V, i francofoni degli Engagés e gli ex socialisti fiamminghi, riconvertiti in centristi sotto la denominazione di Vooruit (avanti) [1]. Il suo programma non preannunciava già quanto di peggio si poteva pensare per i disoccupati, i pensionati, i richiedenti asilo e i servizi pubblici? Ora si possono misurare gli effetti delle misure sulla disoccupazione, delle restrizioni per la formazione, alla cultura e alla sanità, del blocco dei salari e della riduzione delle pensioni. Le riduzioni dei contributi sociali sui salari alti dimostravano, quasi in modo eccessivo, che «si attinge sempre dalle stesse tasche». Per non parlare dell’entusiastica accettazione da parte del governo dell’ingiunzione di Donald Trump di raddoppiare le spese militari.
Era anche quel 14 ottobre, giorno di ripresa dei lavori parlamentari alla Camera, che il Primo Ministro avrebbe dovuto presentare la dichiarazione di politica generale. In contrasto con la folla che manifestava per le strade, i banchi del governo erano però vuoti. La maggioranza non era riuscita a trovare un accordo sul bilancio e aveva rinviato la dichiarazione. I deputati dell’opposizione hanno sottolienato la mancanza di rispetto per il Parlamento. I deputati della maggioranza hanno forse sentito il segnale lanciato in quel momento dai manifestanti sotto le loro finestre? Axel Ronse, capogruppo della NVA, il principale partito della maggioranza, lo aveva sentito chiaramente: «Un segnale – ha dichiarato tra gli applausi del gruppo MR (secondo partito della maggioranza) – dei cinque milioni di persone che martedì hanno continuato a lavorare». Secondo Georges-Louis Bouchez, presidente dell’MR, i manifestanti non hanno alcun peso rispetto agli elettori del suo partito. Ancora meglio: adducendo come pretesto alcuni incidenti minori e i danni causati alla facciata dell’edificio dell’Ufficio stranieri, Théo Francken, ministro della Difesa dell’NVA, di ritorno da una visita negli Stati Uniti, ha chiesto che i poliziotti siano dotati di armi non letali e che in futuro vengano utilizzati proiettili di gomma contro i manifestanti [2].
Come in tutta Europa, anche in Belgio lo Stato sociale è stato progressivamente smantellato nel corso di quasi mezzo secolo dalle politiche neoliberiste. Tuttavia, la capacità di mobilitazione delle organizzazioni sindacali è rimasta forte e l’erosione del Partito socialista è stata limitata e compensata dalla forte ascesa del Partito del lavoro PTB (sinistra radicale). La sinistra è stata quindi in grado di limitare il deterioramento della sicurezza sociale, dei servizi pubblici e dei salari, in particolare grazie al mantenimento di un sistema di indicizzazione automatica dei salari e delle prestazioni sociali.
All’indomani della vittoria elettorale e della costituzione di un governo a sua immagine, la destra ritiene ora che sia giunto il momento di portare a termine l’opera. I due partiti di destra, NVA (nazionalisti fiamminghi) e MR (liberali conservatori francofoni) che dominano la coalizione, sono determinati a far sì che il Paese si adegui allo spirito del tempo. Avevano già intrapreso la battaglia culturale contro il “wokismo”, la lotta contro l’“assistenzialismo”, contro le misure climatiche ‘eccessive’ e per liberare le imprese dagli “oneri sociali” e dal “conservatorismo dei sindacati”. Non hanno quindi alcuna intenzione di mantenere il sistema di contrattazione collettiva che finora aveva regolato la vita sociale, ma sono determinati a mettere fuori gioco il movimento sindacale, principale ostacolo alla loro politica.
Questione sociale e svolta autoritaria
La coalizione di governo dispone di una maggioranza in grado di portare avanti il suo progetto politico. Di fronte alla determinazione del governo ad imporre la sua politica di austerità, le organizzazioni sindacali sono con le spalle al muro. Non potranno più accontentarsi di mobilitazioni il cui obiettivo è quello di creare un rapporto di forza, mentre sono private di una reale prospettiva di negoziazione. Di conseguenza, l’obiettivo del movimento diventa sempre più la caduta del governo.
Nonostante la sua determinazione, la difficoltà di elaborare un bilancio mette in luce le falle della coalizione di governo. I due partiti di destra conservatrice, stimolati dal «trumpismo», riusciranno a trascinare fino in fondo i loro partner centristi in questa guerra di classe? Un deputato di Vooruit (ex socialisti fiamminghi) ha confidato al quotidiano Le Soir (15/10) che la mobilitazione non lo avrebbe portato a lasciare il governo, ma avrebbe permesso «di rifiutare le misure più folli». Tanto che, sulla scia dei manifestanti, Jean-François Tamellini, presidente della FGTB vallona, ha affermato che la posta in gioco del movimento è proprio la caduta del governo.
Ma il rifiuto della contestazione di cui è oggetto il governo dà la misura della profonda frattura della società. In realtà, alla questione sociale si aggiunge una svolta securitaria che minaccia lo Stato di diritto e un impegno atlantista che privilegia le spese militari. Il rapporto dell’Istituto federale per i diritti umani (IFDH) istituito dal Parlamento denuncia la mancata esecuzione delle procedure giudiziarie da parte dello Stato (soprattutto in materia di accoglienza), le «procedure bavaglio, le restrizioni delle libertà fondamentali», per non parlare del progetto di legge liberticida che mira a vietare le organizzazioni considerate radicali. L’IFDH ricorda anche la lettera aperta, firmata dal primo ministro Bart de Wever e da altri otto capi di Stato europei, che mette in discussione la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) in materia di migrazioni. Inoltre, 34 miliardi di investimenti supplementari saranno destinati alle spese per gli armamenti nell’ambito della NATO, compreso l’acquisto di ulteriori aerei F35.
Il movimento sociale che attraversa il Belgio dalla formazione del governo è senza dubbio di grande portata. Come afferma Thierry Bodson, presidente della FGTB, «la lotta contro il governo Arizona[3] non è quella di un giorno, di un anno, ma di un’intera generazione che rifiuta che in sei mesi venga distrutto ciò che i nostri genitori e nonni hanno impiegato tanto tempo a costruire» [4].
Questa lotta è condotta anche da una generazione impegnata nella lotta contro l’austerità, l’autoritarismo e, come le generazioni precedenti per l’Algeria e il Vietnam, questa lo è per la Palestina e il diritto internazionale. Riuscirà a vincere in Belgio contro un governo portatore della rivoluzione conservatrice guidata dall’estrema destra che, dagli Stati Uniti, sta iniziando a soffocare l’Europa, paese dopo paese?
*Mateo Alaluf, professore emerito di sociologia all’Università Libera di Bruxelles, autore di Le socialisme malade de la social-démocratie (Il socialismo malato della socialdemocrazia), edizioni Syllepse e Page deux, marzo 2021. È stato uno dei promotori dell’Istituto Marcel Liebman.
[1] In Belgio, tutti i partiti politici si sono divisi in base alla loro appartenenza linguistica. Solo il Partito del Lavoro del Belgio PTB (sinistra radicale) è rimasto unitario.
[2] In realtà, alcuni incidenti minori durante la manifestazione hanno dato luogo a violenze da parte della polizia ampiamente documentate dalla stampa, da immagini e testimonianze. Anche il Comitato P, la polizia della polizia, riferisce di un uso sempre più aggressivo dei gas lacrimogeni.
[3] Arizona è il nome dato alla coalizione di governo federale dominata dai nazionalisti fiamminghi NVA (colore giallo) e dai liberali francofoni MR (blu), che comprende anche i socialisti fiamminghi (rosso) e i cristiani democratici fiamminghi e francofoni (arancione). Questi colori corrispondono a quelli della bandiera dello Stato dell’Arizona. Dopo il successo della destra alle ultime elezioni legislative, la coalizione Arizona è succeduta al governo di centro-sinistra Vivaldi.
[4] La Libre Belgique, 15/10/2025.
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