«Come Berna dissangua discretamente la classe media»: è questo il titolo del «commento della settimana» del caporedattore del quotidiano Blick, Rolf Cavalli, pubblicato lo scorso 8 novembre. L’introduzione è dello stesso tenore: «Per anni abbiamo pagato 20 miliardi di franchi in più di imposte – e questo non disturba quasi nessuno a Berna. Al contrario: queste entrate supplementari segrete sono benvenute, ma a lungo termine danneggiano la classe media».(1)
A dicembre il Parlamento discuterà il cosiddetto «Programma di alleggerimento del bilancio 2027», che prevede misure di austerità per oltre due miliardi di franchi nella spesa della Confederazione. Programmi di austerità di bilancio sono stati varati anche dai governi di diversi Cantoni.
Si sta manifestando una certa resistenza a queste politiche. Si stanno facendo strada alcune domande. Ad esempio: perché esistono «scudi fiscali» che consentono ai più ricchi di sottrarsi in larga misura al pagamento delle imposte, e non esistono «scudi sociali» per proteggere i servizi pubblici e i redditi della maggioranza della popolazione?
In questo contesto, i padronato e la destra riattivano la loro arma preferita: alimentare il sentimento anti-imposte tra la popolazione. E il Blick diventa uno strumento decisivo di questa campagna tra i settori popolari.
Perché di campagna dei datori di lavoro si tratta, eccome. Rolf Cavalli non ha inventato nulla: ha ripreso alla lettera l’argomentazione pubblicata online il 5 novembre scorso dall’agenzia di propaganda padronale Avenir suisse, che sostiene di aver calcolato l’effetto della «progressione a caldo» sulle entrate fiscali degli enti pubblici (comuni, cantoni e confederazione) tra il 2011 e il 2023.
Conosciamo la «progressione a freddo»: in periodi di forte inflazione, i redditi nominali aumentano e passano a scaglioni con un’aliquota fiscale più elevata, anche se il loro potere d’acquisto non è cresciuto. Questo fenomeno è stato «corretto» da tempo (in realtà, dal 1971). Il nuovo «concetto» di «progressione a caldo» si riferisce invece all’aumento dei salari reali. «È la conseguenza del progresso tecnologico. – afferma Avenir Suisse – Le innovazioni ci rendono tutti più produttivi, tutti i redditi aumentano nel tempo: la società nel suo complesso passa così a fasce di imposizione più elevate. La quota fiscale aumenta quindi automaticamente nel lungo periodo, senza che nessuno si sia espressamente pronunciato a favore di questa misura». E Avenir Suisse rincara la dose: «Questi 20 miliardi di franchi hanno quindi dato ai governi un margine di manovra finanziario senza che dovessero giustificarsi davanti ai propri elettori». Il caporedattore del Blick riprende la formula quasi alla lettera, ma ovviamente senza dirlo: «La quota aumenta così automaticamente e le entrate fiscali crescono. Senza dibattito politico e senza una chiara responsabilità politica». La posta in gioco è quindi questa: costruire attorno a una cifra (20 miliardi di franchi) l’indignazione popolare: «lo Stato ci prende i nostri soldi senza chiedere il nostro parere».
La cifra di 20 miliardi di franchi da parte di Avenir Suisse è messa lì per impressionare. Il Blick, illustrando la sua concezione del giornalismo, si guarda bene dal contestualizzarli: infatti, essi rappresentano il 2,8% delle entrate fiscali incassate dagli enti pubblici tra il 2011 e il 2023. L’effetto è effettivamente diverso. Quanto all’argomento dell’assenza di «giustificazione[cazione]davanti agli elettori», si tratta di un inganno interessato. Il principio stesso dell’imposta progressiva (un piccolo progresso sociale in materia fiscale), su cui si basano le aliquote dell’imposta sul reddito e sul patrimonio in Svizzera come in molti altri paesi, è proprio quello di aumentare l’aliquota con l’aumentare del reddito disponibile. Sostituire l’imposta progressiva con una «flat tax» – un’aliquota fiscale invariata a prescindere dal reddito, molto vantaggiosa per i redditi elevati – è da tempo un obiettivo della destra e delle classi dominanti. L’invenzione della «progressione a caldo» è un modo per legittimare questa prospettiva, così come per rafforzare l’idea che sarebbe legittimo imporre una sorta di tetto massimo alle entrate pubbliche.
Ma questa favola dei «20 miliardi» permette anche di nascondere la realtà: da decenni la destra e il padronato hanno imposto riforme che riducono il contributo dei redditi elevati e, ancora di più, delle imprese al finanziamento delle collettività pubbliche. Secondo lo studio 2025 «Clarity on Swiss Taxes», pubblicato da KPMG (società di revisione contabile che opera in oltre 140 paesi e impiega circa 275’000 persone), l’aliquota fiscale delle imprese è scesa in media in Svizzera dal 21% circa nel 2007 al 14,4% nel 2025. KPMG osserva che il paradiso fiscale di Guernsey, l’Ungheria e la Bulgaria sono gli unici paesi europei ad offrire aliquote fiscali inferiori a quelle dei cantoni svizzeri più «vantaggiosi»! Per quanto riguarda l’imposta sul reddito, KPMG constata che «la Svizzera rimane un luogo attraente per i privati». Tra il 2007 e il 2025, l’aliquota marginale, pagata sulla fascia più alta del reddito imponibile, è leggermente diminuita, passando dal 34,85% al 32,54% in media per una persona sola con un reddito netto annuo di 100’000 franchi. Avenir Suisse ha inoltre ritenuto opportuno precisare ipocritamente nella sua «nota»: «Queste cifre [i 20 miliardi di franchi] non significano che il nostro carico fiscale sia stato effettivamente più elevato durante questo periodo». Ovvero, come diffondere un inganno dicendo, in caratteri minuscoli, che non si inganna nessuno.
Due giorni prima della trovata pubblicitaria di Avenir Suisse, il 3 novembre, l’Unione sindacale svizzera (USS) ha pubblicato un aggiornamento del suo studio annuale sulle finanze cantonali. In esso dimostra come «i cantoni sottostimano sistematicamente le loro entrate. […] L’USS vi vede una chiara strategia politica: la Confederazione e i Cantoni presentano deliberatamente le loro finanze in una luce meno favorevole per giustificare misure di austerità. La Confederazione lo sta facendo attualmente con il suo programma di stabilizzazione, che prevede tagli massicci al servizio pubblico e al personale federale. Lo stesso principio è stato applicato per decenni all’AVS, sempre con previsioni troppo pessimistiche per creare una pressione di austerità». La pubblicazione descrive inoltre, cantone per cantone, il calo dell’aliquota fiscale effettiva sia per le imprese che per i privati. Il «commento della settimana» del Blick non dedica una sola parola a queste analisi fattuali. Nulla deve interferire con la propaganda borghese diffusa allo Stammtisch, quelle riunioni dall’aspetto informale che fungono da piattaforma per diffondere le ideologie della destra dura.
*articolo apparso sul sito www.alencontre.org l’11 novembre 2025
[1] L’uso dell’espressione “classe media” o “ceto medio” è stato da tempo adottato da tutto lo spettro politico. Il PSS ne ha fatto un vero e proprio feticcio. Così facendo, ha eliminato espressioni come classe operaia, classe lavoratrice, salariati, proletariato, ovvero coloro che sono costretti a vendere la propria forza lavoro a un datore di lavoro e, in questo rapporto, creano valore aggiunto, più precisamente plusvalore. Secondo l’Ufficio federale di statistica (marzo 2022), questa categoria comprende una serie di persone che ottengono un reddito lordo (principalmente uno stipendio) compreso tra 3945 e 8455 franchi al mese. L’implicazione dell’adesione a questa presunta categoria sociale è evidente: il rapporto sociale degli sfruttati, dei lavoratori e delle lavoratrici scompare e la categoria di classe sociale definita principalmente in base al reddito, secondo un tipo di sociologia anglosassone, occupa quindi la scena sociale e politica. Ciò è stato perfettamente compreso dalla destra politica, che continua a valorizzare il termine classe media o ceto medio, o di consumatore/trice, per abolire il rapporto sociale classe dominante-classe sfruttata, con gli antagonismi di interessi e situazioni che ne derivano. (Redazione alencontre)
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