La rimozione del vicepresidente della Commissione Militare e di altri alti gradi svuota i vertici del PLA. Xi Jinping sempre più solo in un contesto internazionale instabile.
La messa sotto indagine (e il probabile arresto, sebbene non ufficiale) del vicepresidente della Commissione Militare centrale (CMC) cinese e membro del Politburo del Pcc, Zhang Youxia, insieme a quella di un altro generale membro della stessa, Liu Zhenli, rappresenta un salto di qualità senza precedenti: mai dopo la convulsa era di Mao Zedong le purghe avevano colpito talmente in alto. Questo nuovo giro di vite avviene inoltre in coincidenza con un momento particolarmente turbolento a livello internazionale in seguito alle mosse di Trump, dal rapimento di Maduro, fino alla rivendicazione della Groenlandia e agli assassini di oppositori da parte dell’ICE a Minneapolis.
Qui di seguito riporto nell’ordine un breve riassunto fattuale sulla purga di Zhang e Liu, le mie considerazioni a caldo in merito, e una riflessione sui nessi tra quanto accade in Cina e contemporaneamente negli Usa, nonché più in generale nel mondo.
I fatti essenziali
Zhang Youxia era il n. 2 della CMC, che è il massimo organo di governo delle forze armate. Essendo il n. 1 lo stesso Xi Jinping, leader prettamente politico, Zhang era di fatto il n. 1 operativo del PLA, l’esercito cinese. Zhang Youxia è un “principino”, erede cioè dell’aristocrazia rossa che aveva fondato la Repubblica Popolare, così come lo è anche Xi Jinping, e tra le famiglie dei due vi era un forte legame. Sia Zhang che Liu erano tra i pochissimi alti gradi militari cinesi in possesso di esperienze dirette di combattimento.
Le prime voci su una possibile epurazione di Zhang erano emerse il 20 gennaio, quando lo stesso era risultato assente da un’importante riunione – la conferma della sua messa sotto indagine è arrivata in tempi brevissimi il 24 gennaio e anche questo è un fatto senza precedenti. Nell’era Xi, infatti, la conferma della “purga” di un alto funzionario arriva di norma mesi dopo la sua scomparsa dalla scena. Un articolo pubblicato dal quotidiano del PLA, l’esercito cinese, a meno di 24 ore dalla purga, non addebita esplicitamente a Zhang reati di corruzione o nepotismo, come è norma in questi casi, ma insiste in più punti su sue non meglio definite colpe politiche, che solo in un punto assumono contorni più concreti, quando lo si accusa di avere minato l’autorità del leader massimo Xi. La CMC, che in origine era composta da sette membri, ora ne ha appena due in seguito alle purghe: Xi Jinping e quello che fino a ieri era il secondo vicepresidente della Commissione dietro a Zhang Youxia, vale a dire Zhang Shengmin. Quest’ultimo era stato nominato nell’ottobre scorso e prima del nuovo incarico era commissario responsabile della lotta contro la corruzione nelle forze armate. Entrambi i membri della Commissione rimasti in carica sono pertanto figure prive di esperienze operative in campo direttamente militare.
Per quanto riguarda gli ulteriori particolari sulle figure dei due generali rimossi mi affido all’efficace descrizione che ne fa il quotidiano hongkonghese filogovernativo Sing Tao, che riporto qui di seguito in traduzione:
“Zhang Youxia, 75 anni, appartiene alla cosiddetta ‘seconda generazione rossa’, i figli dei rivoluzionari che fondarono la Repubblica popolare: suo padre Zhang Zongxun è stato tra i generali della prima ora. Nato a Pechino nel 1950 da famiglia originaria dello Shaanxi, ha combattuto in due occasioni nella guerra di confine contro il Vietnam, distinguendosi sul campo. È uno dei pochissimi ufficiali cinesi ancora in servizio con esperienza bellica diretta. Dopo aver comandato la regione militare di Shenyang, nel 2012 – all’indomani del XVIII Congresso del Partito – è stato nominato a capo del Dipartimento generale degli armamenti. Al XIX Congresso del 2017 ha fatto il salto di qualità diventando vicepresidente della Commissione militare centrale, incarico riconfermato al XX Congresso del 2022.
Liu Zhenli ha 61 anni ed è originario di Luancheng, nello Hebei. Nel suo curriculum vitae figurano il comando della 38ª Armata della regione militare di Pechino, la guida dello stato maggiore della Polizia armata, quindi i ruoli di capo di stato maggiore e comandante dell’Esercito di terra. Nell’ottobre 2022 è entrato nel Comitato centrale della ventesima legislatura e nella Commissione militare centrale; nel marzo 2023 ha assunto l’incarico di capo dello stato maggiore congiunto.
La Commissione militare centrale del XX Comitato centrale composta da sette membri si era insediata il 23 ottobre 2022. In poco più di due anni sono seguite l’una all’altra le purghe del ministro della Difesa Li Shangfu, del direttore del Dipartimento del lavoro politico Miao Hua e del vicepresidente He Weidong. […]
Dal XX Congresso del Partito comunista cinese [svoltosi nell’ottobre 2022] sono caduti in disgrazia o scomparsi 28 generali di grado elevato in meno di tre anni. In occasione del Quarto Plenum del Comitato Centrale dello scorso ottobre, il tasso di assenza tra i membri militari del Comitato centrale ha toccato il 63 per cento: 22 erano alti ufficiali con stellette da generale.”

Va premesso a ogni considerazione su quanto sta accadendo a Pechino che il livello di trasparenza riguardo alle dinamiche interne al potere cinese è pari a zero. Ogni valutazione in merito va quindi dedotta puramente dal contesto più generale, spesso “a tentoni” e con un’alta dose di incertezza (il mio consiglio è quello di diffidare di chi fornisce spiegazioni lineari e univoche).
Vi è a mio parere un nesso diretto tra le ultime purghe e il fatto che ci troviamo a inizio 2026, vale a dire a un anno e mezzo circa dal XXI congresso del Partito Comunista Cinese che si terrà nell’ottobre dell’anno prossimo e che dovrebbe confermare la permanenza di Xi Jinping a capo sia del partito che dello stato per un quarto mandato. In quell’occasione si porrà, tra le altre cose, anche la questione della successione dell’ormai ultrasettantenne leader supremo. Una motivazione delle purghe ai livelli più alti potrebbe essere quella di consentire a Xi di giungere all’appuntamento senza rivali di forte peso politico che possano porre veti alla sua scelta di un “delfino”, se non addirittura alla sua permanenza al potere. Il PLA è stato nella storia della Cina a guida comunista l’unico focolaio (oltre al popolo, naturalmente) di sfide al potere politico, basti pensare ai casi di Peng Dehuai nel 1959 e di Lin Piao nel 1971. Questa interpretazione è in armonia con altri eventi del recentissimo passato, come l’umiliazione pubblica dell’ex capo del partito Hu Jintao al congresso dell’ottobre 2022 e la morte mai del tutto chiarita dell’ancora relativamente giovane ex premier Li Keqiang, suo protetto, esattamente un anno dopo.
Va però notato che le purghe degli ultimi anni ai massimi vertici non hanno riguardato solo l’ambito militare e hanno colpito anche quello politico, in particolare quello diplomatico, dal quale sono iniziate con la scomparsa del ministro degli esteri Qin Gang nel 2023. Si tratta di un elemento che porta a pensare che le purghe non riguardino solo l’aspetto della successione e della potenziale minaccia di un PLA ostile. Il fatto che gli articoli usciti sul quotidiano delle forze armate dopo l’annuncio della messa sotto indagine di Zhang insistano tanto sulle sue colpe politiche fa pensare che avesse in qualche modo creato una rete di influenza alternativa a Xi. Nel momento in cui scrivo, è uscito un articolo del Wall Street Journal in cui si riportano voci non confermate secondo cui durante un briefing segreto ai vertici del partito Zhang sarebbe stato accusato addirittura di avere venduto agli Usa informazioni sull’arsenale nucleare cinese. Ma si tratta per l’appunto solo di voci e anche se fossero confermate, l’accusa potrebbe essere del tutto falsa e creata ad arte per coprire altri e più imbarazzanti motivi, come l’esistenza di divergenze politiche ai massimi vertici che minerebbero l’autorevolezza del Partito Comunista.
L’ultima mossa di Xi indebolisce fortemente un apparato militare già messo a durissima prova. Come già menzionato, gli ultimi due generali estromessi dalla CMC erano praticamente gli unici con esperienze dirette di guerra. In precedenza era stata fatta fuori la dirigenza delle importantissime forze missilistiche. E il precedente grosso calibro militare tolto dalla scena, He Weidong, era per curriculum il più preparato per un’eventuale azione contro Taiwan. In pratica Xi ha eliminato dalla scena buona parte degli alti gradi in possesso di un’ampia esperienza e che avevano gestito negli ultimi anni la modernizzazione delle forze armate. Si tratta di una mossa contraddittoria: evita forse il crearsi di fazioni, ma Xi dispone più di uomini di fiducia ed esperti che lo aiutino a supervisionare l’esercito in un momento di estrema incertezza a livello mondiale.
Ovviamente l’aspetto di cosa le ultime purghe comportino per Taiwan è finito sotto la lente di più analisti. La Cina in questo momento appare troppo “sguarnita” per potere compiere un’azione contro Taiwan, con i vertici militari svuotati e gli alti ufficiali rimasti sicuramente impauriti per le possibili conseguenze di ogni propria mossa. Bill Bishop di Sinocism fa notare che tuttavia sul periodo medio-lungo l’ascesa di una nuova generazione di nuovi generali più giovani, senza un proprio retroterra consolidato e proprie reti di potere, potrebbe dare vita a un gruppo di “lupi guerrieri” ben più aggressivi dei generali estromessi. Si tratta di un’ipotesi interessante sulla quale però personalmente non mi pronuncio, perché mi sembra troppo presto per formulare congetture sufficientemente solide. Quello che mi sembra sicuro, è che il sistema militare cinese attraverserà nei prossimi anni un periodo di notevole instabilità e cito a tale proposito quanto ha scritto con precisione Zi Yang su The Diplomat: “L’epurazione di Zhang e Liu ha aumentato sensibilmente il rischio di nuovi conflitti in seno al PLA e persino di una frammentazione della sua leadership. L’incertezza al comando e il crescente risentimento tra gli alti ufficiali potrebbero alimentare ulteriori tensioni. Questi scontri interni, destinati ad ampliarsi, rischiano di raggiungere un punto di non ritorno e provocare una destabilizzazione ancora più profonda dell’alto comando del PLA”. Una tale situazione potrebbe portare sia a una minore probabilità di azioni militari contro Taiwan sia, a seconda del contesto più ampio, ad azioni sventate come quella messa in atto nel 2022 da Vladimir Putin contro l’Ucraina.
Guardando oltre Taiwan, l’ultima grande purga a livello militare, di sicuro preparata da tempo, spiega in parte perché Xi Jinping si sia mostrato così arrendevole nei rapporti con gli Usa – ho spiegato in alcuni recenti post perché quella che la maggior parte delle fonti mainstream ha definito come un sua “vittoria” nei confronti di Trump in occasione dell’ultimo vertice tra i due sia stata in realtà cedevolezza. Con un sistema militare e politico così in tempesta, e un’economia in profonda difficoltà, il leader cinese ha chiaramente necessità di un contesto internazionale che gli dia un minimo di tranquillità, anche al costo di cedere. Vi è in più il fattore che Usa e Cina non stanno in realtà combattendo una guerra senza esclusione di colpi, bensì cercando di pervenire a una forma di convivenza, per quanto non del tutto pacifica, ma su questo tornerò nell’ultima parte di questo articolo.

In un’altra prospettiva, alcuni commentatori hanno definito la rimozione di Zhang Youxia (e di Liu) come una dimostrazione di forza di Xi. Non ritengo il termine “forza” corretto e gli preferisco il termine “decisione”. Fin da poco dopo l’inizio del suo mandato Xi si è infatti mostrato molto deciso nel procedere con le purghe e costruire il proprio potere facendo il vuoto intorno a sé. Ma ha anche commesso nel concreto una lunga serie di errori, se si giudica dai fatti senza limitarsi alla superficie, in particolare in ambito economico, internazionale e sociale, ed è logicamente impossibile che l’élite economica e politica cinese non sia ampiamente insoddisfatta di lui. Xi ha sbagliato di tutto e di più: dall’avere provocato malamente un’insurrezione a Hong Kong nel 2019 per la sua fretta di varare una legge repressiva, all’avere lasciato dilagare il Covid a inizio 2020 adottando poi misure kafkiane che hanno infine causato un movimento popolare, breve ma intenso, a livello nazionale. Ha gestito molto malamente l’economia, oggi tenuta a galla da esportazioni sempre più senza futuro e sprofondata in un garbuglio di sovraproduzione, deflazione, crollo verticale degli investimenti esteri, produttività stagnante. A livello internazionale, ha subito senza controferire più di tanto, sia sotto Trump sia sotto Biden, i colpi delle politiche Usa mirati a togliere fiato alla Cina. A livello sociale, ha creato un contesto in cui aumenta a passi rapidi l’insoddisfazione dei lavoratori e cresce una nuova generazione di giovani sempre più disillusi e infedeli al Partito. Solo su due piani Xi si è mostrato abile. Il primo è quello del cerchiobottismo, l’arte di mantenere a galla il sistema con un colpo di qua e uno di là per non naufragare. Il secondo è quello della propaganda, che però a livello interno sembra avere effetti sempre più deboli, mentre continua a riuscire a proiettare un’immagine di grandeur a livello internazionale, ma si tratta di un mero “villaggio di Potemkin” dietro al quale si nasconde una ben diversa realtà.
L’immagine di Xi rimasto solo al comando di una Commissione Militare Centrale il cui unico altro membro è un suo sbirro pronto a sparare a raffica con un mitra di purghe, può a prima vista apparire un’immagine di forza. In realtà è quella di un leader solo, che ha bisogno di un bodyguard per rimanere al suo posto. Assomiglia sempre più allo Stalin degli ultimissimi anni, che le sue guardie e i suoi colleghi politici hanno infine lasciato morire impauriti dopo che era stato colpito da un ictus, preferendo discutere della sua successione piuttosto che prestargli cure.
Riflessioni sul contesto internazionale
La rimozione di Zhang Youxia è avvenuta a ridosso dell’azione Usa in Venezuela e della campagna di Trump per impossessarsi della Groenlandia, nonché praticamente in contemporanea con l’escalation omicida dell’ICE a Minneapolis. Non vi sono nessi diretti tra le ultime purghe in Cina e questi sviluppi, ma c’è una coincidenza temporale che è di stimolo per alcune riflessioni più ampie.
Parto da una constatazione: anche negli Usa ormai si uccidono e si perseguitano apertamente gli oppositori, come avviene negli altri regimi autoritari. Questa constatazione non traccia un segno di uguale tra i vari stati che in questo momento stanno seminando morte, repressione e terrore, in particolare Usa, Cina, Russia e Israele: ciascuno di essi ha la propria storia, proprie dinamiche diverse, livelli e modalità di violenza differenti. Ma è una constatazione che serve a creare le basi per un trait d’union tra gli stessi.
Quello di fronte alla quale ci troviamo a livello globale è un disperato tentativo di tenere sotto controllo un sistema capitalista (ormai c’è solo quello) in profonda crisi a più livelli e in particolare a livello economico e sociale. La grande crisi del 2007-2008 non è mai stata superata e la pandemia del 2020 ha messo in luce la totale fragilità dei meccanismi instabili messi in atto per rintuzzarla. Non ci troviamo quindi oggi di fronte a “pure follie”, ma al tentativo a suo modo razionale di non affogare, di mantenere a galla la propria barca, e per farlo ciascuna borghesia nazionale è costretta a manovre spericolate, sia al proprio interno che nella propria proiezione esterna. Non si tratta affatto di “nuova Guerra Fredda” ma, per usare una metafora, del concerto di un’orchestra di pessimi musicisti che cercano di mettere insieme in qualche modo una sinfonia per ritardare la calata del sipario, e quindi il momento in cui verranno mandati a casa da un pubblico che non ne può più. Il risultato è necessariamente quello di una musica stridente, improvvisata e stonata, ma i musicisti hanno un interesse comune: quello di cercare di rimandare la resa dei conti con il pubblico che ha pagato il biglietto. E per farlo, ogni “strumento” è buono: non certo in termini di violini od ottoni, ma di un calderone fatto di tutto e di più, dalla guerra e al genocidio, fino alle contrattazioni diplomatiche con il coltello sotto il tavolo e agli sgambetti che fanno sbattere la faccia del collega contro il muro.
Vi è quindi di fondo una comunanza di interessi tra le leadership politiche mondiali, nonostante gli inevitabili conflitti, anche aspri, per cercare di rimanere a galla. Lo si vede proprio nei rapporti tra gli Usa e la Cina, legati da reciproci nessi e dipendenze sulle quali si è basato il sistema capitalista mondiale negli ultimi decenni. Gli Usa non vogliono dominare la Cina, né quest’ultima vuole dominare gli Usa – vogliono solo che il concorrente diretto non gli invada il ristretto campo che gli permette di mandare avanti in qualche modo baracca e burattini e per ottenere il risultato è necessario trovare una via comune, con ricatti da una parte e compromessi dall’altra, ovviamente sperando che il concorrente perda sempre più terreno. In una tale situazione, Xi non può permettersi di avere anche solo il minimo accenno di fazioni politico-militari interne o di varare riforme economiche che rischiano di destabilizzare il paese o dare più leve a lavoratori e giovani. Trump, da parte sua, deve mettere sotto il giogo una società ancora dinamica e pluralista. La coincidenza tra la rimozione di Zhang e le uccisioni a Minneapolis non è quindi solo temporale.
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