Per l’esercito il conto è sempre aperto

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Il Consiglio federale ha appena pubblicato un rapporto intitolato “ I costi dell’esercito svizzero”. Si tratta di un documento passato quasi inosservato; eppure, esso appare assai rivelatore. Si tratta infatti del primo calcolo dei costi totali dell’esercito da molto tempo a questa parte e mette seriamente in discussione il discorso dominante sulla presunta “necessità di riarmo”.

Tutte le discussioni su questa cosiddetta necessità si basano su un unico indicatore: il rapporto fra le spese per l’esercito e il Prodotto interno lordo (PIL). Per questo, gli ambienti borghesi e il loro Consiglio federale martellano incessantemente sul fatto che queste spese debbano essere aumentate progressivamente fino a raggiungere almeno dell’1% del PIL. Inizialmente fissato al 2030, questo obiettivo è stato rinviato al 2032. A sentirli, la Svizzera sarebbe molto lontana dell’obiettivo, dato che il budget ufficiale dell’esercito ammonta a 5,95 miliardi di franchi (situazione al 2024), pari circa allo 0,7% del PIL. Si tratta, in realtà di una rappresentazione del tutto è forviante. Il documento del Consiglio federale mostra infatti come, che tenendo conto dell’insieme degli oneri legati all’esercito – indennità per perdita di guadagno, ammortamenti dei sistemi di armamento, spese delle collettività pubbliche, ecc. -, il costo reale raggiunge almeno gli 8,75 miliardi di franchi (situazione al 2024). Risultato: la Svizzera spende già più dell’1% del suo PIL per l’esercito!

Il confronto internazionale, regolarmente tirato fuori dai cassetti per giustificare l’aumento del budget, rinvia a un trucco dello stesso tipo. Anche Avenir Suisse, l’officina neo-liberale che non può essere sospettata di antimilitarismo, ammette che confrontare le spese per l’esercito al PIL «presenta sotto una luce sfavorevole i paesi con un’economia forte». Un indicatore molto più pertinente consiste a rapportare queste spese al numero di abitanti. E a questo livello, la conclusione è inappellabile: secondo il Consiglio federale, nessun paese confinane spende di più della Svizzera per abitante per il suo esercito. Un record accuratamente nascosto: 976 franchi a testa.

Ma la realtà dei numeri ovviamente non fermerà i venditori di armi e di altri mezzi di guerra. Il loro obiettivo rimane immutato: raggiungere l’1% del PIL per le sole spese militari “ufficiali”. Queste passeranno a quasi 10 miliardi di franchi all’anno da qui al 2032!

Si tratta di una politica che la sinistra e il movimento sindacale devono combattere senza ambiguità. Varrà la pena qui ricordare che quando le lotte sociali in Svizzera erano ancora assai ricorrenti, l’esercito è stato regolarmente utilizzato quale strumento di repressione. È questo il ruolo classico di un’istituzione militare in una società divisa in classi sociali con interessi antagonisti: la difesa del potere della classe dominante. L’articolo 58 della Costituzione federale prevede d’altronde che l’esercito «Sostiene le autorità civili nel far fronte a gravi minacce per la sicurezza interna e ad altre situazioni straordinarie». Questa disposizione non è per nulla secondaria.

L’esercito svizzero non si è tuttavia limitato a questa funzione repressiva. È stato soprattutto un potente strumento d’indottrinamento e di controllo sociale. Attraverso l’inquadramento proprio all’esercito di milizia, ha istillato disciplina, sottomissione all’autorità e al nazionalismo, altrettante leve essenziali alla riproduzione di un ordine sociale fondato sulla dominazione di classe e sullo sfruttamento.

Infine, l’aumento massiccio delle spese per l’esercito si traduce in attacchi brutali contro il servizio pubblico. Ricordiamo alcune questioni di stretta attualità: aumento delle tasse universitarie, rimessa in discussione dei finanziamenti alla ricerca, riduzione dei mezzi per fronteggiare l’urgenza climatica, tagli nei trasporti pubblici e negli asili nido, ecc. E, a completare il quadro, incombe la minaccia di un aumento dell’IVA, l’imposta più antisociale che esista.

È imperativo che la sinistra e il movimento sindacale difendano una politica ben diversa: la riduzione drastica delle spese militari e la riallocazione delle risorse così recuperate a favore della soddisfazione dei bisogni sociali fondamentali e della preservazione dell’ecosistema.

* Segretario centrale del Sindacato dei servizi pubblici (SSP/VPOD). Articolo pubblicato sul quotidiano romando Le Courrier giovedì 15 gennaio 2026

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