Giovani sacrificati sull’altare del profitto

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Molto è stato detto e scritto sulla tragedia di Crans-Montana. Troppo spesso delle sciocchezze. Del tipo: «il rischio zero non esiste»; «lasciamo che la giustizia faccia il suo corso». Palma d’oro dell’indecenza a Mathias Reynard, presidente del Consiglio di Stato vallesano, per aver osato dichiarare: «abbiamo tutte e tutti una responsabilità morale di fronte a questo dramma» oppure «in Svizzera abbiamo istituzioni forti, che funzionano» (Le Temps, 10 gennaio 2026).

Una prima evidenza salta agli occhi: la coppia di proprietari del Constellation presenta il profilo tipico dei parvenu mossi dalla sete di profitto: ossessione per l’accumulo, disprezzo delle regole, cinismo di classe. Obiettivo ultimo nella vita: moltiplicare auto di lusso (Maserati, Bentley, ecc.), residenze (Lens, Parigi, Cannes), ecc. Per riuscirci, nessun miracolo: si ammassa quanta più gente possibile; si fanno pagare i tavoli, anche a ragazzini e ragazzine, a prezzi esorbitanti; si sfruttano i dipendenti fino all’osso; si risparmia su tutto ciò che non rende – rilevatori d’incendio, materiali ignifughi, ecc. Risultato: «da dieci anni, il seminterrato del Constellation era una bomba a orologeria» (NZZ, 31 gennaio 2026).

Ma questa tragedia non sarebbe avvenuta senza l’inerzia complice delle autorità comunali di Crans-Montana. L’ultimo controllo del Constellation risaliva al 2019, mentre la legge impone una verifica annuale. Nel 2025, meno di un terzo degli esercizi pubblici del comune è stato controllato. Alcuni non lo sono stati affatto! In Vallese, questo lassismo non era peraltro un’anomalia locale, ma una pratica largamente diffusa. Come qualificare allora la passività delle autorità cantonali, incaricate di supervisionare, tramite l’Ufficio cantonale del fuoco, i controlli delegati ai comuni? Non sapevano che numerosi comuni violavano la legge? Questo odora fortemente di una nuova menzogna istituzionale, sul modello di quella denunciata nel caso Pascal Broulis, ex capo delle Finanze del Canton Vaud, che sostiene di ignorare che il suo dipartimento violasse consapevolmente la legge sul «scudo fiscale» (per oltre dieci anni)…

Il Vallese non è un’eccezione. In Svizzera, secondo diverse fonti, la mancata applicazione delle norme di sicurezza antincendio è frequente. Un esperto stima che «almeno il 50% degli edifici non sia conforme» (Le Temps, 8 gennaio 2026). È il prodotto di una logica sistemica. Non esiste infatti una regolamentazione federale chiara e uniforme in materia di prevenzione. Per non parlare di un’autorità federale di vigilanza. La sicurezza sul lavoro è trattata con lo stesso disprezzo: i datori di lavoro, in materia di tutela della salute, vengono controllati solo una volta ogni vent’anni. I lavoratori e le lavoratrici, pur essendo i più adatti a segnalare i pericoli, sono messi a tacere dalla paura del licenziamento. Il tutto in un contesto di continui tagli di bilancio a servizi pubblici già sottofinanziati.

Ora ci si esorta a «confidare nella giustizia». Ma la storia recente e passata invita allo scetticismo. Per Crans-Montana, «la procura ha commesso errori incredibili», secondo il professor Alain Macaluso, esperto di diritto penale (NZZ, 14 gennaio 2026). Il fatto che la coppia di gestori non sia stata fermata immediatamente e che non sia stata ordinata alcuna perquisizione presso di loro o in comune «contravviene alle basi di un’indagine di tale portata», secondo l’avvocato Charles Poncet (La Liberté, 28 gennaio 2026). Anche i precedenti non inducono all’ottimismo. Nel 1965, 88 operai morirono sepolti sotto un ghiacciaio a Mattmark, con i loro baraccamenti costruiti proprio al di sotto. Risultato? «Dopo sette anni d’indagine si tenne un processo, al termine del quale 17 imputati furono assolti e le famiglie delle vittime condannate a pagare metà delle spese processuali» (Blick, 28 gennaio 2026). E come ignorare che, nel caso attuale, si ritrova una squadra PLR storicamente coesa e complice: dalla procuratrice generale Beatrice Pilloud al presidente di Crans-Montana Nicolas Féraud, passando per il capo del Dipartimento della sicurezza Stéphane Ganzer e il suo predecessore Frédéric Favre, senza dimenticare l’avvocato del comune, Gaspard Couchepin, erede dell’emblematico consigliere federale del liberalismo? Un circolo ristretto che solleva interrogativi sull’imparzialità nella conduzione dell’indagine.

Crans-Montana – bastione della mercificazione delle Alpi e della speculazione immobiliare – non è un incidente. È il prodotto di una società che funziona al contrario, obbedendo a una logica folle: la redditività a ogni costo, qualunque sia il prezzo umano. Nulla lo illustra meglio della sconcertante dichiarazione di Nicolas Féraud: «Ci consideriamo vittime di questo dramma, siamo stati gravemente colpiti. Abbiamo sofferto più di chiunque altro»! Mentre 160 giovani sono stati bruciati vivi… Ancora una volta, non si tratta di una specificità vallesana. Nel luglio 2024, a Prilly, nel Canton Vaud, il crollo di un’impalcatura ha ucciso tre lavoratori e ne ha feriti gravemente altri cinque. Il rapporto peritale, pubblicato di recente, è inequivocabile: l’installazione non rispettava alcuna norma vigente.

Se si vogliono evitare nuove tragedie, è necessario un cambiamento radicale di paradigma: la soddisfazione dei bisogni sociali fondamentali deve prevalere sulla massimizzazione dei profitti, il bene pubblico sull’egoismo privato. Tutto il resto non è che menzogna e ipocrisia.

*segretario centrale SSP/VPOD. Questo articolo è apparso sul quotidiano romando le Courrier giovedì 12 febbraio 2026

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